Quando i Cure hanno riscritto le leggi del desiderio | Rolling Stone Italia
Home Musica Storie

Quando i Cure hanno riscritto le leggi del desiderio

Cosa c’è di buono e cosa manca nella riedizione di ‘Wish’, l’album diviso tra leggerezza pop e abissi dissonanti che nel 1992 ha chiuso la fase più creativa della band di Robert Smith

Robert Smith dal vivo coi Cure nel 1992

Foto: Gie Knaeps/Getty Images

Siamo a novembre 2022 e dopo tanti anni e tante promesse non c’è ancora traccia del nuovo album dei Cure. Eppure il Lost World Tour prende il titolo del futuro nuovo lavoro Songs of the Lost World e molti inediti di pregio hanno fatto capolino nelle set list, suggerendo che è tutto pronto. Stavolta potrebbe esserci un motivo tangibile per questa ulteriore procrastinazione, ovvero l’uscita oggi della riedizione di Wish in versione deluxe per il trentennale, rimasterizzato da Robert Smith e Miles Showell e con una serie di chicche mai ufficialmente pubblicate fino ad ora. Uscita che ha subìto altri ritardi dovuti alla pandemia e alla conseguente trasformazione dell’economia discografica.

Wish esce nel 1992, tre anni dopo l’osannato Disintegration. È un momento delicatissimo per il gruppo, che potrebbe sbagliare tiro e pubblicare una monnezza, inebetito dall’interesse del pubblico mainstream nei suoi confronti. In effetti qualcuno dopo il tour di Disintegration molla a causa della pressione, e stiamo parlando di Roger O’Donnell i cui intarsi alla tastiera avevano caratterizzato le atmosfere dell’album dell’89. È un evento chiave, poiché in ragione di ciò Wish non sarà il sequel di Disintegration, ma in un certo senso la sua negazione. Relegate le tastiere a interventi essenziali, il grosso del sound del disco è fatto da un fiume di chitarre. Ma che dico fiume, una montagna: di distorsioni, feedback, corde “detunate” atte a simulare effetti di chorus naturali, accordature all’unisono, maltrattamenti vari e chitarre preparate. Ma anche risonanze scintillanti che ricordano le Rickenbacker dei Byrds nella migliore tradizione jangle pop anni ’60. Insomma, un disco parecchio rumoroso, ma nel quale c’è anche spazio per la canzone: un lavoro diviso tra leggerezza cristallina e abissi dissonanti.

Se Disintegration era tutto sommato un monolite compatto, Wish è un diamante nero dalle molteplici facce che riflette un concetto ben preciso: quello del desiderio. Quest’ultimo può essere cocente, devastante, una ragione di vita che proietta nel futuro. Può non realizzarsi mai ed essere percepito con rassegnazione, può essere frustrante e può invece materializzarsi ed essere vissuto con passione incredula. Nel caso dei Cure, i desideri si erano in fondo realizzati appieno e questa cosa mette in paranoia Smith, conscio del fatto che una soddisfazione completa di determinati capricci implica la morte dell’anima. O almeno, è un rischio.

Ecco perché per capire il disco bisogna forse ascoltarlo al contrario, dall’ultima traccia. End è il racconto della vetta raggiunta dalla band inglese della quale Smith intravede il crepaccio: “Smettete di amarmi perché non sono nulla di quello che credete”. È una delle ultime canzoni scritte per il disco, pensata appositamente come tassello fondamentale a dare coerenza al lavoro, e in pratica forma un uroboro con la traccia di apertura, la didascalica Open, nella quale con spietato autobiografismo viene narrata la vita da rockstar, incastrata in party mondani e situazioni grottesche. Il musicista, prima outsider, è diventato un vip e viene risucchiato dallo showbiz in una spirale di eccessi e superficialità che ne obnubilano le facoltà mentali.

Al primo ascolto si rischia di farsi un’idea piuttosto scontata del perché Wish suona in un certo modo: è il 1992, il grunge e il noise rock americano hanno preso piede, l’indie inglese sforna giovani band a rotta di collo e lo shoegaze impera con la sua effettistica esasperata. In tutti questi casi l’uso della chitarra è forsennato, massiccio, portato all’estremo. I Cure, da bravi zii, vogliano saltare sul nuovo carrozzone per non restare indietro, no? La realtà è un’altra: i Cure si riprendono quello che le nuove leve gli hanno scippato. Chiaro, si tratta di ispirazione reciproca, ma i Cure non devono fare altro che reinventare quello che hanno già inventato: il trucco è concentrarsi sui dischi come Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me, in cui gli arrangiamenti parlano una lingua che permette equilibrio tra esaltazione e claustrofobia, chitarrismo e sintetizzatori. E Wish è esattamente questo: un lavoro bipolare che oscilla tra due emisferi.

