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Ora tutti i musicisti amano la Regina Elisabetta

I giorni in cui la musica veniva considerata un veicolo di controcultura sono morti ben prima della ricchissima icona pop in questione

Paul McCartney e la Regina Elisabetta alla Royal Academy of Arts nel 2012

Foto: Carl Court / AFP / Getty Images

È il settembre 2022 e il nostro immaginario sembra quasi schiacciato da una piccola donna che per oltre mezzo secolo è stata un simbolo, e solo di rado una persona. La scomparsa, quasi inattesa e fulminea (a 96 anni!) di Elizabeth Mountbatten-Windsor è avvenuta forse al picco del consenso.

L’Italia è uno dei Paesi nei quali (per ammirazione congenita nei confronti di chi riesce a vivere nel lusso tutta la vita senza mai mettere in questione la legittimità della cosa) la reazione è stata più compatta. Chi ha osato anche solo manifestare distacco dall’evento – e non sono stati moltissimi – è stato prontamente redarguito con disprezzo anche dagli opinionisti “social” più radicali. Le icone pop non si discutono mai, il loro successo è sacrosanto: sacro, e santo.

Ma d’altro canto, anche nel mondo della musica, che un tempo aveva tirato alcuni memorabili fendenti alla miliardaria londinese, si è potuto osservare un misto di prudente silenzio se non di nostalgico affetto. Evidentemente, i giorni in cui la musica veniva considerata un veicolo di controcultura sono morti ben prima della ricchissima icona pop in questione. Nessuno ha nemmeno provato a fare ciò che i pubblicitari ci incitano a fare ogni giorno, comprando pantaloni ribelli o autoveicoli ribelli: uscire dal coro. Nemmeno per quella che per decenni abbiamo chiamato attitude. Il pericolo di veder diminuire le royalties è stato più forte della tentazione di manifestare un pensiero diverso sulla royalty.

La musica non critica più nessuno – un po’ come i critici musicali, del resto. Nemmeno come atto sbarazzino, quello che veniva riassunto in God dei Duran Duran: “Ai tempi dell’innocenza, non facevamo che alzare due dita e dire ‘Fuck the queen’: era tutto quello che c’era da dire, in fin dei conti, per poi tornare alla questione molto più importante, fare musica”. Simon Le Bon in questi giorni twitta tristissimo: «La più grande monarca nella Storia» (…e pensare che era così amico di Diana Spencer).

Inutile aspettarsi qualcosa dal genere musicale egemone, il rap, la cui adesione tanto al capitalismo quanto a un imperialismo personalizzato difficilmente poteva portare in discussione la persona o l’istituzione da lei incarnata. Stormzy o Skepta o altre figure rilevanti della scena hip-hop britannica non hanno pensato fosse il caso di dire la propria, che è sempre la scelta più scaltra; curiosamente, è dalle ex colonie americane che sono arrivati alcuni commenti. Kanye West con un post nero e luttuoso ha invitato tutti a una riflessione su quanto la vita sia preziosa, come se ci fosse stata una strage con vittime innocenti e non la dipartita di una anziana mantenuta.

Snoop Dogg ha avuto parole gentili e la più “queen” delle rapper, Nicki Minaj, ha postato il proprio cordoglio per la scomparsa della collega. Nessuna piccola, anche vaga considerazione su come la tratta degli schiavi abbia contribuito alle fortune dell’impero britannico, al sensazionale patrimonio personale della famiglia che lo rappresenta, e alle esistenze della maggior parte dei rapper inglesi e americani e dei loro antenati vicini o lontani. D’altra parte, sono quasi quarant’anni che la conquista del mondo e la scalata a un impero sono presupposti irrinunciabili del rap game.

Dal pop, genere ancora più monarchico del rap e autenticamente invidioso degli aspetti kitsch (e trash) della vita di corte, era inutile aspettarsi qualcosa di diverso da uno strazio adorante e glamour. Quindi è inutile girarci attorno, era dal vecchio rock, l’unico nemico musicale che Buckingham Palace abbia avuto per qualche tempo, che ci si attendeva qualcosa di diverso da contrite condoglianze.

