Perché nel 2026 le case discografiche italiane hanno i propri studi di registrazione? | Rolling Stone Italia
Riportare tutto a casa

Perché nel 2026 le case discografiche italiane hanno i propri studi di registrazione?

Un giro per le sale di incisione in-house di Universal e Sony nell’epoca in cui le canzoni si possono produrre con un computer. «Per anni le etichette hanno esternalizzato tutto e hanno perso degli asset. Bisogna recuperarli»

Studio A Universal Dolby Atmos 7.1.4

Lo Studio A Dolby Atmos 7.1.4 di Universal

Foto: Universal Music Italia

Nell’epoca in cui una canzone, e persino una potenziale hit, può nascere da un’app su smartphone o da un prompt dato in pasto all’intelligenza artificiale, due colossi discografici stanno portando avanti una scelta che, in apparenza, sembra andare nella direzione opposta. Universal Music Italia e Sony Music Italy hanno riportato la produzione musicale dentro casa, riallestendo a Milano due studi di registrazione che non sono soltanto un investimento in tecnologia, ma una dichiarazione d’intenti.

Ci siamo entrati: negli Universal Recording Studios all’ottavo piano della sede in via Nervesa (aperti anche agli esterni) e negli RCA Recording Studios di Sony Music Italy in via Carlo Imbonati (per ora dedicati solo agli interni). Pensavamo di trovare solo console, microfoni e sale, ma abbiamo trovato anche chi ha parlato poco di hardware e molto di futuro della musica.

«Noi siamo diventati dei follower del mercato, mentre prima le label imponevano una direzione». Luca Mattioni, musicista, produttore e responsabile degli Universal Recording Studios, fa subito una premessa. «Chiunque oggi può tirare fuori un artista dalla propria cameretta e noi finiamo per inseguire quello che nasce fuori. È anche normale: le onde cambiano velocemente. Però, proprio per questo, a un certo punto è nata l’esigenza di recuperare qualcosa che avevamo perso».

Quel qualcosa prende forma in uno spazio progettato per far convivere mondi diversi. Gli Universal Recording Studios mettono insieme una live room da 75 metri quadrati, una writing room, tre studi collegati tra loro e una regia certificata Dolby Atmos 7.1.4, pensata sia per la produzione immersiva che per le registrazioni tradizionali. Ma Mattioni insiste su un altro concetto: «Gli in-house studio non sono una novità. È un ritorno al passato in una veste diversa per avere un futuro con basi solide. Per anni le etichette hanno esternalizzato tutto e hanno perso degli asset. Oggi si tratta di recuperarli, non per nostalgia, ma perché guardare al passato è fondamentale se vuoi costruire qualcosa che duri».

Enrico Brun, musicista, produttore e studio manager degli RCA Recording Studios di Sony Music Italy, spiega che l’idea sembrava inizialmente controcorrente: «Quando abbiamo iniziato a parlarne eravamo nel pieno dell’esplosione della produzione casalinga. Dal 2005 in poi la tecnologia aveva abbattuto i costi e reso sempre più semplice fare musica da soli. Lo studio interno a una major sembrava quasi una follia». Eppure quella follia oggi è diventata un hub creativo con tre regie operative, recentemente ampliate, inserito nel network mondiale dei Sony Studios, una rete di oltre trenta strutture che condividono gli stessi standard tecnici: «Quando un artista Sony arriva in Italia trova lo stesso ambiente che troverebbe in altri studi del gruppo nel mondo. È un modo per garantire continuità, ma soprattutto per creare un luogo dove succedano cose».

Infatti succedono davvero. Brun ci ricorda che spesso gli artisti finiscono per incontrarsi senza averlo programmato: «Noi non siamo solo un servizio. Siamo un hub creativo. Il fatto che il discografico sia al piano di sopra, possa scendere ad ascoltare una sessione, dare un consiglio o fermarsi a parlare vale molto più di mille messaggi. E poi capita che ci siano più artisti contemporaneamente nelle varie regie: uno entra nello studio dell’altro, aggiunge una voce, nasce una collaborazione. Si ricrea un clima che una volta era normale».

