Lunedì scorso Greg Kading camminava su e giù nel soggiorno di casa sua in California. Al suo fianco una bottiglia di champagne pronta da stappare e un monitor con la diretta streaming dall’aula di tribunale dove stava per essere trasmesso il verdetto del processo per l’omicidio di Tupac Shakur. Kading è l’ex detective della polizia di Los Angeles che ha guidato la task force che ha indagato sugli omicidi irrisolti di Tupac e di Christopher “Notorious B.I.G.” Wallace. È una delle persone che hanno contribuito maggiormente a risolvere il caso Shakur, rimasto aperto per decenni.
Alla fine, quando dopo appena tre ore i giurati sono rientrati in aula e hanno dichiarato colpevole Duane “Keffe D” Davis, Kading ha stappato quella bottiglia con la moglie e il figlio. E l’hanno pure finita (il figlio è adulto). «Mi ha sorpreso e spiazzato la velocità con cui è stato espresso il verdetto», racconta al telefono. «I giurati sono riusciti a capire la natura del caso: in pratica, Keffe si è condannato da solo parlando troppo».
Kading ha 63 anni e fa parte del ristretto gruppo di persone che hanno contribuito a portare Davis sul banco degli imputati. Nel 2008, lui e un altro detective della task force di nome Daryn Dupree sospettavano che Davis sapesse qualcosa sull’omicidio di Notorious B.I.G. Si sono presentati nel garage di casa dell’uomo con una proposta: Davis avrebbe evitato l’ergastolo per traffico di droga in un caso non correlato a quello di B.I.G. se avesse collaborato e raccontato ciò che sapeva. Davis ha negato ogni coinvolgimento nell’omicidio di Biggie, ma ha sorpreso i due dicendo: «Siamo noi gli autori di quell’altro».
C’è stato poi un colloquio investigativo a cui Davis ha partecipato in presenza del suo avvocato. È stato registrato di nascosto e si è rivelato fondamentale. In quell’occasione Davis ha raccontato quando il 7 settembre 1996 era in auto a Las Vegas con altri tre uomini, tra cui suo nipote Orlando “Baby Lane” Anderson. Quando hanno visto Shakur a bordo di una BMW nera guidata da Suge Knight, il co-fondatore della Death Row Records, Davis ha passato una Glock calibro 40 carica alle persone sedute dietro, Anderson l’ha presa e ha aperto il fuoco, il tutto nell’ambito della faida sempre più violenta tra i South Side Compton Crips di Davis e i Mob Piru Bloods, gang rivale legata a Shakur e Knight.
L’accordo prevedeva che le dichiarazioni di Davis durante quel colloquio non potessero essere utilizzate come prove in un procedimento penale. Dopo aver lasciato la polizia di Los Angeles nel 2010, deluso dal progressivo smantellamento della task force, Kading ha pubblicato un libro intitolato Murder Rap: The Untold Story of the Biggie Smalls & Tupac Shakur Murder Investigations in cui ha rivelato il contenuto della confessione di Davis. Secondo l’accusa Davis, infuriato, non ha resistito alla tentazione di riprendere il controllo della narrazione raccontando la sua versione dei fatti in una docuserie del canale BET e nei programmi hip hop The Art of Dialogue e VladTV.
Il giudice ha stabilito che raccontando pubblicamente la sua versione, Davis aveva di fatto rinunciato alla speciale tutela prevista dall’accordo fatto con gli investigatori nel 2008. L’uomo è stato arrestato nel 2023 e da allora è in carcere. Dopo la condanna, la sentenza sarà pronunciata il 13 ottobre.
Kading era a disposizione come potenziale testimone durante il processo e, per questo, ha evitato di assistere ad altre testimonianze. Quando ha saputo che non sarebbe stato chiamato a deporre, ha seguito le arringhe finali e ha ascoltato un procuratore respingere le accuse della difesa secondo cui Kading era un ex agente «caduto in disgrazia» che aveva «rubato» i fascicoli investigativi dopo aver lasciato il dipartimento.