La riedizione nasce fondamentalmente per documentare il processo creativo che ha portato al disco. La fonte d’ispirazione sono due brani in particolare: Mesmerise dei Chapterhouse e Human degli Human League. Smith la ascolta la prima canzone venti volte al giorno e, nel suo mix di pianini, chitarre jangle e atmosfere dream, esercita una tangibile influenza soprattutto in High, A Letter to Elise o in B side come Halo (ma ricordiamo che i Chapterhouse un anno prima avevano semiplagiato In Between Days nella loro Breather). La seconda è più una suggestione sul lato melodico/armonico degli interventi vocali e sul respiro/vuoto tra ritmica e resto degli elementi. E a questo proposito, i brani di Wish inizialmente suonavano diversi, più lenti, dilatati e orientati a un baggy sound “intimista”, sicuramente con meno impatto delle versioni che conosciamo, ma non per questo privi di fascino introverso.

L’edizione deluxe permette di immergersi nell’evoluzione del suono concentrandosi sugli strumentali. Ottima è l’idea di digitalizzare ufficialmente la cassetta Lost Wishes, all’epoca stampata in edizione limitata per il fan club, che conteneva estratti dalle session di Wish fino ad allora irreperibili. Ci sono altri ghiotti strumentali conosciuti dai fan più accaniti tramite il bootleg Music for Dreams, come doveva chiamarsi uno dei lati di Wish in lavorazione. In queste tracce ci sono altri spunti davvero micidiali, come ad esempio Abetabw, fino ad oggi conosciuta come Bastard, che contiene il miglior giro di basso di sempre.

A questo proposito, ascoltando questo flusso compositivo, si nota come il lavoro sia di gruppo e non relegato al singolo Smith. Molti di questi brani non hanno testo o melodia vocale perché il cantante non riusciva a far loro giustizia, è vero, ma musicalmente reggono anche senza di lui. Nei pezzi ufficiali di Wish troviamo ad esempio la mano di Simon Gallup o di Perry Bamonte, qui per la prima volta in formazione dopo essere stato per anni un fedele roadie. La sua presenza non va sottovalutata ed è un altro punto di innovazione, in quanto sostiene le parti chitarristiche di Smith con uno stile tanto a lui simile quanto più rozzo e dal punto di vista tastieristico introduce un andazzo minimale a differenza del “barocco” O’Donnell. Dalle dita di Bamonte nascerà uno dei brani migliori del lotto, ovvero Trust, il cui giro di piano è da antologia. Da questo punto di vista l’edizione deluxe chiarisce meglio alcuni punti oscuri, amplia la gamma di possibilità che Wish rappresenta per l’ascoltatore, di modo che anche i più scettici potranno ricredersi e accoglierlo come uno dei picchi creativi dei Cure.

Ma ci sono anche dei difetti in questa nuova edizione. Innanzitutto il master: non ce ne voglia Smith, ma alle nostre orecchie l’originale suona più massiccio. Il cantante si lamentava all’epoca di non essere riuscito a prendere il controllo della masterizzazione, e detestava il fatto che il volume fosse troppo alto, al limite della saturazione, in un certo senso anticipando la loudness war. In realtà la resa era esplosiva, granitica e adatta a un certo tipo di estremismo sonico che ben si addice a un disco guitar oriented. Il master odierno ne ampia invece lo spettro, risultando più “aperto”, luccicante e forse più leggero, rispettando la sacrosanta ricerca della dinamica ma nello stesso tempo rendendolo forse troppo “ascoltabile”.

È incomprensibile la scelta di non inserire i lati B dei singoli, che nulla hanno da invidiare a quelli della tracklist ufficiale. Brani tesi come A Foolish Arrangement e Scared as You sono tra gli episodi più caldi e innovativi della band, e cose come The Big Hand, che probabilmente ha ispirato la grafica interna della mano con il terzo occhio, e This Twilight Garden sono da un bel po’ diventati dei mini classici sovente proposti dal vivo. Il fatto che dei suddetti brani siano contenute solo le versioni strumentali demo crea un buco temporale, dato che solo l’appassionato è in grado di risalire agli originali per capire cosa sarebbe potuto essere e cosa no. La faccenda risulta ancora più bizzarra perché c’è posto invece per il mix 12” di High che con il suo arpeggio da “spinetta sintetica” merita sì una menzione, ma non tale da togliere spazio al resto.

Altra pecca: sebbene ci siano brani fino ad ora sconosciuti come la cavalcata con ritmica à la Faith per tutti di Now Is the Time, non tutti gli inediti strumentali in circolazione su YouTube o nei dischi non ufficiali sono inclusi. Per quale motivo manca un brano goth psych dalle tinte indiane uniche come A Dark Affair? Come mai non c’è la versione integrale di Tape, brano usato per introdurre i concerti del Wish Tour del quale abbiamo un assaggio nell’album live Show e che incredibilmente mette i Cure a contatto con le atmosfere degli Orb o della Warp?

Wish supererà il successo di Disintegration diventando a tutti gli effetti il loro lavoro più venduto, che li farà anche sfondare negli Stati Uniti. Ma la caduta degli dèi prevista da Smith è solo rimandata: il successivo Wild Mood Swings (il titolo era stato concepito per Wish) sarà infatti un album basculante nonostante ottimi episodi. Cadendo dalle sue vette, il desiderio è tornato a bruciare. Tanto che, dopo 30 anni, stiamo ancora qui ad attendere nuovo materiale dei Cure per sentirci ancora una volta High.

Altre notizie su:  Robert Smith The Cure