Randy Newman, il gigante dimenticato | Rolling Stone Italia
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Randy Newman, il gigante dimenticato

Lo avete visto interpretare ‘You’ve Got a Friend in Me’ con Taylor Swift all’anteprima di ‘Toy Story 5’? Dovreste recuperare i suoi dischi. Nessuno ha cantato l’America come lui

Randy Newman, il gigante dimenticato

Randy Newman

Foto: Pamela Springsteen/Nonesuch

È una di quelle scene che fanno sorridere e immalinconiscono allo stesso tempo, un po’ come quando ascolti per la prima volta certe sue canzoni e non sai bene cosa provare. Randy Newman è entrato in scena al Dolby Theatre di Los Angeles in occasione della prima di Toy Story 5 e ha cantato You’ve Got a Friend in Me con Taylor Swift. Non ci è arrivato con le sue gambe, uomo e pianoforte sono stati fatti scivolare immobili eppure semoventi dal retro del palco. È parso forse impossibilitato a fare certi movimenti, invecchiato oltre i suoi 82 anni. Dopo quei tre minuti mi sono chiesto: ma la gente saprà chi è Randy Newman? Conosce i suoi dischi o solo le sue colonne sonore?

Newman è il gigante dimenticato della canzone americana. C’è stato un tempo, che è durato forse 10, massimo 15 anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80, in cui è stato amato e detestato, riverito e criticato. Spesso è stato frainteso. Non perché scrivesse utilizzando immagini ardite, costruzioni indecifrabili o una lingua difficile, ma perché cantava usando le voci degli altri tra cui razzisti, gente meschina, spacciatori di illusioni. Ha scritto canzoni che ti gettavano a terra e altre che ti facevano sorridere, ha inciso suonatine divertenti e pezzi epici, è stato sarcastico e sincero, furbo e tenero. Cantando così, ha cantato l’America.

Chissà che cosa pensavano i suoi concittadini, forse gli unici al mondo ad avere accesso a quel disco, quando nel 1968 ha pubblicato l’album d’esordio Randy Newman. La musica popolare ribolliva d’idee dopo l’estate dell’amore e questo californiano, nipote di grandi compositori per il cinema che aveva vissuto per un certo periodo a New Orleans, dettaglio biografico che conta nella sua musica, questo californiano dicevo appariva in copertina con lo sguardo duro, gli occhiali con la montatura spessa, la promessa di una musica non proprio giovane nel momento in cui essere giovani era tutto.

Non era un profeta della controcultura rock e nemmeno un cantautore confessionale. Scriveva canzoni guardando le storie da un punto di vista che gli altri non consideravano, sapeva conquistare ma anche mettere a disagio con poche parole e note di pianoforte. Come in Davy the Fat Boy su un bambino grasso ed emarginato. Lo riscattava nella canzone? Macché, prima di morire i genitori lo affidano a un personaggio, il narratore, che lo trasforma in un fenomeno da baraccone. Come dire: tenetevi le vostre confessioni e i vostri importantissimi sentimenti, qua c’è un autore che si allaccia alle tradizioni di Broadway e del Brill Building, delle musiche da film, delle canzoni in cui è lecito interpretare i buoni e i cattivi e tutto quello che c’è in mezzo.

Sail Away (2002 Remaster)

Il punto è che Newman si mette raramente dentro le sue canzoni, anche se ha fatto pure questo. Più tipicamente, le dà in affitto a gente che considera più interessante di lui, nel bene e nel male. Nessuna voce è affidabile, tutte vanno ascoltate. Anche quella del protagonista di Sail Away, un pezzo che ti commuove finché non realizzi che è cantato dal punto di vista di un trafficante di esseri umani. Siamo su una delle navi che portano gli schiavi dalle coste dell’Africa all’America, epoca indefinita, e lui su quella musica lì che ti fa venire il magone canta che “in America hai da mangiare, non devi correre nella giungla e graffiarti i piedi, ti basta cantare di Gesù e bere vino tutto il giorno, è fantastico essere americani”. E poi invita gli schiavi a salpare con lui, manco avessero la possibilità di scegliere. Non ha bisogno di fare proclami come gli impegnatissimi artisti-attivisti odierni, gli basta scrivere dal punto di vista “sbagliato” per fare a pezzi la retorica del sogno americano con una forza poetica che nessuno slogan in rima o senza può avere.

Non ci sono solo canzoni del genere nel repertorio di questo gigante, e difatti nello stesso disco di Sail Away c’era You Can Leave Your Hat On poi portata al successo da Joe Cocker e in quello di Davy the Fat Boy c’era I Think It’s Going to Rain Today che è stata rifatta un po’ da tutti, da Judy Collins a Peter Gabriel passando per Barbra Streisand e Nina Simone. Newman ha cantato i sentimenti e l’ha fatto in modo così scarno da fare a pezzi la retorica della canzone amorosa, ma non ha mai smesso di ritrarre un’America amata, ma sempre riformabile.

Forse in questo senso il capolavoro è l’album del 1974 Good Old Boys, il racconto del Sud degli Stati Uniti che passa dal tono sinceramente commosso di Louisiana 1927, sulla grande inondazione che in quell’anno ha tolto la casa a oltre mezzo milione di persone, a quello gioiosamente sarcastico di Rednecks dove racconta sia il razzismo di chi vive in quei posti, sia i pregiudizi della gente del Nord. E sì, la fa cantare a un altro narratore “sbagliato” che ammette che “siamo troppo stupidi per farcela in una città del nord”, ma che se non altro “sappiamo tenere i negri al loro posto”. Ovviamente ha fatto incazzare tutti.