«Non ci sono prove che Greg Kading abbia fatto qualcosa di sbagliato», ha detto alla giuria Marc DiGiacomo, vice procuratore distrettuale capo della Contea di Clark, in uno dei suoi ultimi interventi. «Ha scritto un libro da privato cittadino, come ogni altro ex poliziotto che si è occupato di un caso di grande risonanza».
Sono parole che Kading ha molto apprezzato. Quando è arrivato il verdetto della giuria, ha provato sollievo e soddisfazione. «Ha il sapore della rivincita. Non riusciremo mai a metterci alle spalle tutte quelle ridicole teorie del complotto, un sacco di gente ha perso la capacità di pensare in modo critico, ma almeno adesso questo non è più un caso irrisolto. È arrivato a processo e c’è stata una condanna, e quindi c’è stata giustizia».
Le «accuse false» mosse contro di lui dalla difesa gli sono sembrate un attacco personale, ma dal punto di vista legale non può farci granché essendo state avanzate in tribunale, dove gli avvocati godono generalmente di una protezione dalle azioni legali per diffamazione relative alle loro dichiarazioni. «Ovviamente non ho rubato il fascicolo. Se avessi rubato i fascicoli, ci sarebbero state delle conseguenze». Dice di aver fatto delle copie del materiale e che un’indagine interna ha stabilito che l’accusa secondo cui aveva rubato qualcosa era «palesemente falsa».
Kading contesta anche l’affermazione della difesa secondo cui pubblicando il libro avrebbe violato la promessa fatta a Davis. «Non c’è mai stato un accordo secondo cui avremmo tenuto tutto quanto segreto, non abbiamo mai promesso a Keffe D alcun tipo di anonimato». Secondo Kading, è stato Davis stesso a compromettere le tutele previste dall’accordo parlando pubblicamente dell’omicidio. «La sua interpretazione della vicenda gli si è ritorta contro».
Nemmeno Kading sapeva che l’incontro del 2008 con Keffe D era stato registrato e ha provato un po’ di imbarazzo quando è stato fatto ascoltare in aula. Se l’avesse saputo, avrebbe condotto l’intervista in modo più formale. «Parlano tutti contemporaneamente. Metà delle cose non si riesce nemmeno a capire. Ma grazie a Dio quella registrazione c’è».
Secondo la difesa se le cose fossero andate come afferma l’accusa, Davis sarebbe stato ammazzato subito dai rivali e Knight non avrebbe pagato Anderson, ovvero l’autore materiale, affinché testimoniasse a suo favore durante un’udienza per una violazione della libertà vigilata. Secondo Kading, le cose nel mondo delle gang sono più complesse di così. Davis si è ritirato nel suo quartiere di Compton e poteva contare sulla protezione della sua gang. E Knight sapeva che lui e la Death Row Records stavano «andando a picco» dopo la morte di Shakur e aveva tutto l’interesse a evitare il carcere per la violazione della libertà vigilata. Ha fatto i suoi conti: era meglio «comportarsi bene e persino pagare il nemico» pur di «tenersi fuori dal carcere».
Col senno di poi, dice Kading, tutto quello che è successo ha portato al risultato giusto. «Non ho alcun rimpianto, zero. È andato tutto nel migliore dei modi. Se non avessi reso pubblico il caso, Keffe D non avrebbe mai parlato. E se non avesse parlato, non ci sarebbe stato il processo. È strano, ma tutto doveva accadere esattamente nel modo in cui è accaduto affinché arrivassimo alla sentenza. Keffe D avrebbe potuto finire in carcere per droga e il caso Tupac sarebbe rimasto irrisolto».
Oggi Kading lavora nel campo delle investigazioni private. «Se ti schieri dalla parte della verità e della giustizia, se sei disposto persino a correre dei rischi per perseguire questi obiettivi, in qualche modo la cosa ti torna indietro sotto forma di bene. Se cerchi di vivere in modo retto, alla fine l’universo ti ricompensa».












