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Quando l’America chiama, Springsteen risponde

‘Streets of Minneapolis’ si inserisce in una lunga tradizione di canzoni di protesta. La massima autorità morale del rock americano ci dice che le morti di Renee Good e Alex Pretti non sono cronaca, ma storia

Quando l’America chiama, Springsteen risponde

Bruce Springsteen

Foto: Danny Clinch

È una delle pagine più note della mitologia springsteeniana, una storia raccontata più volte, lo fa anche lui nell’autobiografia. È il tardo pomeriggio dell’11 settembre 2001. Dal Rumson-Sea Bright Bridge, nel New Jersey, Springsteen guarda la colonna di fumo alzarsi dalla punta di Manhattan. Lui e decine di milioni di altri americani hanno passato la mattina impietriti di fronte alla tv «a contemplare l’inimmaginabile». Dopo avere guardato l’orizzonte in spiaggia in un silenzio apocalittico, sale in auto per andare a prendere i figli a scuola. «Una macchina proveniente dal ponte mi è schizzata davanti col finestrino abbassato. “Bruce, abbiamo bisogno di te!”, ha gridato la persona alla guida». Da quella frase, da quell’invito, da quella richiesta di aiuto sono nate le canzoni di The Rising.

Forse questa volta non c’è stato bisogno di un appello del genere. Il 24 gennaio Alex Pretti è stato ucciso dagli agenti dell’ICE, la seconda persona dopo Renee Good a morire per le strade di Minneapolis per mano degli agenti dell’immigrazione. Quello stesso giorno Springsteen ha scritto Streets of Minneapolis, l’ha registrata martedì 27, l’ha pubblicata il 28 «in risposta al terrore di Stato che si sta abbattendo sulla città». È una instant song, non siamo più abituati ad ascoltarle, ma un tempo erano un formato molto usato nel folk, canzoni scritte sull’onda dell’emozione o della giusta indignazione per un fatto di cronaca di cui si è letto magari su un giornale. Bob Dylan, per esempio, scrisse The Lonesome Death of Hattie Carroll dopo la blanda sentenza di condanna ad appena sei mesi di William Zantzinger, “che a 24 anni possedeva una fattoria di tabacco di 600 acri”. Aveva ucciso Carroll, una cameriera di colore che “aveva 51 anni e aveva dato alla luce 10 bambini, serviva i piatti e buttava via la spazzatura, e non si era mai seduta a capotavola”.

Sono canzoni per chi a capotavola non c’è mai stato. Contengono nomi e cognomi, elenchi di fatti, spesso l’indicazione di date e luoghi precisi. Non pretendono di abbracciare l’esperienza umana, ma di raccontare un episodio e di tirare una linea tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. A volte servono a ristabilire una verità, ridare umanità a uomini e donne, fotografare l’esistente, raccontare storie dimenticate, unire comunità disgregate dalla violenza. Il carattere molto specifico del loro oggetto, che non è mai genericamente la politica o il lavoro, il razzismo o la pace, può portare a dimenticarle una volta spentasi l’eco dei fatti. Restano se l’autore è in grado di caricarle di una forza espressiva superiore e diventano testimonianza come Hurricane di Dylan, con la descrizione incredibilmente dettagliata (anche se non precisissima) del caso di Rubin Carter. Oppure Ohio di Crosby Stills Nash & Young sui quattro studenti uccisi dalla Guardia nazionale nel maggio 1970 alla Kent University. Una volta i testi venivano pubblicati su riviste underground prima ancora che il pubblico sentisse le canzoni. Oggi c’è lo streaming.

Non sono inni alla Power to the People, sono singing journalism (giornalismo di parte, ovviamente) e hanno consentito a generazioni di ascoltatori di scoprire chi sono stati William Worthy e Medgar Evers oppure cos’è successo a Ludlow nel 1914. Allo stesso modo, Springsteen canta che “ricorderemo i nomi di chi è morto per le strade di Minneapolis”. Se vi sembra di avere già sentito Streets of Minneapolis è perché contiene mille altre canzoni, l’armonica a bocca di certi inni alla terra promessa di Springsteen, il gospel civile di Chimes of Freedom con cui ha chiuso tanti concerti e il tono accorato ma mai sopra le righe di Desolation Row, e pure la sua melodia di quest’ultima. Nicollet Avenue è una specie di desolation row e in fin dei conti l’evocazione di Dylan ci sta, è del Minnesota.

