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‘Peggio di niente’ dei Ministri è una grande canzone sulla pandemia perché non parla di pandemia

Dimenticate gli inni agli abbracci e i covid-remix dell’ultimo anno. Il nuovo singolo polverizza qualsiasi “ne usciremo migliori” e invece del virus parla di tutti noi. E ci chiede: quando mai è andato tutto bene?

Foto press

Ce l’hanno spiegato loro, altrimenti non lo avremmo capito che Peggio di niente è una canzone sulla pandemia. Perché di macchie sul sole, ascensori che cadono senza fare rumore, nebbia, fumo negli occhi, posteggi e passeggiate nel vuoto in questo lunghissimo anno di distanziamento, curve dei contagi e quarantene non ne abbiamo visti. O forse sarebbe meglio dire che chi ha avuto la sensibilità di intravedere dentro di sé e intorno a sé immagini di questo tipo non ha certo iniziato a farlo quando il Covid ha stravolto le nostre vite.

I Ministri raccontano sempre molto bene quanto in basso possa arrivare l’essere umano: prendendo spunto dai comportamenti peggiori sfoggiati davanti a un evento che nessuno si sarebbe aspettato, la band milanese ha fissato un’analisi dell’essere umano nel suo complesso, più propenso alle divisioni che alla solidarietà e spesso disposto a tutto pur di sopravvivere. In questo senso, fermandoci ai nostri istinti, siamo tutti uguali: “Ho visto gente normale calpestare altra gente, ho visto gente speciale calpestare altra gente”, canta “Divi” Autelitano nel singolo che segna il ritorno sulle scene dei Ministri a due anni dalla pubblicazione di Un viaggio, l’unico brano inedito diffuso dalla band milanese dopo Fidatevi. Il pezzo polverizza qualsiasi “Ne usciremo migliori”, qualsiasi arcobaleno appeso alle finestre, ma senza alcun fare disfattista, ricordandoci semplicemente che era già tutto lì. È l’anti “Andrà tutto bene”. Anche perché in fondo quando mai, Covid o non Covid, è andato tutto bene? Peggio di niente è la canzone definitiva sull’impatto del Coronavirus perché riesce a toglierlo di mezzo senza smettere di parlarne. Tolto il Covid dalla narrazione, rimaniamo noi.

Dimenticate l’inno all’abbraccio ritrovato di Andrà tutto bene di Elisa e Tommaso Paradiso dell’aprile 2020, i toni ironici e incoraggianti da appuntamento vietato nel reparto sanitario di un supermercato dell’AutocertifiCanzone de Lo Stato Sociale, i riferimenti alle carenze delle istituzioni della sanremese Mai dire mai (la locura) di Willie Peyote e anche l’eterna quarantena di Eternantena di Mahmood. Per non parlare delle moltissime canzoni e remix a tema Covid, internazionali e nostrane, che hanno invaso le piattaforme streaming dal marzo dello scorso anno. Il nuovo singolo dei Ministri è un brano di testa e non di pancia che dà forma artistica al detto “al peggio non c’è mai fine” tornando alle sonorità delle origini della band, quelle per intenderci pre Cultura generale, meno orecchiabili dei più recenti lavori del trio. Dure ed energiche, ma non cupe, dense dell’allegria nichilista del punk e spesso, ma non sempre, portate a intravedere una qualche luce in fondo al tunnel.

Di “tempi bui” – così la band intitolava il suo secondo album nel 2009 – Federico Dragogna e soci parlano da tempo e da tempo ci dicono che “tanto vale provarci comunque” anche quando tutto intorno a noi perde di senso. E a dare uno sguardo al repertorio dei Ministri, immagini che durante la pandemia ci sono diventate familiari se ne trovano ben prima di Peggio di niente, dai “viali deserti delle città vuote” di Spingere ai “periodi della mia vita senza una trama precisa” di Io sono fatto di neve. Non è la pandemia, insomma, è la vita che ci insegna per quanto possibile a provare a “stare alla larga dai finali a crepacuore” e a godersi “l’equilibrio finché tiene”, provando magari anche a “trovare un senso a tutto come un buon prete”. Se nel 2013 erano quelle le parole che i Ministri mescolavano nei loro testi, otto anni dopo, con l’aiuto di Ivan Antonio Rossi alla co-produzione, non ci vanno troppo lontani quando cantano di aver visto il tempo volare e cadere, citando anche De André – i Ministri hanno preso parte all’album tributo al cantautore genovese Faber Nostrum del 2019 con la loro versione di Inverno – e la sua Ho visto Nina volare.

A più di un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria il trio ha capito meglio di altri che è arrivato il momento di iniziare a guardare a tutto questo non più in termini di eccezionalità, ma di normalità. Ed è bello che questo tipo di riflessione arrivi da una delle poche band del panorama italiano che continua a proporre un rock crudo e per quanto possibile fuori dalle logiche commerciali, un gruppo che continua a parlare d’amore e non di business. Di certo è dura considerare parte della nostra vita, al pari di altro, mascherine, disinfettanti e respiratori ma la difficoltà, l’imprevisto, il dolore, la paura, la malattia e la catastrofe sono sempre e sempre sono state intorno a noi. Pronte, avrebbero detto i Ministri qualche anno fa, a “distruggerci e poi salvarci”. Forse.

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