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Perché la vittoria di Ed Sheeran è una buona notizia per la musica

‘Thinking Out Loud’ è solo la punta dell'iceberg. Senza che lo si sappia, numerose cause di plagio infondate portano ad accordi extragiudiziali. Succede perché per molti artisti è meglio pagare che affidarsi a giurie prive di conoscenze specifiche. Le cose cambieranno grazie a Sheeran?

Foto: Michael M. Santiago/Getty Images

La vittoria di Ed Sheeran nella causa incentrata sulla somiglianza fra Thinking Out Loud e Let’s Get It On è anche una vittoria per la musica tutta, o almeno è quello che affermano gli esperti di copyright. La speranza è che il verdetto possa arginare il proliferare di azioni legali inutili, dimostrando che una cosa è intentare una causa, un’altra è vincerla.

«Credo che la sentenza rassicurerà le persone: non sempre chi viene citato in giudizio poi perde», dice Audrey Benoualid, dello studio legale americano Myman Greenspan Fox Rosenberg Mobassar Younger and Light, uno dei più importanti del settore musicale. «Soddisfa gli addetti ai lavori che pensano che il caso di Blurred Lines sia finito nel modo sbagliato».

Joe Bennett, musicologo forense e professore presso il Berklee College of Music di Boston, concorda e sostiene che il verdetto scoraggia l’idea che gli artisti possano ritenersi proprietari di una progressione di accordi. «Mi auguro che sia l’inizio della fine di queste cause pretestuose, basate sull’ignoranza musicale», dice Bennett. «Casi di questo genere si basano su una sorta di glitch nella fenomenologia musicale. Ogni anno ricevo decine di telefonate da parte di querelanti che mi dicono che in una canzone di Justin Bieber sentono una loro melodia e che quindi deve averla copiata da loro. Non è così. Coincidenze del genere si verificano di continuo».

Sono passati sette anni da quando gli eredi di Ed Townsend, co-autore di Let’s Get It On con Marvin Gaye, hanno intentato causa a Sheeran. Sono rappresentati da Ben Crump che, come riportato da CBS News, ha invocato la necessità di attribuire i giusti crediti alle canzoni e di garantire il riconoscimento del lavoro degli artisti di colore. «Per troppo tempo, gli artisti neri hanno creato, ispirato e portato musica in tutto il mondo», ha detto Crump. «La famiglia di Ed Townsend ritiene che il caso di Sheeran sia solo un esempio di sfruttamento del genio e del lavoro di cantanti e autori di colore».

Crump ha anche definito «prova regina» un video di Sheeran che suona dal vivo Let’s Get It On trasformandola poi in Thinking Out Loud. Per dimostrare il contrario, durante il processo Sheeran ha suonato gli accordi alla chitarra. Ha anche detto che, qualora fosse stato ritenuto responsabile di plagio, avrebbe smesso di fare musica, aggiungendo che la canzone ricorda al limite Van Morrison.

Per certi versi, il processo è stato una sorta di spareggio dopo le cause incentrate sul diritto d’autore degli ultimi dieci anni. La sentenza su Blurred Lines, che ha stabilito che la canzone di Robin Thicke era un plagio di Got to Give It Up di Marvin Gaye, è una delle più note nella storia recente del diritto d’autore musicale. Ha reso gli artisti molto più guardinghi e cauti nell’assicurarsi che i loro pezzi non siano percepiti come simili ad altri.
 Ci sono state molte altre cause in cui è stato privilegiato il concetto di ispirazione rispetto a quello di plagio, per esempio i famosi processi per Stairway to Heaven e Dark Horse, che hanno visto la vittoria di Led Zeppelin e Katy Perry.

Howard King, che ha rappresentato Robin Thicke e Pharrell Williams nel processo per Blurred Lines, si è detto concorde con la decisione della giuria nel caso Sheeran, ma non pensa che rappresenti un cambiamento significativo nel modo in cui questi casi possono risolversi.
«È difficile identificare un trend, perché ogni giuria è diversa. Per Blurred Lines la giuria è andata in una direzione, in questo caso è andata in un’altra. Non vi è alcuna garanzia su come potrebbero andare le cose la prossima volta. La vera domanda è: quali ricorsi dovrebbero essere fermati dal giudice prima di arrivare davanti alla giuria? Magari non esiste una tendenza, però c’è maggiore cautela nell’accogliere le richieste di risarcimento per violazione del copyright, come nel caso degli Zeppelin».

