Cosa è successo dopo? È la domanda inevitabile che attraversa le pagine di Insomnia, secondo memoir di Robbie Robertson in cui l’autore riprende il filo di Testimony, la sua prima autobiografia, entrambi pubblicati da Jimenez nella traduzione di Gianluca Testani. Se il primo libro si concludeva con un appassionato racconto in soggettiva dell’ultimo concerto della Band, il giorno del Ringraziamento del 1976 al Winterland – ripreso dalle cineprese dirette da Martin Scorsese per il film L’ultimo valzer, manifesto del cinema rock uscito nel 1978 – Insomnia esplora la fase di post-produzione dell’opera cinematografica e altre vicende che da quel periodo scaturiscono. Il libro termina all’alba degli anni ’80 con l’uscita nelle sale di Toro scatenato. L’artista di Toronto produce la colonna sonora, segnando l’inizio della fruttuosa collaborazione con il regista destinata a protrarsi fino a Killers of the Flower Moon.
Robertson, scomparso il 9 agosto 2023 per un cancro alla prostata, abbandona la classica struttura lineare e imbocca la strada dell’autobiografia onirica, notturna, che si estende nell’arco di quattro anni, dal febbraio 1977 al dicembre 1980. Il racconto si focalizza sul rapporto tra Robertson e Scorsese, che ospita il musicista nella sua casa di Beverly Hills per 20 mesi, a seguito della separazione di entrambi dalle rispettive mogli: Dominique Bourgeois, sposata nel 1968 e madre dei tre figli di Robertson, e Julia Cameron. Richard Manuel, Rick Danko, Levon Helm e Garth Hudson – gli altri componenti della Band – compaiono di tanto in tanto sullo sfondo, come fratelli distanti di un sodalizio messo a dura prova da 16 anni di vita on the road e dalle varie tossicodipendenze.
La strana coppia di coinquilini immortalata nella bella foto di copertina condivide la casa con l’assistente di Scorsese, Steven Prince, noto al grande pubblico per la memorabile apparizione in Taxi Driver (è l’uomo che vende le armi a Travis/Robert De Niro) e la cui personalità travagliata di ex eroinomane fu l’innesco del documentario American Boy, girato da Scorsese nel 1978 (da cui Tarantino ha tratto ispirazione per la celebre scena dell’iniezione di adrenalina in Pulp Fiction ricalcata fedelmente su un aneddoto della vita reale di Prince).
La storia non ha una trama classica: si dipana piuttosto in un collage febbrile di episodi, dove aleggia un non detto tipico della maschilità tradizionale: mai accennare alle proprie debolezze e ai propri problemi personali. Si susseguono maratone di cult movie nel “cineforum” casalingo di casa Scorsese, con punk-rock (Sex Pistols, Ramones, Elvis Costello) sparato a tutto volume da un impianto hi-fi sempre più imponente, cene, party, hotel, viaggi e festival, e soprattutto assaggi di droga, conquiste amorose e laconici ripensamenti.
Robertson intrattiene diversi flirt: con Jennifer O’Neill, Geneviève Bujold (miglior amica di Dominique, che a sua volta si mette insieme con l’architetto di lei) e una giovanissima Carole Bouquet. Sophia Loren, invece, gli rifiuta le avance. Scorsese ha una relazione con Liza Minnelli e poi incontra Isabella Rossellini (che diventerà sua moglie). C’è anche un quarto uomo: il cuoco Dan Johnson, «un tipo grosso e massiccio del Kentucky, veterano del Vietnam», inviato personalmente da Francis Ford Coppola per prendersi cura degli amici allo sbando, non mancando di fornire alla truppa vino rosso italiano a volontà.
Il lavoro sul missaggio del film incontra ostacoli: Bob Dylan, preoccupato per la contemporanea uscita del suo Renaldo & Clara, esita a firmare la liberatoria, nonostante il suo ruolo cruciale nella nascita della Band. Neil Young, invece, è angustiato per la propria immagine: durante l’esecuzione di Helpless si vede chiaramente uno “sbruffo” (così nel testo) di cocaina sul naso e teme che i figli piccoli possano notarlo. Scorsese, il Maestro come ogni tanto lo chiama, ammirato, Robertson, spiega che tecnicamente si può rimuovere con la cosiddetta “mosca”, un processo laborioso usato per eliminare dalle pellicole i segni di droga sugli attori.

Forse il culmine della “lunga notte”, sorta di lost weekend di due celebrità trentacinquenne, avviene al Telluride Film Festival, quando Robertson nota che le banconote con cui Scorsese sta per pagare il conto di una colazione sono insanguinate dalle sniffate della notte precedente. La maratona per completare L’ultimo valzer ha portato il duo allo stremo.
Nel settembre del 1978, pochi giorni dopo il Telluride, Robertson viene invitato da Robert De Niro, che ha in progetto di raccontare la vita del pugile Jack LaMotta, a New Orleans per vedere un incontro di boxe con lo stesso Jack, sua moglie Deborah e l’amico Harvey Keitel. Una mattina squilla il telefono di Robertson: Scorsese ha avuto una grave crisi respiratoria ed è ricoverato a New York. Per sua fortuna – e della settima arte – il Maestro sopravviverà.
Insomnia è la presa d’atto della fine di un’era – l’«Ultima cena del rock», come ha chiosato lo stesso musicista canadese parlando del concerto al Winterland – e riflette l’amara constatazione della fine dell’innocenza: il tragico crinale causato dall’abuso di sostanze e dagli attriti personali non ha travolto solo la Band, ma anche la vita privata di Robertson, “motore” del gruppo.
Sia questo secondo volume che il primo condividono una caratteristica rara nell’autobiografismo: la totale onestà intellettuale nel riesumare imbarazzanti aneddoti con puro taglio narrativo, privo di moralismo o esibizionismo (anche se, in alcune occasioni, affiora una fisiologica dose di macho-autocompiacimento), sulle scene di abuso di sostanze stupefacenti, dove la cocaina diventa quasi un personaggio a sé stante, accanto al sesso e al rock and roll.
Dominique, che poi si riunirà a Robertson per un altro quarto di secolo (il musicista sposerà pochi mesi prima di morire, in seconde nozze, Janet Zuccarini, imprenditrice nel settore della ristorazione conosciuta nel 2018 recentemente coinvolta in dispute legali con i figli di lui), rimarrà in ottimi rapporti con il suo ex e sembra rammaricarsi un po’ del ritratto che emerge del padre dei suoi figli nelle pagine del libro, curandone una toccante postfazione. Se dovessimo usare una terminologia discografica, Insomnia è la B-side – forse non così riuscita, ma originalissima – di Testimony.