Oltre all’ambientazione e l’annotazione del clima (“ice”, non a caso), ci sono immagini che sembrano messe lì per raccontare fra 30 anni che cos’è successo a chi non ne sa niente, come “l’esercito privato di Re Trump” che scende in città per “far rispettare la legge, o così dicono”. C’è un pizzico di poesia, le impronte insanguinate là dove avrebbe dovuto esserci misericordia, e la mancanza di pietà per le due vittime “lasciate morire nelle strade innevate”. C’è la rassicurazione di Springsteen che è la stessa di mezza America: “Minneapolis, sento la tua voce”.

Bruce Springsteen - Streets Of Minneapolis (Official Lyric Video)

Nell’ultimo tour Bruce Springsteen diceva, lo ha fatto anche a San Siro, che «questa sera chiediamo a tutti voi che sostenete la democrazia e il meglio dell’esperimento americano di unirvi a noi, di alzare la voce e di opporvi all’autoritarismo». Una decina di giorni fa ha dedicato Promised Land a Good, «madre di tre figli e cittadina americana», dicendo che probabilmente è una delle sue canzoni migliori, «un’ode al senso di possibilità americano, per il Paese meraviglioso ma imperfetto che siamo e per il Paese che possiamo diventare. Viviamo tempi incredibilmente critici. Gli Stati Uniti, gli ideali e i valori che hanno rappresentato per 250 anni sono messi alla prova come mai prima in epoca moderna. Quei valori e quegli ideali non sono mai stati tanto in pericolo come lo sono adesso. Se credete nella democrazia e nella libertà… se credete che la verità conti ancora e che valga la pena prendere posizione e lottare… se credete nella legge e nel fatto che nessuno sia al di sopra di essa… se vi opponete a truppe federali armate e col volto coperto che invadono le città americane usando tattiche da Gestapo contro i nostri concittadini… se credete di non meritare di essere uccisi per aver esercitato il vostro diritto di protestare… allora mandate un messaggio a questo presidente».

È da vedere se Streets of Minneapolis saprà farsi apprezzare anche fuori dal gio degli appassionati, dei giornali e dei tg, degli springsteeniani per i quali sentire è eccitante Patti Scialfa e l’E Street Choir (non ci giurerei, ma sembrano proprio loro) cantare in coro “ICE out now!”. È certo però che mettendoci la sua autorevolezza, il suo peso morale nella storia e nel presente del rock americano, con questa canzone Springsteen ci ha detto che le morti di Good e Pretti non sono più cronaca. Sono già diventate storia. Quando Springsteen canta dell’“inverno del ’26” come un tempo i folksinger ci raccontavano fatti avvenuti negli anni ’60 ci ci sta dicendo che non c’è bisogno che il tempo decida da che parte sta il torto e da che parte la ragione. Chi è al potere “evoca l’autodifesa” e dice di “non credere ai vostri occhi”, recita un passaggio dove riecheggia una citazione di 1984 di George Orwell che è molto girata sui social dopo che i video dei due omicidi hanno smentito le tesi, anzi “le sporche bugie” di Trump, Kristi Noem e Stephen Miller: “Il partito ti diceva di rifiutare l’evidenza dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Era il loro comando finale, più essenziale”.

Qualcuno sta dicendo che Springsteen dovrebbe pensare a cantare, che anche Obama deportava gli immigrati, che essendo milionario non ha alcun diritto di prendere le parti di chicchessia. Non è niente di nuovo. Quando ha scritto American Skin (41 Shots) dopo la morte di Amadou Diallo, l’immigrato di colore crivellato di colpi da quattro agenti di polizia di New York, si è preso fischi e offese. S’è persino creata una frattura con le forze di polizia, che allo Shea Stadium si sono rifiutate di scortare all’uscita lui e la E Street Band. Un giorno passeggiando per Red Bank, nel suo Jersey, gli si è avvicinata una vecchietta di colore e gli ha detto una cosa valida ieri come oggi: «Quelli non vogliono sentire la verità».

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