Una delle prime volte in cui ho visto Dolly Parton era in un talk show. Probabilmente era il Late Night with David Letterman, ma ero una bambina, non ricordo chi fosse l’uomo alla scrivania. Come potrei visto che sullo schermo c’era Parton col suo sorriso enorme, i capelli altissimi e le forme… decisamente pronunciate? Ero alle soglie della pubertà e sentivo che il mio modo di stare nel mondo stava cambiando insieme al mio corpo. Ricordo di aver chiesto a mia madre perché Parton avesse quell’aspetto. La risposta: voleva che la gente la guardasse, era una del mondo dello spettacolo.
Molte di noi hanno visto Parton prima ancora di ascoltare la sua musica. Il suo look era del resto talmente memorabile che la si sarebbe potuta riconoscere anche solo dalla silhouette. Era così unico che, quando partecipò a un drag contest di Dolly Parton, riuscì a perdere. Solo col tempo ho capito che il suo aspetto aveva a che fare con qualcosa di più dello show business.
Indipendentemente dal fatto che si definisse o meno femminista, le sue azioni e le sue canzoni restituivano il ritratto di un’artista che voleva che il mondo concedesse alle donne le stesse condizioni e opportunità degli uomini. Era perfettamente consapevole che, per le donne, gran parte di questa esperienza comincia proprio dall’essere guardate.
Essere una donna, lo impariamo fin da bambine, significa essere osservate. Siamo desiderate e giudicate, misurate in base allo spessore delle nostre cosce, alla grandezza del nostro seno, alla luminosità del nostro sorriso. C’è sempre qualcosa di troppo grande e qualcos’altro di troppo piccolo. Il nostro aspetto dice di cosa siamo capaci, all’interno di una narrazione che non abbiamo contribuito a scrivere.
Trasferitasi a Nashville nel 1964, Parton si è trovata immediatamente davanti a questo paradosso. La sua icona di bellezza da bambina, raccontava, era una donna che tutti gli altri consideravano la puttana del paese, mentre il suo manuale di riferimento era una copia del catalogo di lingerie Frederick’s of Hollywood. È significativo che Parton avesse riconosciuto il fascino di una donna che tutti gli altri avevano liquidato.
Così si cotonava i capelli, si delineava gli occhi e indossava abiti vistosi e aderenti. Ma le sue scelte non sono state esattamente accolte con entusiasmo. «Il consiglio che tutti volevano darmi era di cambiare l’aspetto, dal rendere più semplici la pettinatura al modo in cui mi vestivo», ha raccontato nel podcast WorkLife. «Mi dicevano di non sembrare così volgare perché nessuno mi avrebbe mai presa sul serio».
La risposta di Parton però è sempre stata quella di esagerare, sempre di più. Sapeva che non c’era modo di vincere: l’intelligenza e la competenza di una donna sarebbero sempre state legate al suo aspetto. Si pensa che le donne bionde siano stupide? E allora lei si faceva ancora più bionda. L’idea di bellezza di una donna del Sud è troppo appariscente? Lo diventava ancora di più. Riusciva così a ribaltare le aspettative che abbiamo su come una donna debba presentarsi. La femminilità, lo sapeva, è una performance.
Quando durante le interviste le rivolgevano con imbarazzo domande sul suo seno, Parton riusciva sempre a disinnescarle con una battuta: «Come fanno a non farlo? È tutto quello che si vede», ha detto al Guardian nel 2011. Il seno di Parton poteva anche essere messo in bella vista, ma non stava forse semplicemente portando alla luce quello sguardo silenzioso che le donne percepiscono ogni giorno?
Mentre scriveva alcune delle più grandi canzoni country di sempre, il suo aspetto metteva in discussione qualsiasi idea di come debba apparire un’artista donna “autentica”. Nessuno aveva più credenziali nel country di Parton, eppure il suo aspetto non avrebbe potuto essere più lontano da ciò che pensavamo – e pensiamo ancora – sia una rappresentazione appropriata di quel mondo. Parton ha fatto suo il termine “finto” ammettendo di essere ricorsa alla chirurgia plastica. Sapeva che nessuna donna avrebbe mai potuto soddisfare le richieste della società (il che rende ancora più significativo il suo sostegno alla comunità trans). «Se non riesco a farcela grazie al mio talento, allora non voglio farcela», ha detto a Playboy affrontando di petto quella contraddizione.
Parton ha iniziato a cantare di queste idee molto presto. Il suo album di debutto del 1966, Hello, I’m Dolly, conteneva una canzone intitolata Dumb Blonde: “Solo perché sono bionda, non pensare che sia stupida / Perché questa bionda stupida sa il fatto suo”. Nel disco successivo, Just Because I’m a Woman, i doppi standard imposti alle donne erano in cima ai suoi pensieri. La title track nasce infatti quando il marito Carl Dean le chiede se sia stata con altri uomini prima di incontrarlo.
«Avevo fatto sesso prima che ci incontrassimo, ma non gliel’avevo detto e lui non me l’aveva mai chiesto», ha raccontato Parton a Rolling Stone nel 2003. «Eravamo sposati da otto mesi, felici come non mai, e all’improvviso decide di chiedermelo. Gli ho detto la verità e questo gli ha spezzato il cuore. Per moltissimo tempo non è riuscito a superare la cosa. Ma io pensavo: insomma, qual è il problema?».
Just Because I’m a Woman è la canzone scritta come risposta a quella situazione, ma non è l’unica critica femminista presente nell’album. The Bridge racconta di una donna che, abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta, si toglie la vita nel luogo in cui era iniziata la loro storia d’amore. Era il 1968, il tempo della rivoluzione femminista. Nessun’altra artista nella musica country, tantomeno nel Sud, cantava di qualcosa di lontanamente simile. The Pill di Loretta Lynn sarebbe arrivata anni dopo.
Parton stava scavando sempre più a fondo nei temi femministi, indipendentemente dal fatto che usasse o meno quella parola, cosa che faceva con estrema cautela. Il suo album del 1970, nel quale raccontava di una donna che dà in adozione il proprio figlio (I’m Doing This for Your Sake), di un bambino nato morto (Down From Dover) e persino di una donna internata in un manicomio dopo che il marito l’aveva tradita, presumibilmente perché considerata isterica (Daddy Come and Get Me), si intitola Fairest of Them All. In copertina, Parton osserva allo specchio la nota versione di se stessa tutta agghindata. Se era difficile conciliare la sua immagine con la sua arte, era un problema degli altri, non suo.
Parton ha rafforzato questa idea nel 2008 con una canzone intitolata Backwoods Barbie, che racconta la storia della sua vita e, ancora una volta, risponde a chi l’aveva liquidata sulla base del suo aspetto: “Sono sempre stata fraintesa per il modo in cui appaio”.
Forse non indossiamo tutte strass e paillette, ma Parton sapeva che uno dei pesi più gravosi che le donne portano addosso è lo sguardo degli altri. Lei ha contribuito a renderlo un po’ più leggero.