Louisiana 1927 (2002 Remaster)

Forse il cortocircuito più noto e clamoroso è quello causato da Short People, che apre Little Criminals, il disco successivo a Good Old Boys. Anche qui la satira è talmente ben interpretata da sembrare una presa di posizione letterale. “Le persone basse non hanno motivo per vivere, hanno piccole mani e piccoli occhi, e se ne vanno in giro dicendo grandi bugie”, canta Newman in un pezzo che gli ha attirato boicottaggi e insulti. Nello stesso album c’era In Germany Before the War che inizia con una storia raccontata alla terza persona plurale, ma finisce con la prima singolare: il narratore è un pedofilo che uccide le sue vittime, quella che abbiamo conosciuto è una ragazzina che si era persa, capelli d’oro e occhi grigi.

La bellezza di queste canzoni sta anche nella loro ambiguità. Anche quando raccontano storie tremende sono stranamente poetiche. Resta il dubbio che in certi casi il cantante provi piacere nel calarsi nei panni dei suoi “cattivi”, ma in definitiva prima ci intrattiene e poi usa la nostra disapprovazione per farci vedere qualcosa del mondo. Non sembra interessato a chiarire le cose, un fatto impensabile in quest’epoca in cui tutto deve essere limpido e inattaccabile. Gli interessa piuttosto comprendere che cosa succede quando una canzone entra in collisione con la sensibilità del pubblico. Ascoltate Old Man: il protagonista è sul letto di morte di un uomo anziano (il padre?) e al posto di confortarlo il bastardo gli dice che “non ci sarà alcun Dio a consolarti, mi hai insegnato tu a non credere a quella bugia”, per poi invitarlo a non piangere perché tutti muoiono prima o poi.

Se da questo modo di scrivere sono uscite grandi canzoni è perché Newman è anzitutto un musicista in grado mettere assieme la raffinatezza del cantautorato californiano anni ’70 col gusto jazzato di New Orleans. Mentre i colleghi facevano musica per la pancia o, chiedo scusa, per il cuore, certe sue canzoni si trascinavano in modo indolente e a volte volutamente incerto, come una persona svogliata che trascina i piedi la mattina appena sveglio. Se New Orleans è la sua terra dei sogni, una Land of Dreams come da titolo di un suo album, Hollywood è la terra dell’immaginazione e dei denari, dove il suo talento di compositore di musiche ha trovato un approdo sicuro e felice anche quando le sue canzoni stentavano a trovare un pubblico vasto. È tutto un incontro di radici bianche e nere, rhythm & blues e tradizione orchestrale americana. Sono canzoni dove a volte personaggi minuscoli si muovono dentro arrangiamenti che non sembrano meritare.

Randy Newman - Short People (Official Video)

Col passare degli anni e col cambiamento delle mode la musica di Newman è stata spinta ai margini e a dire il vero si è appesantita, ha perso brio, il canto si è fatto quasi affaticato, le pubblicazioni sono state sporadiche, l’ultimo album di canzoni inedite Dark Matter è del 2017. Non ha però smesso di cantare l’America a modo suo come nel charleston del 2008 Laugh and Be Happy. Il narratore si rivolge a un gruppo di immigrati e li invita a sorridere ed essere felici, a non curarsi di quei bastardi (gli americani bianchi e 18 anni dopo anche noi, decisamente) perché “se credete nei sogni, finiranno per avverarsi”. Quando pensi che a raccontare questa storia sia uno stronzo degno dello schiavista di Sail Away, arriva il ribaltamento di significato: “Dovete sorridere ed esser felici, ridetegli in faccia perché molto presto prenderete il loro posto”. Ascolti e resti lì a pensare se è una cosa buona oppure no. Sono storie che ci parlano ancora ed è solo un aspetto del suo repertorio che conta una dozzina di album di canzoni da esplorare partendo suppergiù da metà anni ’70, molte colonne sonore e una dimensione parallela in cui ha dato voce e canto a giocattoli e automobili. Tutto si tiene forse perché, come dice Lucio Corsi, oltre ad essere un gran musicista e autore Newman ha il candore e la cattiveria tipici dei bambini.

Anni fa ha pubblicato una sorta di editoriale in musica chiamato A Few Words in Defense of Our Country, un fatto abbastanza inusuale per uno come lui. Pare lo abbia scritto dopo un tour europeo ed essersi reso conto dell’idea negativa che noialtri abbiamo dell’America (ed era il 2006 e mica c’era Trump). È allo stesso tempo una difesa e una critica al suo Paese e quindi implica un invito a non dividere ogni stramaledetta cosa in modo manicheo. Randy Newman ci ha fatto amare le sfumature, ci ha fatto capire che c’è del bene in quello che consideriamo male e che c’è del male nel nostro amato bene. Ci ha fatto pensare come bastardi, ci ha fatto capire che a volte i bastardi siamo noi. Le sue canzoni più controverse non chiedono adesione e nemmeno dissenso. Chiedono il tempo necessario per ascoltare anche le voci sbagliate. Ed è in quel tempo lì che succede qualcosa di grande.