Luca Mattioni, responsabile degli Universal Recording Studios

Luca Mattioni, responsabile degli Universal Recording Studios. Foto: Universal

Quello dell’incontro è un tema che torna continuamente anche nelle parole di Mattioni. Solo che lui lo approccia da un’altra prospettiva: quella della competenza. «Quando sono arrivato qui mi sono accorto di una cosa: c’era da parte di chi arrivava una scarsa capacità di saper fare. Quella che io chiamo la tutorial generation. Si risolvono i problemi guardando YouTube. Ma il punto non è che un producer, oggi, sia spesso un music maker o un sound designer, ma che il produttore è un’altra figura: deve gestire una sessione, coordinare musicisti, fonici, manager, seguire gli arrangiamenti e avere una visione complessiva. E anche il coraggio di dire qualche no». Se Brun descrive gli studi come un luogo dove ricostruire relazioni, Mattioni allarga il discorso all’intera industria musicale. La sua critica non è rivolta alla trap, né alla tecnologia. È alla progressiva omologazione del mercato.

«La mia critica è sempre stata la scarsissima diversificazione delle proposte. Negli anni ’80 o ’90 guardavi una classifica e trovavi dieci artisti diversi e dieci generi diversi. Oggi spesso si rincorre tutti lo stesso pubblico. Io continuo a dire ai ragazzi: non cercate di prenderlo agli altri, costruitevi il vostro pubblico», spiega Mattioni. È uno dei motivi che lo hanno convinto ad accettare l’incarico in Universal, pur arrivando dall’altra parte della barricata, dopo anni trascorsi da produttore indipendente con studi a Milano e Londra: «All’inizio avevo parecchie remore. Una multinazionale può sembrare il grande diavolo. Poi mi hanno spiegato qual era l’idea: fare degli studi che tornassero a essere un polo creativo, recuperando una qualità che negli anni si era un po’ persa. Mi sono ritrovato completamente in questa visione».

Una visione che, curiosamente, passa anche attraverso strumenti che molti giovani musicisti non hanno mai visto dal vivo. Mattioni ci racconta di quando Lazza è entrato negli studi Universal e si è fermato davanti a una Roland TR-808 originale del 1982: «Mi ha chiesto: “Ma è quella vera?”. Gli ho detto di sì, che era lo stesso modello usato anche in Thriller di Michael Jackson. Si è messo a fotografarla. Oppure capita che qualcun altro senta un Moog acceso e dica: “Che brutto suono”. Poi glielo programmi davanti e cambia completamente idea. Non è nostalgia. È conoscenza». Lo stesso, continua, vale per un Fender Rhodes, per un banco analogico o semplicemente per il modo in cui si registra una voce.

Nello stesso modo Brun sorride quando racconta che molti artisti arrivano con il testo aperto sul telefono e registrano spostando continuamente lo sguardo dal microfono allo schermo: «Noi non imponiamo un metodo. Cerchiamo di amplificare quello che l’artista sa già fare. A volte basta spiegare come stare davanti al microfono o fargli sentire la differenza tra una voce registrata in una stanza normale e una registrata in un booth trattato acusticamente. Il nostro lavoro è questo». Poi butta lì un dettaglio che dice molto del nuovo ruolo degli studi: «Giorgia, per esempio, ha registrato qui tutte le voci del suo ultimo disco. Non perché non potesse farlo altrove, ma perché cercava un contesto in cui confrontarsi. Lo stesso è successo negli anni con i Måneskin o con i Pinguini Tattici Nucleari. Ogni artista usa gli studi in modo diverso. C’è chi viene per registrare una voce, chi per produrre un intero disco, chi semplicemente per chiudere un dettaglio. Noi dobbiamo essere pronti a tutto».

Per Mattioni, però, il tema centrale resta la figura del produttore e arrangiatore: «Oggi sembra una parola passata di moda, ma l’arrangiatore è una figura fondamentale. Ci sono arrangiatori che hanno cambiato il corso della carriera di tantissimi artisti. E il produttore deve avere la responsabilità di dire: “No, questa cosa non funziona”. Oggi spesso non succede più». Racconta persino di un malcostume dilagante, cioè dei contratti in cui l’artista ha la possibilità di sostituire il produttore in qualsiasi momento senza riconoscergli il lavoro già svolto: «Ho chiamato l’ufficio legale perché pensavo fosse un errore. Mi hanno risposto: “No, è il contratto standard dei producer”. È lì che ho capito quanto fosse cambiato l’equilibrio. Se il produttore rischia di essere sostituito da un momento all’altro, tenderà inevitabilmente a dire sempre sì».

Anche Brun riconosce che il rapporto tra artisti e major è profondamente cambiato: «Oggi l’artista è molto più imprenditore di sé stesso rispetto a vent’anni fa. Ha una visione, arriva spesso con una sua identità già definita e ha molta più libertà decisionale. Noi, in studio, siamo un po’ la Svizzera: il luogo dove può lavorare serenamente, confrontarsi e sperimentare. L’intervento del discografico c’è solo quando serve davvero».

