Per gli 80 anni di Dolly Parton riascoltate ‘Coat of Many Colors’ | Rolling Stone Italia
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Per gli 80 anni di Dolly Parton riascoltate ‘Coat of Many Colors’

Non ci sono solo ‘Jolene’, ‘9 to 5’ e ‘I Will Always Love You’. Nel 1971 la leggenda vivente del country prendeva il controllo della sua musica e pubblicava la sua origin story e il suo autoritratto definitivo

Per gli 80 anni di Dolly Parton riascoltate ‘Coat of Many Colors’

Dolly Parton nel 1972

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Ci sono tante canzoni che definiscono Dolly Parton, da Jolene a 9 to 5 passando per I Will Always Love You. Nessuna però offre un ritratto preciso quanto Coat of Many Colors, il racconto autobiografico datato 1971 sull’infanzia segnata dalla povertà negli Appalachi e sugli abiti cuciti a mano che lei e i suoi fratelli indossavano per andare a scuola. Suscita ancora un’emozione viscerale sia nella donna che l’ha cantata, sia nei fan della country music che l’ascoltano. È anche il pezzo con cui Parton è emersa come artista a tutto tondo: non solo come cantante, ma anche come autrice. «A ogni album cercavo di progredire, di fare di più, di crescere, di esprimermi musicalmente il più possibile, senza tradire me stessa», racconta a Rolling Stone. «Mi prendo sempre più sul serio come atrice di quanto non faccia come cantante».

Parton ha registrato Coat of Many Colors nello Studio B della RCA nel 1971. Da sette anni viveva a Nashville dove si era trasferita con l’intenzione di diventare autrice, non interprete. E invece c’è voluto del tempo prima che Music City capisse che sapeva scrivere grandi canzoni. Una volta arrivata in città, ha conosciuto un uomo destinato a giocare un ruolo cruciale nella sua vita, Porter Wagoner, veterano del country e autore di grandi hit che aveva un suo programma televisivo. È stato lui a darle la sua grande occasione scritturandola nello show e diventando suo partner abituale nei duetti. Hanno pubblicato assieme 13 album e vinto per tre volte il Country Music Association Award come Vocal Duo of the Year. Lui la aiutava persino a scegliere quali canzoni registrare, finendo per essere una presenza ingombrante in studio. «Porter era sempre coinvolto nella produzione, lavorava con fonici e musicisti, assicurandosi che tutto venisse fatto come voleva lui».

È stata Parton a porre fine alla loro collaborazione musicale nel 1974, dicendogli addio proprio con I Will Always Love You. Ai tempi di Coat of Many Colors, tre anni prima, stava già iniziando a prendere le distanze da lui. Sapeva che per affermarsi come solista e autrice doveva scrivere la maggior parte dell’album a partire dalla title track, la sua origin story. Cresciuta in una famiglia povera di Sevierville, Tennessee, vicino alle Great Smoky Mountains, ricordava in modo vivido la baracca con una sola stanza in cui aveva vissuto. «Non avevamo niente», racconta. «La mamma cuciva le nostre trapunte e le tende per le finestre, rammendava i vestiti e ne faceva altri usando sacchi di mangime o ritagli vari».

Scritta su un tour bus con Wagoner su una ricevuta dalla lavanderia, in Coat of Many Colors Parton canta le sue origini umili e lo fa con un linguaggio semplice e diretto. La canzone si ispira al racconto biblico di Giuseppe e della sua veste dalle molte tinte. «Andai a scuola pensando di sembrare Giuseppe. Ero arrabbiata con mia madre, piangevo, mi aveva raccontato una bugia. Lei disse: “Non voglio mai più sentirti dire che siamo poveri. Siamo ricchi di gentilezza, amore e comprensione”». Secondo la cantautrice Brandy Clark Coat of Many Colors funziona perché è universale. «Ci sono la famiglia, la religione, l’onestà, la povertà e c’è la derisione. Se non hai sperimentato sulla tua pelle almeno una di queste cose, probabilmente non hai vissuto».

Parton ha rispettato la richiesta di Wagoner di includere nell’album alcune sue canzoni, ma Coat of Many Colors è un disco in tutto e per tutto di Parton. Per il critico di Rolling Stone Chet Flippo è il primo vero passo nella trasformazione di Parton in un’anima musicale libera e in una grande songwriter.

Oltre alla title track, la cantante ha scritto Traveling Man, che racconta di una giovane che pianifica di scappare con un venditore, solo per vederselo soffiare dalla madre. Secondo Clark in questa e in un’altra traccia del disco che si intitola She Never Met a Man She Didn’t Like si capisce che Parton «si stava avvicinando a Jolene».

Lo spirito delle Smoky Mountains, la terra natale di Parton, emerge in tutto l’album. Non è solo nel testo della title track, ma anche in Early Morning Breeze e nella musica di My Blue Tears, un bluegrass che usa la natura come metafora di un cuore infranto. «Quelle canzoni sono un tributo alla mia casa di montagna nel Tennessee, volevo ottenere quel suono antico». È mountain music, dice Clark, «ed è un altro tema che attraversa il catalogo di Dolly. Ho sempre voglia di ascoltare Dolly in autunno, perché adoro andare a Gatlinburg e Pigeon Forge quando le foglie cambiano colore. Dollyè riuscita a far sentire la sua musica parte del paesaggio».

Dal punto di vista sonoro, c’è un’eccezione in un album per lo più acustico: Here I Am è più funk-rock che country. È anche un bell’esempio di come Parton abbia voluto rivendicare per sé la propria musica. «Volevo fare qualcosa di un po’ più blues o un po’ più rock e ho dovuto lottare per riuscirci: “Non è abbastanza country”», racconta della session. «E io pensavo: “Sì, ma è piena di soul”».

Secondo la cantante country Carly Pearce, che è una superfan di Parton, il segreto sta nella semplicità dei testi. «Ha un modo di scrivere che va dritto al punto. Quando cerco di complicare troppo le cose, mi ricordo che queste canzoni hanno superato la prova del tempo e in fin dei conti erano piuttosto semplici».

Coat of Many Colors è ancora oggi un album importante perché rappresenta l’essenza della country music e il suo scopo: raccontare una storia semplice in cui chiunque può riconoscersi. Ha raggiunto il settimo posto nella classifica degli album country ed è valso a Parton la sua prima nomination come Album of the Year ai CMA Awards.

Guardandosi indietro, Parton dice che era andata a Nashville proprio per fare dischi come questo e diventare una songwriter. Oggi è anche una superstar globale, ma la title track farà sempre parte della sua storia, uno spaccato di ciò che è stata e di ciò che stava per diventare. È stata persino adottata come inno gay grazie ai suoi temi di accettazione e amore. «Molti dei miei nuovi fan amano tornare indietro e vedere chi sono, chi ero. La gente ritrova una parte di sé in quel cappottino per tantissimi motivi diversi».

Da Rolling Stone US.

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