Servono porzioni abbondanti da Gladstone’s, sulla spiaggia di Santa Monica. Roba da Godzilla. Il piatto con astice, vongole, cozze e gamberi basta a sfamare un’intera nazione in via di sviluppo ed è servito da una cameriera in microshorts evidentemente ossessionata dalle lampade abbronzanti. «Da quando abbiamo firmato con una major, ogni volta che c’è una riunione facciamo in modo che ci portino a mangiare l’astice», spiega ridendo Donita Sparks, la cantante delle L7. È effettivamente la cosa più punk che si possa fare.
«La cameriera è praticamente nuda», protesta la bassista Jennifer Finch, che indossa a sua volta un top corto che non è esattamente un esempio di castigatezza. Aggiungete l’ombelico col piercing, i tanti tatuaggi e la corporatura robusta e il risultato non è sexy, ma provocatorio. Le musiciste delle L7 sono, e ne sono fiere, le persone più strane che si trovano oggi da Gladstone’s. La batterista Dee Plakas ha i capelli di un verde acceso, la chitarrista Suzi Gardner indossa una di quelle giacche di pelle a toppe multicolor, orrende ma in modo allegro, di quelle che il revival degli anni ’70 ha reso di nuovo alla moda.
Sono diventate famose nell’epoca del grunge e delle riot grrrl, ma il loro spirito DIY e il loro atteggiamento da fanculo-a-tutti-quanti deriva dal punk-rock vecchia scuola. Ramones, Sex Pistols, X. Energia folle e rozza. Chitarre stridenti e sovversive che Sparks e Gardner brandiscono come armi. Testi duri e senza compromessi, figli di un femminismo feroce, alla Thelma & Louise nella scena in cui fanno saltare in aria l’autocisterma.
“Quante volte te lo devono dire, non c’è posto dove non andiamo” è il ritornello di Shirley, dal nuovo album Hungry for Stink, un omaggio alla pilota di drag Shirley Muldowney. «Che ci fa una bella ragazza come te a correre in un posto come questo?», chiede a Muldowney un giornalista nel campionamento tratto dal film Il cuore come una ruota. La risposta di Muldowney: «Vincere». Le L7 lo ripetono in loop: vincere, vincere, vincere.
«Era una cosa ironica, perché all’inizio facevano anche a noi domande del genere, di continuo», spiega Finch. «La donna nel mondo degli uomini, quelle stronzate lì». Le L7 non sono, sottolineano, foxcore, riot grrrl o ragazze-qualcosa. «Creare un genere a partire dal genere sessuale è orribile», dice Finch. «E il giornalismo contribuisce a perpetuare questa cosa. Spero che prima o poi le storie sulle L7 siano le stesse che si scrivono sui Nirvana o sui Cracker. Essere una donna comporta una certa unicità, ma non esageriamo».
Eppure le L7 si divertono a sbattere in faccia agli altri il loro essere donne, anche in senso letterale. Al festival di Reading del 1992 Sparks si è tolta l’assorbente interno sul palco e lo ha lanciato in mezzo al pubblico. La Tampax non ha ancora approfittato di questa straordinaria opportunità promozionale, ma la Midol – i cui prodotti contro i crampi mestruali compaiono nel rider dei concerti delle L7 – una volta ha mandato alla band una grossa scatola di prodotti gratuiti.
Le L7 sono unite da una solidarietà assoluta che una squadra di sport professionistico invidierebbe. Sigarette. Politica. Unità. Nelle L7 non ci sono star. Non concedono interviste individuali, né fanno servizi fotografici separatamente. Comunicano come una squadra, si completano le frasi a vicenda, mentre una battuta qualsiasi dà il via a un’altra delle loro innumerevoli gag interne. «Essere citate male capita spesso», dice Finch. «Questo articolo l’hai proposto tu o te l’hanno assegnato?», chiede con aria sospettosa. «Sei venuta da New York apposta per noi?». Le L7 proteggono il territorio.
Quando hanno iniziato, a metà degli anni ’80, provavano a casa di Maxine Nazworthy, la benevola ed eccentrica ereditiera della Max Factor che ha fatto da moderna mecenate a una generazione di punk di Los Angeles, tra cui Chemical People, Redd Kross e Down by Law. «Era ben strano andare a Beverly Hills per provare», dice Finch. «Molto ironico».
La bassista è l’unica nativa di Los Angeles del gruppo. Sparks e Plakas sono arrivate da Chicago, mentre Gardner è cresciuta a Sacramento, sempre in California. «Tutti quei perdenti che suonavano rock’n’roll nella mia città non avevano la minima idea di quello che stavano facendo», dice Gardner. «Sapevo che dovevo andarmene».
«Suzi era coinvolta nello scandalo dei Ragazzi del fiume», interviene Sparks. Si riferisce al film ispirato a un caso realmente accaduto, in cui un adolescente uccide la propria ragazza e porta gli amici a vedere il cadavere.
«I ragazzi del fiume è la perfetta rappresentazione dell’ambiente e dei ragazzi che frequentavo», dice Gardner.
«È stata Suzi a trovare il cadavere», dice Finch.
«Per poco quel cadavere non ero io», dice Gardner. «Lo giuro su Dio, ci sono andata vicinissima».
