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Panic! At the Disco, ovvero il pop-rock fatto alla vecchia maniera

Sfacciato, melodico e roboante, ’Viva Las Vengeance’ è il disco perfetto per chi ha nostalgia del pop-rock anni ’70-’80. Se “Dio ha ucciso il rock’n’roll”, Brendon Urie lo vuole resuscitare

Foto press

Brendon Urie ama i gesti clamorosi fin quando, a metà anni 2000, era un emo verboso con in testa un cappello a cilindro. Nata come band condivisa con gli amici d’infanzia per poi evolversi in un progetto solista, anche i Panic! At the Disco hanno sempre amato i grandi gesti, come scegliere la strada del pop barocco dopo il successo a livello TRL o rifare Bohemian Rhapsody dei Queen in concerto.

Nonostante sia nato solo nel 1987 e a dispetto di canzoni come il singolo del boom del 2006 I Write Sins Not Tragedies o l’implacabilmente vivace High Hopes, Urie ha uno stile che rimanda a quello che oggigiorno chiamiamo classic rock. Il nuovo album dei Panic! At the Disco Viva Las Vengeance, sorta di lettera diffamatoria indirizzata alla sua città, rende ancora più chiara questa cosa pieno com’è di riferimenti ai (e a volte di prestiti dai) classici da jukebox dell’epoca, il tiutto rinforzato da un massimalismo e da un livello “meta” tipicamente anni ’20. È un giro folle a bordo di un’auto sportiva mentre qualcuno cambia continuamente la frequenza della radio alla ricerca del riff perfetto al momento giusto.

Registrato su nastro dal collaboratore di lunga data Jake Sinclair (Weezer, Fall Out Boy) e dal guru del power pop Mike Viola (Candy Butchers, Andrew Bird), Viva Las Vengeance ha un gran suono, un motore musicale che spinge di brutto e assoli che sono macchine del tempo che trasportano in un’altra epoca. La musica possente quasi non fa cogliere il carattere riflessivo dei testi di Urie, che in Local God canta della sua veloce ascesa una ventina d’anni fa e in Star Spangled Banger evoca Phil Lynott dei Thin Lizzy in un viaggio nostalgico nell’adolescenza.

Nei momenti migliori, Viva Las Vengeance lambisce territori del cinema e del musical come accade in Something About Maggie o nell’epica God Killed Rock and Roll dove la power ballad degli Argent del 1973 God Gave Rock and Roll to You viene usata come trampolino di lancio di un’allegra demolizione del mito del rock and roll. E in Sad Clown, dove si sente lo spirito dei Queen (e di altri maghi della sala d’incisione come i Jellyfish) con tanto di cori operistici.

È musica coraggiosa che funziona quanto più risulta sfacciata, che è precisamente il motivo per il quale i Panic! At the Disco sono uno dei gruppi più interessanti del pop contemporaneo.

Tradotto da Rolling Stone US.

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