Enrico Brun, studio manager degli RCA Recording Studios. Foto: Sony

Enrico Brun, studio manager degli RCA Recording Studios. Foto: Sony Music Italy

A questo punto abbiamo provato a guardare insieme a loro al futuro. Per Mattioni le major devono smettere di inseguire il mercato e tornare a costruire competenze. Per Brun devono creare il contesto in cui quelle competenze possano crescere. Gli studi? Si trasformano nel punto di incontro tra queste due visioni. La sfida, però, non sembra soltanto quella di riportare gli artisti dentro uno studio. Ma semmai di convincerli che quel tempo speso lì ha ancora un valore. Mattioni racconta che, negli ultimi mesi, qualcosa ha iniziato a cambiare: «Ci sono ragazzi che vengono qui, vedono come si lavora e poi ti chiedono: “Mi fai il mix?”, “Facciamo una produzione insieme?”. Senza che glielo imponga nessuno. Semplicemente scoprono che esiste un mondo che non conoscevano. Molti sono cresciuti lavorando sempre da soli in cameretta. Non è una colpa, è il mondo in cui si sono ritrovati. Ma la musica è un’altra cosa: è fatta anche da quello che mette l’accordo sbagliato, dal fonico che propone una soluzione diversa, dal musicista che cambia completamente il pezzo. Il produttore, in fondo, è un direttore d’orchestra».

Così è anche per Brun, e si basa sullo stesso motivo per cui Sony continua a investire sugli studi. Non soltanto per offrire un servizio ai propri artisti, ma per costruire un ambiente dove quel confronto possa nascere spontaneamente: «Ogni regia ha un suo colore, un suo mood. C’è chi sceglie una stanza piuttosto che un’altra proprio per l’atmosfera che trova. È una cosa che non avevamo previsto fino in fondo, ma che oggi vediamo ogni giorno. Gli artisti vengono qui perché stanno bene, perché trovano persone con cui confrontarsi. Lo studio diventa un posto in cui succedono cose». È un’idea che, inevitabilmente, porta il discorso sull’intelligenza artificiale. E i due, anche qui, sorprendono: non la considerano un nemico.

«Io non sono contrario all’AI. Anzi, mi interessa e la uso. Mi piacciono le tecnologie, come mi piacciono gli strumenti analogici. Il problema nasce quando pensiamo che la qualità sia diventata un ostacolo e che basti produrre sempre più contenuti. L’intelligenza artificiale questo lo farà meglio di noi. Se invece torniamo a costruire competenza, cultura musicale, identità, allora il discorso cambia», dice Mattioni. E porta un esempio concreto: «Oggi puoi chiedere a un software di scrivere una canzone nello stile della Motown o dei Beatles e il risultato è sorprendente perché pesca da un archivio enorme e riconosce quei linguaggi. Ma proprio per questo dobbiamo conoscere quei linguaggi anche noi. Se non sai chi erano David Bowie, i Beatles o Prince, se hai tagliato i ponti con quello che è venuto prima, rischi di credere di aver inventato qualcosa che qualcun altro aveva già scritto cinquant’anni fa. Ad Abbey Road non tengono gli stessi microfoni da cinquant’anni perché non possono comprarne di nuovi. Li tengono perché certe cose devono essere fatte in un certo modo».

Brun osserva invece la stessa trasformazione da un’altra angolazione. Gli artisti arrivano sempre più preparati sul proprio progetto, ma cercano un luogo dove farlo crescere. «Oggi sono imprenditori di sé stessi. Hanno una visione molto precisa e molta più autonomia rispetto al passato. Il nostro compito non è dirgli cosa devono fare, ma metterli nelle condizioni migliori per farlo». Ma entrambi concordano sull’importanza del repertorio, sia per l’artista che per la major: «È l’unico valore che rimane nel tempo. Le hit passano. Il repertorio resta. Se alcuni cataloghi oggi valgono centinaia di milioni di euro è perché quelle canzoni continuano a vivere dopo decenni. È quello che dovremmo tornare a costruire».

E forse è nell’obiettivo finale che Universal e Sony finiscono per raccontarci la stessa storia. Da una parte live e writing room, regia Dolby Atmos e strumenti che attraversano cinquant’anni di musica. Dall’altra tre regie che dialogano con trenta studi nel mondo e artisti che si incontrano, mescolano esperienze e creano qualcosa di nuovo senza dimenticare il passato. Abbiamo conosciuto due progetti differenti, ma che sembrano mossi dalla stessa convinzione: nell’epoca in cui una canzone può nascere ovunque, l’investimento non è riportare la musica dentro quattro mura, ma ricostruire quello che, nel frattempo, era rimasto fuori.