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Perché ha senso ascoltare la musica degli Squallor nel 2020

Fottersene, sovvertire i canoni, deridere il potere e il culto della personalità, non tirarsela, abbattere la seriosità del pop, improvvisare: ascoltare la band di Alfredo Cerruti significa fare un esercizio di libertà

Quando un maestro viene a mancare, è sempre difficile dire cosa si prova, a volte mancano le parole, a volte la tristezza è troppa e il vuoto incolmabile. Nel caso di Alfredo Cerruti, una delle colonne portanti dei mitici Squallor, ultimo a testimoniare l’opera della band dopo la dipartita di tutti gli altri, non è stato proprio così. Anzi, pensando a lui che se ne vola in cielo a riformare la band dalle nuvole, sono tornato indietro a quando alle medie ci scambiavamo sottobanco cassette registrate (ovviamente di straforo e malamente) di questo gruppo assurdo di cui non si sapeva nulla e che rappresentava in un certo senso un tabù: erano irriverenti, i loro testi pieni di parolacce, la loro musica era una non musica, più che altro un’accozzaglia di cose che si prendevano a cazzotti tra loro, ma in maniera fascinosa. E a spiccare era la voce di Cerruti, con quella pasta incredibile, suadente, che pareva davvero fuori dal bene e dal male, riconoscibile tra mille: la sua voce era gli Squallor.

Era un cinismo ironico, volgare nel senso proprio del volgo (non a caso erano nelle top ten di tutti i camionisti) e assolutamente puntuale nonostante fosse votato al cazzeggio. La saga di Confucio non lascia adito a dubbi che Cerruti fosse un vero filosofo: ed è proprio con questo piglio che – novello Diogene – di giorno si dedicava a fare il boss della CGD, dicendo alle varie pop star che i loro pezzi facevano cagare e indirizzandoli quindi al successo, e di notte invece occupava con i suoi compagni di banda le sale di registrazione trasformandole in bettole carbonare, dove si facevano le ore strapiccole, ci si sbronzava e si faceva quello che cazzo si voleva (tra le tante cose incidere i rutti di Red Canzian dei Pooh, un asso nel farli a tempo). Poi il disco degli Squallor immancabilmente usciva, pregno di quest’attitudine nichilista, e vendeva una caterva di copie, senza contare il mercato illegale delle cassette taroccate, contando il quale possiamo dire che gli Squallor furono uno dei gruppi che ha venduto di più nella storia d’Italia. Ecco, adesso che non ci sono più gli Squallor c’è chi si chiede se la loro musica (o meglio il loro approccio alla musica) oggi abbia ancora senso. Ebbene la risposta è che non solo ha senso, ma probabilmente ha messo le fondamenta per il pop moderno e per la musica sperimentale nella nostra penisola.

No, non parliamo del rock demenziale – per quanto i vari Skiantos, Elio e Le Storie Tese e Prophilax molto hanno preso da loro –, anche perché ora è abbastanza old fashioned. Per far capire meglio cosa voglio dire, partirei dalla mia esperienza personale: quando ascoltai per la prima volta gli Squallor capii il senso della libertà in musica. Fottersene, sovvertire i canoni, osare anche essere dozzinali se questo serve a deridere il potere, soprattutto quello del culto della personalità, la seriosità cancerogena del pop italiano e della musica tutta. Loro, come i loro lontani cugini Residents, erano inquietanti: facevano ridere, ma anche paura, erano chirurgici. La saga di Pierpaolo in cui Cerruti con la voce deformata interpretava un pargolo dell’alta borghesia italiana, violento e senza cuore, era un attacco alle fondamenta dello Stato, la famiglia (il titolo era beffardamente Famiglia Cristiana). E oltre a quello derisero tutto, dal neofascismo (la stupenda Revival) al periodo della Milano da bere di Craxi (Demiculis), alla dittatura algoritmica dei computer (Computer Amedeus). Usavano delle basi che non si capiva mai se erano preesistenti o fatte su misura: ed erano molte volte riciclate da quelle che producevano per le pop star italiane “serie” (per esempio la Carrà di Fiesta su Los culatones, storia di un prete… particolare). E improvvisavano a braccio senza nessun criterio e ritegno, erano punk come fossero la versione limata ed efficace del disco The Great Rock n Roll Swindle dei Sex Pistols, solo che gli Squallor ci erano arrivati prima.

A quel punto, da piccolo accendevo la radio e se c’erano degli strumentali di qualsiasi tipo ci cantavo su improvvisando o facendo degli spoken, seguendo il loro esempio (tant’è che senza Cerruti e i suoi monologhi forse non avrei mai apprezzato la poesia sonora). L’attitudine dei nostri era quindi sperimentale, tanto che in alcuni brani troviamo anche episodi in cui si usa la stereofonia un po’ come i Monty Python, registrando due diverse voci a canale e clashandole insieme contemporaneamente con effetto straniante. Questo per dire che gli Squallor non erano propriamente degli umoristi d’avanspettacolo che facevano le battute da terza elementare; no, erano dei terroristi che, infatti, oggi sarebbero bannati ovunque, estremi nel loro essere politically incorrect (nel capolavoro Radio cappelle, per esempio, che prende in giro il movimento F.U.O.R.I.) e nel fustigare i costumi del tempo (Usa for Italy, critica alla carità pelosa e allo sfascio del Paese, o A me mi ha rovinato il ’68 in cui si smaschera una classe dirigente che una volta faceva la rivoluzione, ma solo per la fica).

La loro eredità però non solo è nel campo noise, sperimentale, techno (ricordiamo la fissa di Donato Dozzy con i loro lavori, l’idolatria degli Splinter Vs Stalin) per il loro approccio rigoroso nelle registrazioni più insensate e per l’estremismo nel fregarsene di tutto e di tutti, ma la troviamo anche nella trap attuale italiana: le basi sono molte volte fatte in due minuti, prese già confezionate, e si dice quello che si vuole senza peli sulla lingua (anche se appunto mai raggiungono i maestri). Piaccia o no, è un esercizio di libertà: non a caso Enzo Dong campionò proprio Cerruti (col suo lapidario “latrina!”) e Computer Amedeus per il suo Che guard’ a fa. Nell’ itpop anche, quel carattere leggermente surreale che troviamo nei testi e l’attenzione alla melodia vengono direttamente dagli esperimenti di Totò Savio.

Forse c’è una cosa sola nella quale gli Squallor oggi, purtroppo, non sarebbero attuali: quella capacità di non prendersi sul serio, di essere al vetriolo soprattutto con se stessi, mantenendo quella purezza di chi alla musica preferisce il gioco. Chissà, magari quando finirà la paranoia di tutto questo casino virale impareremo la loro lezione di esilarante scetticismo e smetteremo di tirarcela per niente: per ora grazie Alfredo, e citando Avida, siamo sicuri che sei morto?

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