Perché ‘Queen Budapest’ è un film-concerto da vedere | Rolling Stone Italia
Hungarian Rhapsody

Perché ‘Queen Budapest’ è un film-concerto da vedere

Lo show restaurato al cinema fino all’11 ottobre è persino meglio del celebre concertone a Wembley

Perché ‘Queen Budapest’ è un film-concerto da vedere

Freddie Mercury a Budapest con i Queen

Foto: Sony Music

Uno dei grandi paradossi dei Queen, considerati anche da qualche detrattore una delle migliori live band della storia, è non essere riusciti a valorizzare i concerti nei dischi dal vivo. La prima pubblicazione ufficiale prevista è quella registrata al Rainbow Theatre di Londra nel novembre 1974, poi cancellata (e pubblicata solo nel 2014): una performance straordinaria, immaginata sia in audio che in video, che probabilmente avrebbe accelerato la scalata della band alle vette delle preferenze anche al di fuori del Regno Unito. Si opta invece per un ibrido che scontenta un po’ tutti: nessun audio, ma un film di mezz’ora contenente riprese di entrambi gli spettacoli del Rainbow, proiettato nei cinema prima di altre pellicole, inclusi lungometraggi di concerti dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd (e vai a capire perché, anche in occasione dell’uscita di Lo squalo 2 nelle sale britanniche). Poi niente fino al 1979 e a Live Killers, ottimo ma comunque penalizzato dalla scelta molto in voga negli anni ’70 di non pubblicare un intero concerto, ma una carrellata di brani presi da date diverse.

Se quel disco riesce a contrastare l’incessante lavoro dei bootlegers, diversa è la questione video: l’unico modo per vedere la band su un palco, fino al 1984, è andare a un concerto. Poi improvvisamente l’inversione di rotta. Complice l’esplosione del formato VHS e in seguito l’interruzione dell’attività live della band, tra il 1984 e 1990 escono tre film-concerto: lo splendido We Will Rock You, oggi conosciuto come Queen Rock Montreal, che ha goduto di miglior fortuna con la ripubblicazione, e due esibizioni tratte dal Magic Tour, a Budapest e a Wembley. Tra tutti, il primo concerto di una band mondiale oltre la Cortina di ferro resta ancora il figlio di un dio (del rock) minore e per questo oggi arriva il cinema come Queen Budapest (da oggi fino all’11 ottobre) e verrà ripubblicato il 6 novembre anche in formato audio come primo frutto del rapporto tra la band e la Sony, dopo la mega acquisizione di qualche anno fa.

Schiacciato tra una delle migliori performance filmate del gruppo di sempre e la mitologia di Wembley, Budapest è stato spesso messo da parte come un evento legato al significato storico più che alla qualità della musica. Che invece c’era eccome. Capiamoci, Wembley è spettacolare e contiene momenti magnifici, ma non è la performance più convincente della band in quel tour. Anzi, Budapest può essere uno di quei casi in cui il documento meno sedimentato nell’immaginario collettivo racconta meglio la realtà del palco.

QUEEN BUDAPEST - Al cinema dal 7 all'11 ottobre - TRAILER

È una questione che riguarda in primis Freddie Mercury: a Budapest il cantante appare straordinariamente coinvolto, fisicamente dentro lo spettacolo, con una partecipazione che in alcuni momenti sembra persino più istintiva rispetto a quella di Wembley. Anche il rapporto fra la voce, la chitarra di Brian May e una sezione ritmica che suona “enorme” restituisce una dimensione più direttamente rock. Non c’è soltanto la perfezione della grande macchina dello show, ma la sensazione di sentire una band che sta ancora suonando per conquistare qualcuno, che ha ancora fame. A casa propria quella necessità non poteva esserci.

