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Per rendere (un po’ più) sostenibile l’industria musicale bisogna dare un taglio ai grandi eventi

Oggi non è possibile fare concerti e ascoltare musica lasciando un'impronta ecologica modesta. Soluzione minimalista: preferire i concerti piccoli a quelli enormi. Massimalista: ricostruire da zero il music business

Foto: Jacob Bentzinger/Unsplash

Jake Blount è un cantante, autore, musicista e accademico che ha scritto saggi sulle tradizioni di afroamericani e indigeni. Ha pubblicato il nuovo album The New Faith il 23 settembre e si è esibito di recente all’Americana Fest di Nashville. In questo saggio per Rolling Stone spiega i rapporti tra cambiamento climatico e industria della musica dal vivo e suggerisce come musicisti e fan dovranno cambiare comportamenti per salvarla.

Ad agosto 2021 ho comprato un’auto nuova. Dopo un anno e mezzo di stop dovuto alla pandemia scalpitavo per andare in tour, e questa volta con la band al completo. Sfortunatamente la mia amatissima Honda Accord non era adatta per viaggiare con un gruppo al seguito, per cui ho deciso di comprare un mezzo nuovo. Sono omosessuale, ergo ho preso una Subaru Outback. L’ho subito ribattezzata Tie, perché il cruscotto ricorda quello dei caccia che si vedono nella trilogia originale di Star Wars.

Un annetto dopo, nel parcheggio per soste prolungate dell’aeroporto di Pittsburgh, ho controllato il contachilometri. Il numero che ho visto mi ha lasciato di stucco: 56 mila chilometri. Se avessi guidato seguendo la linea dell’equatore, avrei fatto il giro della Terra quasi una volta e mezza. Sono certo che i chilometri che ho percorso in totale, compresi quelli fatti con le auto a noleggio, arriverebbero a coprire almeno un paio di giri completi (senza considerare i viaggi in aereo).

Come la maggior parte dei giovani, sono preoccupato per il futuro e mi sento responsabile degli effetti delle crisi ambientali che minacciano la vita sul nostro pianeta. Gli attivisti e i divulgatori, a ragione, sostengono che le maggiori emissioni di anidride carbonica sono imputabili alle attività delle corporation e non a quelle dei singoli individui, per cui il voto e le proteste sono le uniche modalità che abbiamo per contribuire alla lotta per il cambiamento. Ma cosa possiamo fare negli altri 364 giorni dell’anno? Le nostre scelte individuali sono le uniche cose che possiamo controllare al 100% e, per quanto il loro impatto possa essere minuscolo, dobbiamo impegnarci tutti.

Questo mette gli artisti che vanno spesso in tour in una posizione scomoda, perché l’industria musicale offre un numero limitato di opzioni. Nell’era dello streaming dobbiamo suonare dal vivo di continuo giacché la maggior parte delle persone non compra più musica e le piattaforme pagano un’inezia. Dobbiamo fare più concerti che mai anche perché i cachet per i live sono gli stessi da una quarantina d’anni e non sono aumentati a dispetto dell’inflazione. Spesso dobbiamo controbilanciare i compensi bloccati e i costi sempre crescenti con la vendita del merchandising: tutta merce principalmente in cotone e materie plastiche, che consuma acqua e provoca emissioni di anidride carbonica nel processo di fabbricazione e durante il trasporto. Le t-shirt, gli adesivi e i CD finiscono inevitabilmente nelle discariche o negli oceani.

Anche se le compagnie di streaming ci pagassero il giusto e potessimo permetterci di andare meno in tour, il problema delle emissioni resterebbe: a quanto risulta, infatti, nel 2017 i soli ascolti in streaming di Despacito di Louis Fonsi hanno richiesto un consumo di corrente elettrica pari a quello di cinque Paesi africani messi assieme.

Esistono delle linee guida per fare tour sostenibili, ma le soluzioni contemplate sono spesso troppo costose o impraticabili per la maggior parte dei musicisti. In poche parole, nell’industria musicale odierna non c’è modo di guadagnare lasciando un’impronta ambientale modesta. D’altro canto, nemmeno il pubblico ha a disposizione un modo sostenibile di fruire della musica. Siamo tutti parte del problema.

