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Quando Johnny Cash era un morto vivente

È l’ottobre 1967 e il gigante della musica americana decide di farla finita. Fatto e distrutto, si addentra in una grotta del Tennessee con l’idea di non uscirne più, e invece... Un estratto del libro ‘Johnny Cash. L’uomo in nero’

Quando Johnny Cash era un morto vivente

Johnny Cash (1932-2003)

Foto: CBS Photo Archive/Getty Images

Un giorno di ottobre lasciò la sua casa a Hendersonville, nel Tennessee, e guidò verso Est per circa un’ora. Parcheggiò la sua vecchia Jeep sul ciglio della strada, poi barcollò tra rovi e sterpaglie fino all’ingresso della caverna. Entrò nell’oscurità della grotta finché non riuscì più a camminare. Allora si mise carponi e strisciò finché non riuscì più nemmeno a strisciare. Come un animale ferito, stava cercando un posto dove morire. Quell’oscurità che abitava Johnny Cash non poteva essere spiegata dai predicatori delle vecchie radio gospel che ascoltava da ragazzo. Era qualcosa che veniva da un antro più profondo. Ne parlava nelle sue canzoni, come Folsom Prison Blues, quando cantava di aver sparato a un uomo a Reno non per una donna o per un duello in una strada polverosa, ma solo per guardarlo morire. La brutalità cupa di Folsom Prison Blues non perdeva tempo a giustificarsi o a cercare scuse malinconiche. Non era vendetta né gelosia: era morte per il gusto della morte. Era il lato da murder ballad di Cash.

C’era poi un’altra ballata in cui una donna di nome Delia veniva uccisa. Ma c’era un dettaglio – c’era sempre un dettaglio in quelle murder ballad. Alla fine delle canzoni, Johnny raccontava sempre il senso di colpa che l’assassino provava in seguito. Ogni volta che pensa all’uomo ucciso a Reno, abbassava la testa e piangeva. Quando la Legge aveva finalmente raggiunto l’assassino di Delia, questi implorava il carceriere di aiutarlo, piangendo perché non riusciva a dormire: tutto intorno al suo letto sentiva il ticchettio dei passi della donna. Il senso di colpa era sempre presente, ed era proprio quella ferita sanguinante dell’anima che rendeva comprensibile a tutti la brutalità del peccato.

Johnny Cash aveva vissuto per anni sulla strada, e il suo viaggio pareva finito. Era fatto, distrutto, e non aveva più idea di chi fosse. Di lui non erano rimasti che “pelle e ossa”, come disse lui stesso. Pensava che, nelle profondità nere della caverna di Nickajack, avrebbe potuto mettere fine alla sua vita e che nessuno avrebbe mai trovato il suo corpo consumato. Solo Dio avrebbe saputo dov’era, ed era pronto a lasciare che Dio lo mettesse «dove mette le persone come me», come scrisse poi nella sua autobiografia. Quel senso di colpa lo aveva completamente sopraffatto e sentiva che per lui non c’era più redenzione. Non aveva più il controllo: la morte era l’unico modo per far cessare il dolore per ciò che era diventato. Voleva essere inghiottito dalla quieta oscurità della terra, il freddo, materno abbraccio della morte. Si era steso lì, pronto a sparire.

«Ormai prendevo letteralmente manciate intere di anfetamine, alternandole ai barbiturici che mi servivano per dormire e per ridurre gli effetti indesiderati dell’assunzione di stimolanti. Continuavo a cancellare tappe e sessioni di registrazione, e non riuscivo più a cantare perché avevo sempre la gola secca a causa delle pillole. Ero dimagrito moltissimo, pesavo solo settanta chili, che per un uomo alto più di un metro e ottanta è davvero poco. La mia vita era scandita da visite continue a celle di prigioni e a stanze di ospedali a causa di incidenti stradali. Ero la perfetta definizione di un morto vivente, e in effetti era esattamente così che mi sentivo. Ormai stavo raschiando il fondo del barile. Agli inizi di ottobre del 1967 decisi che ne avevo abbastanza. Non dormivo e non mangiavo da giorni e il J.R. del passato era ormai un lontano ricordo. Non mi sentivo più un essere umano. Decisi che non volevo vedere più l’alba del giorno successivo, sentivo di aver sprecato la mia vita e di essermi allontanato così tanto da Dio che per me ormai non c’era più speranza. Sapevo quel che dovevo fare. Sarei andato alla caverna di Nickajack, lungo il fiume Tennessee, a Nord di Chattanooga, e avrei lasciato che il Signore mi prendesse e facesse di me quello che voleva».

