Prendere esempio dalla vicenda di Víctor Jara, contro la repressione culturale | Rolling Stone Italia
Canzoni e resistenza

Prendere esempio dalla vicenda di Víctor Jara, contro la repressione culturale

Il responsabile della tortura e dell’esecuzione del cantautore cileno ai tempi del colpo di Stato di Pinochet del 1973 è stato rintracciato e ne risponde di fronte alla legge. La musica aggrega, il diritto aiuta a non dimenticare

Prendere esempio dalla vicenda di Víctor Jara, contro la repressione culturale

Víctor Jara

Foto: Redferns/Getty Images

Dopo il colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973, Víctor Jara è stato arrestato e portato all’Estadio Chile, la struttura sportiva trasformata dal regime di Augusto Pinochet in un centro di detenzione di massa. Lì è stato torturato e ucciso. I suoi carnefici gli hanno rotto le ossa delle mani e lo hanno portato in giro per lo stadio, schernendolo e sfidandolo a provare a suonare la chitarra. È stata un’umiliazione brutale dal valore simbolico visto che Jara era una figura pubblica e un musicista la cui opera era intrecciata con l’aspirazione democratica e col desiderio di emancipazione della classe lavoratrice. Si diceva che la sua musica fosse più potente di mille mitragliatrici. Metterlo a tacere significava voler mettere a tacere le masse.

Non è successo. Le canzoni di Jara gli sono sopravvissute e sono state tramandate grazie alle registrazioni, alla memoria, alle comunità cilene nel Paese e all’estero. Lo stadio in cui è stato ucciso oggi porta il suo nome. La sua musica continua a essere cantata di generazione in generazione da artisti che vanno da Joan Baez a Bruce Springsteen passando per Bad Bunny.

Come spesso succede, la giustizia è arrivata molto tempo dopo la caduta del regime. Dopo decenni di ricerche, il tenente responsabile della morte di Jara è stato rintracciato in Florida, dove si era rifugiato dopo il crollo del regime. Insieme al Center for Justice and Accountability, i miei colleghi ed io abbiamo intentato contro di lui una causa civile presso la U.S. District Court for the Middle District of Florida in base all’Alien Tort Statute e al Torture Victim Protection Act per detenzione arbitraria, tortura, esecuzione extragiudiziale e crimini contro l’umanità.

Se la giustizia talvolta arriva tardi, la musica continua a ispirare la società a rifiutare i regimi e a chiamarli a rispondere delle loro azioni, a muoversi verso una giustizia di transizione. I regimi autoritari hanno sempre temuto il potere della musica. Dal divieto di esibirsi alla prigionia, dall’esilio alla tortura e peggio ancora, hanno preso continuamente di mira i musicisti perché il lavoro di questi ultimi trasforma il malcontento politico in un linguaggio condiviso. Cambiano i decenni e i continenti, ma i governi autoritari reagiscono alla musica di protesta in modo sorprendentemente simile.

Ai tempi dell’apartheid, Miriam Makeba è stata costretta all’esilio dal Sudafrica per decenni per aver criticato il regime e la sua musica è stata vietata in patria proprio mentre diventava famosa all’estero. Negli anni ’60 in Grecia, sotto il regime dei colonnelli, la musica di Mikis Theodorakis è stata proibita per decreto, il musicista imprigionato ed esiliato. Nella Cecoslovacchia della Guerra fredda i musicisti underground sono stati privati della possibilità di esibirsi, arrestati e perseguitati per essersi rifiutati di conformarsi all’estetica approvata dallo Stato.

Più recentemente, artisti come la curda Nûdem Durak in Turchia, il cantante pop uiguro Ablajan Awut Ayup in Cina e le Pussy Riot in Russia sono stati perseguiti in base a leggi sulla sicurezza nazionale, detenuti per testi ritenuti sovversivi o etichettati come estremisti per performance che mettono in discussione la narrazione ufficiale. Le reazioni degli Stati rivelano la stessa ansia: l’autoritarismo si regge non solo sulla paura, ma anche sulla disgregazione. La musica di protesta fa l’opposto, crea una colonna sonora della resistenza.