Poi per fortuna ha incontrato Sparks, sopportando per qualche anno bassisti e batteristi sfigati e sociopatici prima di trovare Finch e Plakas. L7 è uscito per la Epitaph nel 1988, seguito nel 1990 dall’EP per la Sub Pop Smell the Magic. Ma sono stati Bricks Are Heavy del 1992 e il suo singolo sorprendentemente commerciale Pretend We’re Dead a cominciare a far vendere i loro CD (si parla di oltre 250mila copie). Sono arrivate anche al cinema, interpretando una band chiamata Camel Lips nel film di John Waters La signora ammazzatutti. «Le Babes in Toyland erano impegnate», scherza Finch. «Siamo state onorate di farlo, perché siamo fan di John Waters da un sacco di tempo».
Ora le L7 si preparano all’estate del Lollapalooza, con una prevedibile impennata di vendite di Hungry for Stink. Si concedono qualche occasionale canzone stramba sull’amore e l’angoscia come Andres, ma sono i pezzi ribelli a fare dell’album un classico. “Gente come voi non fa che alimentare il mio fuoco!”, urla Sparks in Fuel My Fire su una base ritmica da montagne russe che riesce a essere allo stesso tempo aggressiva e gioiosa. “Gente come voi” sembra riferirsi a certi repubblicani e a stronzi di varia natura, ma il principale impegno politico delle L7 resta Rock for Choice, l’organizzazione pro-choice che hanno fondato nel 1991. Quest’estate sperano che possa avere uno stand tra quelli del Lollapalooza.
«Quando abbiamo fondato Rock for Choice», dice Sparks, «una delle cose che ci preoccupava di più era che Bush fosse alla Casa Bianca e rappresentasse un’enorme fetta di gente intenzionata a togliere i diritti alle donne. Da allora ci siamo concentrate su altre questioni, più legate alla base: in questo momento, i soldi di Rock for Choice servono a comprare apparecchiature di sorveglianza e giubbotti antiproiettile per il personale delle cliniche, che costano circa 2500 dollari l’uno».
Gli eventi benefici di Rock for Choice organizzati in tutto il Paese hanno raccolto molti soldi per il Fund for the Feminist Majority. «Più di quanto ci eravamo prefissate», dice Sparks. «Ma a Pensacola, in Florida, abbiamo fatto un concerto enorme coi Pearl Jam e abbiamo raccolto pochissimi soldi perché organizzarlo è costato tantissimo, e le forze dell’ordine di Pensacola hanno insistito per avere un numero enorme di addetti alla sicurezza. È un posto da good old boys. Del resto altrimenti avrebbero cancellato il concerto».
A volte ai loro concerti si presentano proprio quei good old boys, ma senza ottenere risultati. «Ogni tanto capita qualcuno che urli: “Facci vedere le tette!”», dice Finch imitando alla perfezione i tipi di Beavis and Butt-Head. «Ma siamo noi dalla parte del microfono. Mettersi contro di noi è ridicolo».
Nella sfida tra le L7 e gli astici a Gladstone’s alla fine vincono i secondi. Gli avanzi tornano a casa amorevolmente avvolti in strane creature fatte con la carta stagnola. «Ho appena insultato l’artista della carta stagnola chiamando tacchino la sua balena», dice Plakas.
«Mi chiedo se sia davvero un artista della carta stagnola e se abbia risposto a un annuncio per artisti della carta stagnola», dice Finch, «e se a casa pratichi meno la sua arte in stagnola perché deve farla al lavoro».
Probabile che le L7 mangino gli avanzi. Saranno pure delle rockstar, le loro finanze non sono granché migliorate. Gardner parla con nostalgia della sua Cadillac del ’73, che avrebbe bisogno di 2500 dollari in riparazioni. Plakas guida uno scassone pieno di adesivi sul paraurti. «All’aeroporto ci accompagna ancora mio padre», dice Finch. «In un certo senso è il papà di tutta la band, perché è di qui. Ma quando andiamo nelle città delle altre ragazze, la mamma di Suzi ci porta a mangiare a un buffet e la mamma di Dee cucina per noi. Anche la mamma di Donita cucina per noi».
Le L7 hanno intravisto il futuro quando sono andate in tour in Brasile e in Giappone per promuovere Bricks Are Heavy e sono state accolte da folle adoranti, com’è tipico di quei luoghi. «All’inizio è una novità, poi diventa una rottura di palle», dice Gardner. «I fan brasiliani sono molto più aggressivi. In Giappone se ne stanno lì davanti al tuo hotel per ore e, quando esci, ti sorridono per capire se ti va che si avvicinino».
«In Brasile ti strappano i capelli», dice Plakas.
«Devi dirgli di darsi una calmata e di solito ti ascoltano», dice Finch.
«Non in Brasile», dice Sparks.
«Perché non parlano inglese», dice Finch.
«Inseguivano il nostro bus per strada», dice Gardner.
«Volevano i nostri mozziconi di sigaretta», dice Finch.
Ora che sono più o meno delle star, le L7 si sentono più sicure nell’avvicinare le celebrità. Finch si è imbattuta di recente in Angelyne, la wannabe Jayne Mansfield dalla scollatura esplosiva e dalla cotonatura color platino che si è vista per anni sui cartelloni pubblicitari di Los Angeles. Finch le ha chiesto di farle un autografo e di aggiungere «Buona fortuna per il Lollapalooza».
«Ha detto (Finch imita Angelyne, nda): “Ho appena fatto un’intervista per un Lollapalooza”. E io: “Sul serio? Perché, sai, è una serie di concerti”.“Sei in una band? Se vi serve qualcuno per un video, ecco il mio biglietto da visita”. È stato uno strano incontro».
Ci pensa su e ride. «Ma mi è piaciuta. Ho visto molto di noi in lei, tra vent’anni, con la sua Corvette rosa…».
Dal numero dell’11 agosto 1994 di Rolling Stone US.









