Qualcuno ricorda Franco Fanigliulo, l’anti-artista? | Rolling Stone Italia
“Mi ero scordato di me”

Qualcuno ricorda Franco Fanigliulo, l’anti-artista?

Il cantautore spezzino è stato molto di più di ‘A me mi piace vivere alla grande’ come racconta il nuovo disco-tributo di Olden. Un po’ artigiano e un po’ menestrello, stimato da Vasco e Zucchero, non si è mai adattato al sistema

Franco Fanigliuno. Foto: dal sito L'Artista Franco Fanigliulo

Franco Fanigliulo

Foto: per concessione di L’Artista Franco Fanigliulo (sito ufficiale)

Franco Fanigliulo non è mai stato dove doveva stare: troppo storto per la discografia, troppo avanti per essere preso sul serio, troppo feroce per diventare innocuo. E allora è rimasto lì, sospeso nel tempo. Oggi, venerdì 24 aprile, esce Fanigliulo, l’artista, disco omaggio attraverso le sue canzoni, il primo dalla scomparsa il 12 gennaio 1989, firmato dal cantautore Olden (Davide Sellari) e prodotto da Flavio Ferri. Nove brani riletti per sottrazione, senza A me mi piace vivere alla grande, il pezzo portato a Sanremo 1979. Come a dire: togliamo i cliché e vediamo cosa resta.

Ma chi era questo artista fuori dagli schemi? Fanigliulo partiva da La Spezia, ma non se ne è staccato mai davvero. Intercettato nell’ambiente musicale da Caterina Caselli con l’etichetta Ascolto, ha collaborato con la Steve Rogers Band e attirato l’attenzione di Vasco Rossi e Zucchero, che a un certo punto volevano produrre un suo disco dopo anni di silenzio. Ma qualcosa si è inceppato. A Sanremo va con A me mi piace vivere alla grande e la critica rimane spiazzata. Per Ciao 2001 è il vincitore morale, ma parla anche di “aristocratico pizzico di irridente leziosità settecentesca”. Nel 1980 per Nuovo Sound è un “personaggio bizzarro e talentuoso” e avverte il rischio di perdersi “tra mille echi e suggestioni”. In seguito, nel 1983, Musica e Dischi lo etichetta così: “Come ti indurisco lo chansonnier”.

Le poche cose che si conoscono sulla sua vita passano dal docufilm Franco Fanigliulo – A me mi piacerebbe vivere alla grande, del 2011, realizzato dal laboratorio Corti in città e prodotto dal collettivo Tracce Magnetiche di La Spezia. Le testimonianze raccolte, di amici e collaboratori, restituiscono una figura curiosamente anarcoide. Paolo Gaggero racconta: «Con tre accordi e una tastiera cuciva un brano. Mi telefonava quando aveva un’idea alle 4 del mattino e dovevo correre, altrimenti me lo trovavo sotto casa, per aprire la sala di registrazione. Un rapporto di amore e odio: amore per quello che ha scritto e odio perché a volte era insopportabile. Ma non ha avuto il successo che meritava». Antonio Lombardi ne traccia un profilo artistico: «Avrebbe potuto essere un pittore o uno scultore, oppure un bambino». Per Gian Luigi Ago era «un anticonformista che non voleva seguire le regole prestabilite dalla società e seguiva quello che sentiva». Mentre Giuliano Tomaino ricorda «l’amore per la natura e per gli animali. Era leggero come un pettirosso e in certi momenti feroce come un lupo». E aggiunge un tratto ereditato dalle sue origini: «Era molto legato a La Spezia. Aveva un po’ il male dello spezzino. Quando andava a Milano o Roma l’idea era sempre di tornare qui. Amava il mare, la terra, le persone, la trattoria che gli faceva credito quando andava a mangiare».

Vasco Rossi, Franco Fanigliulo e Zucchero

Vasco Rossi, Franco Fanigliulo e Zucchero. Foto: per concessione di L’Artista Franco Fanigliulo (sito ufficiale)

C’è persino il comico Dario Vergassola, spezzino anch’egli, che racconta due aneddoti personali: «Non avevo una lira, andavo in giro con una Due Cavalli e dopo Sanremo becco Fanigliulo alla mattina per strada, mi entra in macchina, mi scrocca le sigarette, dice che non ha una lira neanche lui. Ma come, sei stato a Sanremo, gli dico. Sì, lo so, ma non ti pagano, risponde. Poi ha fatto tutto un discorso sull’economia della discografia mentre facevamo il giro dei chioschi di giornali per cercare le recensioni su di lui. Io compravo i giornali, lui li leggeva. A volte si incazzava e a volte rideva, ma non aveva neanche i soldi per comprarsi i giornaletti». Ammette di averlo sottovalutato: «Da spezzino ero sconvolto, perché al funerale a Vezzano, dietro la bara ho visto Vasco e Zucchero. Circolava la leggenda che volessero produrre un disco a Fanigliulo, ma ci sembrava una burla. Invece era la dimostrazione che erano interessati a quel personaggio straordinario».

Riccardo Borghetti ne traccia un ritratto ancora più umano: «Mi capitava a casa verso le 8 di sera e diceva: “Cosa fai?”. E io: “Ceno”. Lui: “Ah vabbè, io vado a mangiarmi da solo un panino, semmai ritorno”. Allora gli rispondevo: “Ma no Franco, vieni su a mangiare qualcosa con noi”. Non veniva per scroccare la cena, veniva per stare assieme. La scelta di vivere isolato da un punto di vista lo realizzava, dall’altro lo isolava davvero».