Gli abusi dell’industria musicale in campo climatico ci rendono tutti (performer e pubblico) complici nella distruzione della natura e nella discriminazione sistematica di coloro che già sono maggiormente esposti ai pericoli che tutto questo cagiona. Pochi Paesi sono responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni, ma è il mondo intero a patirne conseguenze, anche se l’impatto del cambiamento climatico non viene percepito da tutti in egual misura: a sopportare il peso maggiore, come al solito, sono le persone di colore e quelle coi redditi più bassi.

Stiamo iniziando a modificare i nostri comportamenti, ma troppo lentamente e con poca cognizione di causa. Mi sorprende che la pandemia non abbia ispirato chi ama la musica e chi la fa ad agire con più celerità. Il nostro settore è riuscito a malapena ad assorbire l’impatto di un’epidemia virale e il cambiamento climatico ne causerà altre, oltre a vari altri problemi. Come possono andare in tour i musicisti se la situazione climatica porta sempre più cancellazioni di voli, rende impraticabili le strade, scatena incendi di grandi proporzioni e distrugge le abitazioni?

Il viaggio inaugurale di Tie si è svolto alla fine di agosto del 2021. Non dimenticherò mai i lunghi tratti di strada percorsi alla fine del tour col mio bassista che si disperava cercando di organizzarsi per avere un tetto sulla testa nelle settimane seguenti, dopo che l’uragano Ida aveva devastato la sua abitazione in Louisiana.

Ma davvero dobbiamo pensare a salvare la nostra industria? Vendere e consumare musica come facciamo adesso potrebbe essere un processo di per sé non sostenibile. Anche se tutta l’energia elettrica fosse ricavata da fonti rinnovabili e per andare in tour ci affidassimo solo a veicoli elettrici e a trasporti pubblici (un’ipotesi poco verosimile), ci sarebbero comunque danni ambientali e sfruttamento del lavoro collegati all’estrazione dei materiali necessari e alla costruzione delle infrastrutture.

E allora, che fare?

Io sarei per porre fine all’industria musicale così com’è oggi, a favore di un approccio che recuperi le tradizioni della musica comunitaria che per millenni hanno soddisfatto i bisogni artistici dell’umanità, prima che venisse inventata la tecnologia per registrare. Parlo di performance per poche persone, a livello locale o regionale, meglio ancora se fatte suonando strumenti costruiti da artigiani locali e con materiali a chilometro zero. Situazioni del genere esistono ancora, soprattutto sotto di house show nel circuito DIY. Io stesso ho iniziato facendo concerti in case private e partecipando a jam collettive, godendomi in quelle situazioni alcune delle performance migliori della mia vita, sia come esecutore che come spettatore.

È facile immaginare un approccio meno drastico rispetto al mio e bisogna essere consapevoli del fatto che anche piccoli passi possono avere un effetto positivo. Come andrebbero le cose se chi va ai concerti comprasse 20 biglietti da 15 dollari per vedere band della zona in locali piccoli o di medie dimensioni, invece di un unico biglietto da 300 dollari per assistere a uno show in uno stadio che ha un’impronta ecologica mostruosa? E se più persone organizzassero concerti in casa? E se i promoter e gli organizzatori di eventi si sforzassero di più nel valorizzare i talenti locali e il governo ci fornisse i mezzi per alimentare gli spettacoli tramite energie rinnovabili?

Si tratta di piccolissimi cambiamenti, non c’è dubbio, tanto più considerando che questa industria gioca un ruolo relativamente marginale nella crisi climatica. E anche le ipotesi di mutamenti più radicali che ho avanzato toglierebbero gocce dal grande secchio delle emissioni globali di anidride carbonica. Quelle gocce, però, potrebbero bastare finché non saremo in grado di alzare quel secchio e svuotarlo.

Tradotto da Rolling Stone US.

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