A metà del Gold Album dei Weezer Rivers Cuomo sembra cantare certi pensieri che gli passano per la testa quand’è sul palco. “Sforniamo un’altra jam anni ’90”, recita una strofa parlata di C.E.O., “vorrei poter fare una cosa nuova / ma nessuno vuole sentirla / Vogliono solo i classici / e in fondo non li puoi biasimare / c’è qualcosa di speciale nella roba che facevi agli inizi”. Le parti di chitarra ricordano in qualche modo Undone (The Sweater Song), il che potrebbe essere parte integrante della battuta. Solo che non c’è nessuna battuta. Lo spiega Cuomo: «Mi hanno fatto già in passato la stessa domanda: sei ironico in Beverly Hills quando canti “What’s with these homies dissing my girl?”. Non lo sono affatto. Sono i pensieri che mi passano per la testa».
Il ritornello del pezzo dice “Here comes the C.E.O.”, ma all’inizio era “I’m the C.E.O.”. In entrambe le versioni, Cuomo canta del disagio che prova nel ritrovarsi, di fatto, a essere il capo dell’azienda Weezer Inc. «Mi sono ritrovato a ricoprire un ruolo che non si concilia con l’essere artista», racconta. «La canzone piaceva a tutti, ma quella frase non convinceva nessuno. Così abbiamo finito per proiettarla all’esterno: è come se avessi esternalizzato la parte del guastafeste». A un certo punto, il batterista Patrick Wilson ha proposto “I’m C-3PO”, un’idea che lo tentava parecchio.
Nel suo insieme Weezer (Gold Album), che uscirà il 21 agosto ed è co-prodotto da Kenny Blume (già noto Kenny Beats) e Klas Åhlund, parla proprio della decisione di Cuomo di rinunciare a cercare di controllare le cose ottenendo in cambio uno dei migliori dischi del gruppo di questo secolo. Gli altri musicisti hanno contributo alla scrittura – per la prima volta nella storia della band, Wilson ha scritto il primo singolo, ovvero Shine Again – e c’è un numero insolitamente alto di brani composti a più mani. «È una nuova fase di apertura e collaborazione», dice Wilson.
Cuomo ha iniziato a pensare di cambiare approccio l’anno scorso, quando la band stava girando un film che uscirà prossimamente e che è ancora top secret. «Era in pratica un progetto di improvvisazione comica, non mi ero mai divertito così tanto a lavorare con questi ragazzi. Facevamo improvvisazione, scherzavamo, era tutto incredibilmente divertente. Alla fine di quell’esperienza mi sono detto: se solo fare un disco fosse altrettanto divertente, un’esperienza così collaborativa, con tutti che si alimentano a vicenda con la propria energia e inventano cose sul momento… Così ho deciso di affrontare questo album con l’obiettivo di divertirmi alla stessa maniera».
Cuomo ha deciso di lasciare spazio a Wilson, l’unico altro membro fondatore presente nella band (Brian Bell è entrato verso la fine delle session dell’esordio, il bassista Scott Shriner è arrivato nel 2001). «L’istinto mi diceva fortissimamente di lasciare a Pat il timone, almeno per quanto riguarda l’estetica complessiva del disco. Io sono cresciuto ascoltando i dischi dei Metallica dove tutto è super preciso, quasi meccanico e avevo la sensazione che se avessimo fatto il tipo di album che uno come Patrick ascolterebbe, sarebbe stato perfetto per i Weezer».
Al posto di partire dai demo di Cuomo, Wilson ha proposto di passare qualche settimana in una sala prove, che sarebbe poi il soggiorno di casa di Dan Pawlovich, batterista dei Panic! At The Disco, mettendo in piedi le canzoni tutti assieme. «Suoniamo e vediamo cosa succede», dice Cuomo. «Meno chiacchiere e più rock».
Secondo Brian Bell, che è tra gli autori di The L.A. Sound, il pezzo che racconta i primi anni di tour della band, «abbiamo sempre fatto un lavoro di gruppo, che poi si venga accreditati sul disco è un altro discorso. Ma i Weezer suonano come suonano grazie ai suoi membri, solo che adesso lo celebriamo apertamente… La cosa bella di quest’album è che non è perfetto, non è in griglia al millisecondo come si fa con Pro Tools. Suona più naturale».
Wilson è riuscito a imporre la sua idea di registrare le parti di batteria senza click, un approccio raro nel 2026. «Oggi tantissima musica è programmata, super compressa e poco interessante. Quando non suoni seguendo il click ottieni un tipo di precisione diverso. Non voglio paragonarmi a Clyde Stubblefield, che è un genio assoluto, ma le registrazioni di James Brown sono precise in un modo in cui la musica messa in griglia non lo è. Respirano, si muovono, eppure tutto è perfettamente coeso». Gli piace pensare che il Gold Album, dal punto di vista sonoro, si collochi esattamente a metà strada tra i primi due album della band. «La cosa fantastica del Blue Album è che non c’è un grammo di grasso superfluo. Pinkerton è enfatico, esplosivo, laddove il Blue Album è incredibilmente concentrato. Ho la sensazione che questo disco rappresenti il miglior punto d’incontro possibile tra quei due».