(…)

Johnny sollevò la testa. Iniziò a muoversi. Non aveva idea di come uscire dalla grotta, ma strisciò in qualunque direzione riuscisse a trovare, tastando il terreno davanti a sé con le mani. Presto sentì una corrente d’aria sulla schiena, si voltò e seguì quel vento finché non vide una luce. Nella sua autobiografia si soffermò a lungo sull’episodio.

«Realizzai che però, da un punto di vista pratico, uscire da quella situazione presentava dei problemi. Ero avvolto dal buio più completo, e non avevo la più pallida idea di dove mi trovavo. Senza un minimo indizio, una luce, un rumore che potesse guidarmi verso l’uscita, come sarei riuscito a sfuggire alla morte che avevo tanto desiderato? Non ero in grado di dare una risposta, ma inconsciamente iniziai a muovermi, strisciando lentamente verso una direzione indefinita mentre tastavo il terreno con le mani per evitare di precipitare in qualche voragine. Non saprei dire quanto tempo trascorse, ma a un certo punto sentii un soffio di vento sulla schiena e capii che, se avessi seguito la direzione da cui veniva l’aria, avrei trovato l’uscita. Iniziai a intravedere un barlume di luce e alla fine raggiunsi l’entrata della caverna. Quando uscii, trovai June e mia madre che mi aspettavano fuori con un cesto di cibo. Ero confuso. Pensavo che June fosse in California. In realtà non mi sbagliavo, June era in California, ma aveva avuto la sensazione che qualcosa non stesse andando per il verso giusto, ed era venuta a cercarmi».

«Mentre tornavamo in auto verso Nashville, dissi a mia madre che era stato Dio a impedirmi di suicidarmi. Le dissi che da quel momento in poi non avrei più agito contro la Sua volontà e che l’avrei fatta finita con la droga. Quella volta non mentivo. Nei giorni seguenti passai dalle crisi di astinenza al pieno recupero delle forze. Mi rinchiusi nell’unica stanza che avevo arredato nella mia nuova casa, la villa di Old Hickory Lane. June, sua madre e suo padre si presero cura di me per tutto il tempo, impedendomi il contatto con quelle amicizie con cui condividevo cattive abitudini. June aveva contattato il dottor Nat Winston, commissario della sanità pubblica per lo Stato del Tennessee, e Nat veniva a trovarmi ogni giorno, fornendomi il supporto necessario per affrontare le crisi d’astinenza. All’inizio fu davvero dura. Nella mia precedente autobiografia, Man in Black, ho descritto un fenomeno che si ripeteva ogni notte alle tre del mattino per i primi dieci giorni che passai a letto. Ogni notte era un incubo. Avevo dei dolori fortissimi allo stomaco, penso fossero dovuti al fatto che quello era l’organo più segnato da anni di assunzione di anfetamine. Passavo la notte a rotolarmi nel letto cercando la posizione migliore per sopportare i crampi, e alla fine in qualche modo riuscivo a addormentarmi. Poi all’improvviso avvertivo una strana sensazione, come se qualcuno stesse soffiando una bolla di vetro incandescente nel mio stomaco. Avevo gli occhi chiusi, ma la sentivo crescere lentamente dentro di me, fino a raggiungere le dimensioni di una palla da basket. A quel punto mi sentivo staccare dal letto e sollevare in aria. Ero in uno stato di dormiveglia, e non riuscivo ad aprire gli occhi, ma mi sentivo galleggiare in aria, sempre più in alto, fino a raggiungere il soffitto e ad attraversare il tetto. Allora era come se quella bolla di vetro esplodesse all’improvviso e migliaia di schegge di vetro impazzite percorressero ogni angolo del mio corpo attraversando ogni vena, ogni poro della mia pelle».