I regimi reagiscono perché la musica, soprattutto nei momenti di repressione, diventa un moltiplicatore di potere. Unisce le comunità, incoraggia il pensiero critico, galvanizza l’opposizione, spinge ad agire. Abbiamo visto alcuni segnali anche di recente, dalla performance all’halftime show del Super Bowl dove Bad Bunny ha promosso unità e amore in risposta ai raid dell’ICE, alla colonizzazione di Porto Rico e alla retorica contro l’America Latina, fino alla rinascita di canzoni di resistenza di decenni fa come Killing in the Name dei Rage Against the Machine, sul razzismo istituzionalizzato e la brutalità della polizia nel contesto del verdetto sul caso Rodney King, Zombie dei Cranberries, divenuto un inno definitivo contro la guerra, o B.Y.O.B. dei System of a Down, pezzo di protesta contro la guerra in Iraq. O ancora Ohio di Crosby, Stills, Nash & Young, sulla uccisione degli studenti alla Kent State da parte della Guardia Nazionale, e Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival, sulla disparità tra le élite che evitavano la leva e i cittadini comuni spediti al fronte. Molte di queste canzoni sono purtroppo tornate a essere attuali di fronte agli orrori inflitti a civili innocenti nei conflitti in tutto il mondo e alle uccisioni di cittadini negli Stati Uniti.

È l’ironia della storia: più i regimi tentano di mettere a tacere gli artisti prendendo di mira la musica, più duraturo diventa il messaggio che cercando di silenziare. Poche storie lo illustrano meglio di quella di Víctor Jara. Decenni dopo il suo assassinio e anni dopo il crollo del regime di Pinochet, la legge ha finalmente detto la sua sulla vicenda, come mezzo per impedirne la cancellazione. In un procedimento civile federale negli Stati Uniti, una giuria ha ritenuto un ex ufficiale militare cileno responsabile della tortura e dell’assassinio di Jara, assegnando un risarcimento alla famiglia e creando un resoconto documentato delle atrocità commesse. Utilizzando le prove ottenute in questi procedimenti e dalle autorità cilene, il tenente Pedro Pablo Barrientos Núñez verrà ora processato davanti ai tribunali cileni. Anche se in ritardo, è un riconoscimento autorevole dei fatti e un accertamento di responsabilità, il riconoscimento giuridico che ciò che è accaduto è stato importante, e lo è tuttora.

Se la musica da sola non può garantire la giustizia, il diritto può fare in modo che la violenza non scompaia nel negazionismo o nell’amnesia storica. I procedimenti legali costringono a raccogliere prove, attribuiscono responsabilità, trasformano le testimonianze in storia. La legge conserva ciò che i regimi autoritari cercano di cancellare. Nei casi che riguardano artisti perseguitati, la responsabilità legale ha confermato che la repressione culturale non è un aspetto accidentale dell’autoritarismo, ma un elemento centrale. Questi casi riconoscono che gli attacchi agli artisti sono attacchi alla libertà d’espressione collettiva.

I regimi autoritari prendono di mira gli artisti perché ne conoscono il potere. Ciò che non riescono a capire, però, è l’effetto risonanza. Uno sparo può risuonare una sola volta, una canzone riecheggia da una generazione all’altra. Le canzoni continuano a suonare perché sono pensate per essere ripetute. Possono essere intonate a bassa o ad alta voce, in pubblico o in privato. Testi scritti per una lotta possono animarne un’altra dopo decenni. Questa continuità spiega perché le canzoni di protesta di epoche precedenti continuano a riemergere nei momenti di tensione politica.

La musica insegna alle persone a pensarsi parte di qualcosa di più grande. Insegna a resistere. Il diritto insegna al mondo come ricordare. Insieme ad avvocati e giudici, gli artisti trasformano le voci in diritti, riconoscimento e giustizia. In questo modo, la musica continua a essere la colonna sonora condivisa della resistenza.

Da Rolling Stone US. Christina Hioureas è un’avvocata con base a New York specializzata in diritto internazionale e Visiting Professor of Law alla UCLA School of Law e alla USC Gould School of Law. Ha rappresentato la vedova e le figlie di Víctor Jara ottenendo una sentenza storica contro il tenente responsabile della sua tortura ed esecuzione.