Shriner racconta che tutti questi cambiamenti sono stati più che benvenuti, soprattutto rispetto ai dischi più recenti, nei quali il processo creativo era diventato impersonale. «Mentre facevano alcuni dischi prima di questo non ho visto praticamente nessun altro membro della band. Il produttore andava da qualche parte a Orange County per registrare Pat. Rivers aveva già inciso voce guida e chitarra. Brian aveva il suo turno prenotato, e io potevo presentarmi all’1, registrare il basso fino alle 4 e andarmene, al punto che entravo in studio senza aver mai nemmeno sentito i brani. Questa volta è stato tutto diverso». L’assenza del click fa sì che «nella musica ci sia una vitalità che non sentivo da un sacco di tempo… Credo che Pat abbia sempre desiderato lavorare così e Rivers ha cercato un punto d’incontro con gli altri, ha iniziato ad ascoltarli. Quando loro due vanno d’accordo e lavorano insieme, la band rifiorisce».
Cuomo ha contattato Åhlund per via del lavoro fatto con i Ghost. Åhlund ha proposto di coinvolgere Kenny Blume abbinando la sua tipica attenzione per la scrittura a quella che Cuomo definisce «l’energia brutale e grezza» di Blume. «Kenny è una specie di teppista colto», dice Shriner. «È alto più di due metri, un omone massiccio, fisicamente fa paura, e questa cosa mi piace. È uno che emana una forza incredibile, ha la competenza per sostenerla ed è un fan sfegatato dei Weezer. Per dirla con le sue parole, voleva realizzare il disco più violento della storia dei Weezer».
Blume ha spinto il suono delle chitarre verso il desert rock, affidandosi a un’arma segreta: un minuscolo amplificatore Gibson degli anni ’40, «una di quelle cose che a metà Novecento si potevano comprare da un catalogo Sears», dice Cuomo, che nel disco ha inserito ancora più assoli e fraseggi del solito. «Se lo porti al massimo del volume diventa devastante. Somiglia parecchio al suono delle nostre chitarre prima di registrare il Blue Album, prima di iniziare a lavorare con Ric Ocasek. È stato come tornare a casa».
Cuomo ammette che il successo a scoppio ritardato di Go Away, il duetto del 2014 con Bethany Cosentino dei Best Coast, lo ha spinto a trasformare quello che sarebbe diventato il secondo singolo dell’album, We Might As Well Be Strangers, in una collaborazione con Karly Hartzman dei Wednesday, che ha conosciuto grazie a Blume. Shriner era talmente affezionato alla versione originale del brano da opporsi all’idea del duetto. «Arriva qualcuno che non fa parte della famiglia, comincia a cantare e tu finisci per pensare che preferivi restare dentro al mondo di Rivers». Ha poi cambiato idea: «La canzone ha assunto una forma completamente diversa, adesso la trovo splendida».
Anche il pezzo che apre l’album, Say Yes (“Ho una sola, strana vita da vivere”) ha cambiato faccia lavorandoci su. «All’inizio si intitolava School Sucks, l’ho scritto pensando a mio figlio che fa le medie», racconta Cuomo. «Gli dicevo: “Lo so, i compiti fanno schifo, gli insegnanti fanno schifo, tutta questa roba fa schifo. Non preoccupartene”. Ma a quanto pare nessuno aveva voglia di sentirmi cantare “school sucks”». Anche se è cambiata, la canzone continua a essere dedicata al figlio. «Mettiamo addosso ai ragazzi una pressione enorme e cerchiamo di spaventarli per costringerli a fare cose noiose».
Il tour del gruppo partirà a settembre, in tempo per il trentesimo anniversario di Pinkerton, ma nessuno sembra interessato a festeggiare la ricorrenza, né sul palco né fuori. Cuomo ama quel disco, pur avendo detto il contrario nel corso degli anni. Bell, dal canto suo, sarebbe più interessato a festeggiare il trentesimo anniversario del Green Album del 2001, quando sarà il momento. Nel frattempo la band ha già iniziato a discutere della produzione e della scenografia del tour, durante il quale prevede di suonare ogni sera quattro o cinque brani tratti dal Gold Album.
«Riuscite a immaginare tutti e quattro noi che lavoriamo insieme, stiamo bene e siamo entusiasti di partire in tour?», chiede Shriner. «Pensate che succeda in tutte le band? È importante che tutti siano contemporaneamente così carichi. Da quando sono entrato nel gruppo non siamo mai stati così carichi e con una mentalità altrettanto positiva». Wilson è d’accordo: «Quale altra band della nostra generazione sta vivendo un momento creativo come il nostro? È come se il chi fosse stato sbloccato». Cuomo la mette in termini ancora più semplici: «Mi piace passare il tempo con questi ragazzi e fare lo scemo con loro. Da giovane lo dai per scontato. Adesso lo apprezzo davvero».
Bell si è presentato all’intervista con alcune riflessioni scritte in precedenza sullo spirito del titolo dell’album. «L’oro non rappresenta necessariamente quello che verrebbe spontaneo pensare, cioè avere una hit, i soldi o qualcosa di placcato in oro», legge dagli appunti. «È più simile al significato dell’espressione stay gold del personaggio di Ponyboy in The Outsiders, che in sostanza significa conservare il senso della meraviglia. Questo album parla proprio del ritrovare, come band, quel senso della meraviglia».