Franco Fanigliulo - A me mi piace vivere alla grande (1979)

L’associazione Goodbye Mai, nata per ricordarlo dopo la prematura scomparsa a soli 44 anni, lo definisce “artigiano della parola, apostolo del nonsense, istrione dalla forte presenza scenica e menestrello marinaio”. Ascoltando il disco omaggio sembra che Olden sia partito da qui, come ci ha raccontato: «Fanigliulo era un uomo libero, scomodo, che non cercava di essere capito. Uno di quegli artisti che possono sembrare minori finché non entri nel suo mondo. Sono rimasto affascinato dal suo modo di nascondersi dietro le pose e la teatralità, quasi per proteggersi, per potersi muovere senza schemi o regole, come se tutto fosse finzione, come se il prendersi sul serio potesse far vedere agli altri le sue vulnerabilità».

Ci ha poi spiegato perché è ancora attuale: «Ha scritto canzoni piene di bellezza e di poesia. Oggi abbiamo un disperato bisogno di uno come lui, mai omologato, lontano da ogni cliché, talmente volutamente iperbolico da essere più autentico di qualsiasi altro che ci racconta le sue vacanze al mare con in mano il suo telefonino. Sapeva che l’arte è rappresentazione, come del resto la vita stessa. E allora pensava che tanto vale scherzarci su, anche se con un po’ di malinconia e con quella vena di materialismo direi quasi marxista, che lo rendeva credibile proprio nel suo essere spesso così “dentro” e “fuori” allo stesso tempo, in una dimensione senza etichette e facili collocazioni».

Olden. Foto: Alex Carmona

Olden. Foto: Alex Carmona

È proprio da questa tensione irrisolta che Olden decide di partire, ma senza mitizzarlo o ridurlo a una nota a margine: «È attuale ancora oggi perché non lo è mai stato. Perché, come tutti i più grandi, non aveva l’intenzione di essere contemporaneo, ma era per sua natura moderno, un passo indietro e mille passi avanti, irraggiungibile ma sempre presente a se stesso e al mondo circostante». Un mondo, il suo, lontano da qualsiasi estetica pre-costruita: «Fatto soprattutto di cose semplici, come il lavorare in campagna, il chiacchierare insieme a pochi amici fidati, andare a pescare, tagliare la legna e ogni tanto, di tutto questo, scriverci su qualcosa». Una figura che, addirittura, sfugge anche alla definizione di artista. «A suo modo era un anti-artista, con un immenso talento ma di cui sembrava quasi avere troppo pudore per farlo arrivare agli altri, come se il prendersi troppo sul serio lo potesse far sentire a disagio. Era un uomo dove convivevano dei paradossi sospesi tra impeto e fragilità, tra ironia e dolcezza».

Olden, originario di Perugia ma che vive da anni a Barcellona, ci ha poi raccontato come ha lavorato a brani così particolari: «È stato difficile, perché scadere nell’imitazione avrebbe avuto un effetto ridicolo, non credibile, e non avrebbe reso giustizia a un artista così variegato e peculiare. Ho passato un momento dove ho avuto paura di non essere in grado di interpretarlo, stavo quasi per mollare». Poi la svolta: «Mi è arrivata una specie di illuminazione, grazie anche all’aiuto prezioso del produttore Flavio Ferri, e mi sono reso conto che l’unico modo per affrontare un progetto così ambizioso fosse quello di non aggiungere niente, ma di togliere, di sottrarre. Evitare la teatralità, allontanare ogni tentativo di emulazione e liberare spazio, restituire aria alle sue parole e sentirle profondamente». Fino a trasformare questo disco in una specie di dialogo a distanza: «A un certo punto è come se mi fossi rivolto a lui: “Franco, lo so che hai fatto di tutto per non far capire troppo facilmente agli altri quanto tu sia bravo e quanto siano belle le tue canzoni, ma se me lo permetti ci provo io”. Forse il segreto è stato provare a togliergli la maschera, con rispetto e immensa ammirazione. Piero Ciampi direbbe: te lo faccio vedere chi sono io».

Per riuscirci, naturalmente, doveva mettere da parte l’eredità più scomoda, il brano sanremese A me mi piace vivere alla grande: «Non per una questione artistica, ma proprio per cercare di fare giustizia, perché Fanigliulo è molto altro. Perché ha scritto delle splendide canzoni che oggi sono praticamente sconosciute, che meritano tutta l’attenzione possibile. E che sono sicuro farebbero emozionare più persone di quante si possa immaginare». Il disco (Beta Produzioni) guarda oltre, con brani come Buffone (primo singolo), L’artista, Con te, Marco e Giuditta, Mi ero scordato di me, che per Olden sono «delle perle assolute di cui abbiamo bisogno, perché contro la mediocrità imperante, le volgarità e le banalità che ci vengono propinate. Più che canzoni sono un balsamo, di resistenza e redenzione».

In uno stralcio di intervista televisiva, uno dei pochissimi che si trova su YouTube, un giornalista chiede a Fanigliulo se la sua musica sia più una fortuna o una condanna, e Franco risponde: «Intanto è un gioco». Con lo stesso spirito, ma grazie al suo stile, Olden prova a riaprire quella stanza dei giochi senza nostalgia, ma per capire se, togliendo un po’ di polvere e qualche ragnatela dovuti al tempo, quell’artista sospeso riesce a stare dove non è mai stato: al centro.

Franco Fanigliulo - L'artista