Peter Anderson, che difendeva i Led Zeppelin, ha detto due anni fa a Rolling Stone che «il processo per Blurred Lines ha dimostrato che se la famiglia Gaye può fare causa per una canzone in cui le note non sono neppure le stesse, allora si può essere citati in giudizio per qualunque cosa. Se Blurred Lines ha aperto il vaso di Pandora, Stairway to Heaven l’ha richiuso. Non basta che un esperto dica che due canzoni hanno entrambe un finale in dissolvenza, che ci sono due note uguali in una sequenza o che sono entrambe interpretate da un uomo».

Come dice Bennett, nel caso di Sheeran e di molti altri casi relativi alla violazione del copyright ci si riduce a cercare affinità tra le canzoni senza considerare che la semplice somiglianza non è sufficiente a dimostrare che un brano è stato copiato. «Gli avvocati fanno affidamento sull’ignoranza delle giurie in materia di songwriting e sul fatto che la tendenza naturale della maggior parte delle persone che non conoscono questo campo è di equiparare la somiglianza alla violazione del copyright. Lo si vede di continuo. Quando si occupano di queste storie, i media chiedono sempre ai lettori “Quanto sono simili i due pezzi?”, ma è proprio la domanda ad essere sbagliata».

La vittoria di Sheeran può rappresentare un segnale positivo per artisti e autori preoccupati dalle accuse di plagio, ma l’idea che le cause legali potrebbero fermarsi potrebbe essere illusoria, vista la litigiosità imperante. «È vero che il vaso di Pandora è stato aperto, ma non credo sia semplice chiuderlo», dice Benoualid. «Ogni volta occorre fare un’analisi specifica, stiamo parlando di arte. Sono situazioni che rivedremo in futuro, ma mi auguro che con l’esperienza emergano delle linee guida per ridurre il numero di cause».

Come dice King, secondo il quale non si sarebbe dovuti andare a processo né per Blurred Lines, né per Thinking Out Loud, «ogni singolo giorno vengono intentate cause per violazione del copyright musicale. Non mancano gli avvocati di parte civile disposti ad accettare un’offerta, con lo scopo di raggiungere un accordo, non di andare in giudizio La domanda quindi è: gli avvocati di parte civile che lavorano con onorario corrisposto solo in caso di vittoria diventeranno più selettivi nella scelta delle cause da intentare?».

Casi come quello di Sheeran hanno tanta risonanza proprio perché di rado si arriva a processo. Le cause sul diritto d’autore si chiudono prima che il pubblico o la stampa ne vengano a conoscenza, il che permette agli artisti di evitare che giurie potenzialmente imprevedibili decidano il destino della loro musica. D’altra parte, l’idea che qualcuno possa ottenere un risarcimento se una sua canzone è sufficientemente simile a quella di un altro (sempre che un giudice non respinga la richiesta) potrebbe contribuire ad alimentare il fenomeno.

«È il prezzo che si paga», dice Benoualid, sottolineando che l’imprevedibilità delle giurie rende più sicuro accordarsi preventivamente, senza rischiare di andare a processo. «Molti artisti non vogliono andare in tribunale e perciò preferiscono pagare un piccolo risarcimento per stare tranquilli».
 Senza menzionare artisti o canzoni specifiche, Benoualid dice d’aver ricevuto parecchie richieste di risarcimento per diritti d’autore relative a brani di successo che si sono concluse con un accordo. La maggior parte delle richieste di risarcimento erano «assolutamente infondate».

Secondo King «si potrebbe pensare che si possano fermare le tante richieste di risarcimento fasulle portandole in aula, gli artisti però si chiedono: davvero voglio spendere mezzo milione, un milione o due milioni di dollari e perdere intere giornate per difendere le miei ragioni e scoraggiare altri querelanti? Non è meglio pagare un piccolo risarcimento e chiudere lì la cosa?».

Ecco perché Bennett elogia Sheeran, che ha scelto di andare a processo. «Si è difeso da solo all’Alta Corte del Regno Unito e a New York. È un’enorme seccatura, sarebbe stato più facile cercare un accordo. Lui invece ha affrontato la cosa con integrità e onestà. Mi auguro che contribuisca a rendere meno frequenti cause simili».

Comunque andranno le cose, questa è una vittoria. «Come musicologo forense», dice Bennett, «sono interessato a etica e verità. I miei allievi della Berklee che studiano per diventare songwriter possono tirare un sospiro di sollievo. Lo stesso vale per gli avvocati. E però non saremmo mai dovuti arrivare a questo punto».

Da Rolling Stone US.

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