I Queen arrivano al Népstadion di Budapest, oggi Puskás Ferenc Stadion il 27 luglio 1986. Mancano tre anni alla caduta del Muro di Berlino e l’Ungheria è ancora dall’altra parte della Cortina di ferro. Per una band occidentale suonare in uno stadio dell’Europa comunista non rappresenta una semplice tappa aggiunta al calendario, ma per forza di cose un avvenimento politico. Anche per i Queen, che nonostante l’esibizione al Live Aid sono ancora inseriti nella lista nera dell’Onu per aver suonato a Sun City, l’aspetto politico dello show non è secondario. Come dice nel film Roger Taylor, «ci piaceva pensare che la musica potesse superare la politica e le barriere politiche. Faceva parte della nostra filosofia: coinvolgere il pubblico nello spettacolo e farlo sentire parte di esso. So che Freddie aveva cercato di imparare quella canzone popolare (Tavaszi Szél Vizet Áraszt, nda), ma si era scritto le parole come si pronunciavano sul dorso della mano. Quando il pubblico iniziò spontaneamente a cantare, ci rendemmo conto che, sì, la musica può davvero diventare una grande forza capace di unire le persone».

Racconta Brian May che «per anni i fan che vivevano oltre la Cortina di ferro avevano potuto ascoltare la musica dei Queen soltanto attraverso cassette illegali. Ascoltare gruppi rock come il nostro era proibito, quindi vederci esibire dal vivo sarebbe stato impensabile. Questo concerto, durante il quale poterono finalmente venire a vederci di persona e interagire con noi, fu per loro un momento di enorme intensità emotiva, e lo fu anche per noi. Avevamo la sensazione che fosse qualcosa di davvero importante: si percepiva un’energia incredibile. Non ci sarà mai più un evento simile».

Foto: Sony Music

Oltre ai paganti, secondo le stime riportate dalla produzione, altre 45mila persone ascoltano il concerto dall’esterno dello stadio. C’è chi viene dalla Polonia e dalla Russia. La Mafilm, la società cinematografica ungherese, organizza una grande produzione: 17 cineprese, altrettanti operatori, circa 40 chilometri di pellicola, riprese dall’elicottero. Il governo ungherese autorizza l’operazione, che diventa così anche un documento di un mondo destinato a cambiare radicalmente nel giro di pochi anni. Le immagini sono state restaurate in 4K partendo dai negativi originali in 35 millimetri, digitalizzati a Budapest e poi lavorati in Nuova Zelanda dalla Park Road Post Production di Peter Jackson. Il suono è stato ricostruito a partire dalle registrazioni multitraccia originali e finalmente non presenta più la fastidiosa accelerazione a cui ci si era abituati guardando la prima versione del film. Non si tratta dunque semplicemente di prendere il vecchio film e renderlo più nitido, si interviene contemporaneamente sull’immagine e sull’audio, cercando di restituire al concerto una dimensione il più possibile vicina a quella di un’esperienza dal vivo contemporanea.

È effettivamente bomba, anche per chi conosce già il concerto. È vero, l’edizione del 2012 uscita come Hungarian Rhapsody aveva rivitalizzato la pellicola, ma oggi il connubio audio-video è perfetto e la reazione dei fan alla prima londinese è stata degna di una operazione che, una volta tanto, non sembra il solito raschiamento del barile.

Queen Budapest è forse il film-concerto definitivo del gruppo, perché è uno dei pochi a possedere contemporaneamente un valore musicale, cinematografico e storico. Wembley rimane un monumento, ma Budapest è più inquieto, meno definitivo e forse proprio per questo più interessante. A Londra si vede il mito nella sua forma compiuta, dentro un contesto che appartiene ormai alla leggenda dei Queen. A Budapest si vede ancora una band che sta facendo qualcosa: sta attraversando una frontiera, sta entrando in un luogo in cui nessun grande gruppo rock occidentale aveva ancora portato uno spettacolo di quelle dimensioni, sta scoprendo la reazione di un pubblico che per anni ha conosciuto quella musica in condizioni completamente diverse da quelle dei fan occidentali.

Come succede per ogni concerto del Magic Tour, inevitabilmente anche la nuova visione di Budapest lascia dietro di sé un po’ di malinconia dovuta al fatto di sapere quello che i Queen non potevano immaginare: dopo lo show ungherese ci saranno solo altri cinque concerti del gruppo con Freddie Mercury.