«Alla fine sentivo che lentamente ritornavo nel letto e mi risvegliavo. Per un po’ mi rigiravo senza riuscire a riprendere sonno ma, quando mi addormentavo di nuovo, quell’incubo ricominciava da capo. Era un tormento e ogni volta avrei voluto urlare con tutte le mie forze, ma non ci riuscivo. Oltre a questo, soffrivo di nuovo di tutti i dolori che nel passato mi avevano tormentato, mi sembrava di essere costantemente trafitto da migliaia di spine, o di avere qualcosa che si muoveva sottopelle. Alla fine, dopo molto tempo e molte ricadute, riuscii a sentirmi meglio e a ritrovare un legame con Dio».

Cash non era mai riuscito a perdonarsi per ciò che era diventato, ma nell’oscurità di quel buco profondo senza stelle e senza uscita capì che Dio non lo aveva abbandonato. Il simbolismo tradizionale racconta che quegli spazi neri e umidi sotto la terra sono il luogo di un metaforico ritorno nel grembo materno, in cui avviene la regressione a quel “non essere” – quindi la morte spirituale – necessario al divenire “essere”, la non esistenza che precede la nascita, il venire al mondo. Scendere nelle profondità – come l’Inferno di Dante insegna – rappresenta un cambiamento di stato per l’uomo, e la riemersione simboleggia la rinascita, la conquista della luce, per i propri occhi mondani ma anche per la propria anima.

La storia di Johnny Cash nella Nickajack Cave si inserisce perfettamente in questo simbolismo ancestrale ancora prima che cristiano. Entrò nella grotta come il peggiore dei junkie, distrutto, logorato dalla strada e con un profondo buio nel cuore. Entrò come un uomo colpevole, al termine dei suoi passi, ma ne riemerse salvato, pronto per riprendere il cammino.

Dopo settimane di disintossicazione e preghiere, fu persino in grado di tornare a suonare di fronte al suo pubblico. Nessuno pensava che ci sarebbe riuscito in un tempo così breve. Qualcuno addirittura pensava che fosse anche a causa della musica che si fosse ridotto in quello stato. «L’11 novembre 1967 fui nuovamente in grado di affrontare un pubblico, a un concerto organizzato presso il liceo della mia città natale, Hendersonville. Prima dell’inizio ero terrorizzato, ma rimasi sconcertato quando capii che affrontare il palco senza l’aiuto delle droghe non era così difficile come avevo sempre pensato. Quella sera ero completamente rilassato. Mi misi perfino a scherzare con il pubblico tra un brano e l’altro. Fui sorpreso di me stesso. Ma quello che accadde negli anni successivi fu ancora più sorprendente. La sobrietà mi ha fatto bene. Dio ha fatto più che parlarmi. Si è rivelato in tutte le persone intorno a me, negli amici e nei miei famigliari. La gioia più grande della mia vita è stata aver capito che finalmente non ero più lontano da Lui. È il mio consigliere, la roccia su cui posso fare sempre affidamento».

«Non ho mai considerato seriamente l’idea di togliermi la vita. È vero, come vi ho raccontato, che mi sono addentrato nella caverna di Nickajack con quell’intenzione, ma non era un vero e proprio tentativo di suicidio, e Dio non mi ha permesso di farla franca tanto facilmente. Ci sono state però parecchie occasioni in cui sono arrivato vicino alla morte. È successo molte volte, specialmente quando abusavo di psicofarmaci, più di quanto mi possa ricordare. Mentre strisciavo fuori dalle carcasse delle innumerevoli macchine che avevo distrutto, sapevo bene che l’avevo scampata per un soffio, ma in molte altre situazioni sono arrivato al punto che sarebbe bastato qualche milligrammo di sostanze in più a decidere il mio destino».

Tratto da Johnny Cash. L’uomo in nero di Luca Garrò (Diarkos).