C’erano un po’ di attempati oppositori che qualcuno aspettava al varco. Ovviamente il principale era Johnny Rotten / John Lydon, che a vent’anni aveva inciso God save the queen coi Sex Pistols. Forse sapendo che sarebbe risultato un po’ patetico in ogni caso, il costantemente incostante ex punk ha twittato «Riposi in pace, Dio la benedica», insieme alle parole più conservatrici della “vera” God save the queen: «Send her victorious». Al Times, ha rilasciato parole un po’ più articolate: «Non c’è mai stato malanimo personale con lei o la sua famiglia, ma sono contrario all’istituzione e al fatto che sia pagata da me. Non voglio che vi facciate la settimana bianca coi miei soldi»: che i soldi siano un argomento sensibile per lui non è niente di nuovo. Il co-autore del brano Glen Matlock ha invece fatto i suoi auguri, in rima, al nuovo monarca: «God save the king – speriamo che non sia una silly old thing». Steve Jones ha lasciato decidere ai fans, postando l’immagine (iconica, direbbero i maniaci dell’aggettivo iconico) della regina deturpata per lo storico 45 giri della band. Insieme alla domanda senza impegno: «Come vi sentite?»

Un altro che tutti aspettano e continuano ad aspettare è Morrissey, che al di là di The queen is dead incisa con The Smiths (non un testo cattivissimo, in realtà) è sempre stato molto aggressivo con la signora – qualcuno sospetta, per istinto competitivo. Finora, non c’è stata nessuna esternazione, il che è anche un po’ inaspettato, visto il personaggio. Perciò lo sta sostituendo un video di Robert Smith che sta diventando virale: un’intervista rilasciata (in Francia, nota bene) nel 2012 nella quale il fondatore dei The Cure stronca la monarchia: “Odio l’idea di privilegio ereditario. Non è solo un’idea assurda in una democrazia. È assurdo che vengano ammirati e prendano quei soldi senza imbarazzo. Non hanno mai fatto niente nella vita, sono degli idioti del cazzo”.

In questi giorni tuttavia pochi hanno pensato anche solo di guadagnarsi un po’ di attenzione scuotendo il lutto: gli unici probabilmente sono stati gli Idles, che da tempo infamano l’amica dell’orsetto Paddington e tutta la sua famiglia – e in effetti non hanno mai avuto così tanta visibilità come in questi giorni. Ma probabilmente si ha troppo da perdere, e ogni manager o agente o SMM sta certamente sconsigliando anche le teste più matte. Qualcuno sta addirittura porgendo i suoi omaggi involontariamente, come David Bowie, che da vivo spiegò che aveva rifiutato la famosa ma per lui insignificante onorificenza (OBE) e la possibilità (soprattutto per i giornalisti più bolsi) di chiamarlo “Sir”. Sul suo account però è comparsa una foto del 1983 in cui sembra salutare con rispetto la regnante. Dalla foto sono stati tagliati gli amici attorno che ridono per la gag: la faccia del cantante non si vede, può darsi persino che stia facendo una linguaccia. Nessun commento rilevante, al momento, da artisti irlandesi o scozzesi. Certamente nulla di paragonabile a quello degli ultras del Celtic, il cui insulto finale è apparso, firmato, su un muro di Glasgow, o ai cori molto irrispettosi della curva del Shamrock Rovers di Dublino.

L’atteggiamento predominante e quello più approvato nel rock attuale è quello di Mick Jagger. Nel maggio ‘68 incise Street fighting man, i cui versi “Ucciderò il re e attaccherò i servi” erano prudentemente edulcorati al maschile: dopo tutto era stato in prigione solo l’anno prima (e i fan della regina erano vendicativi, come dimostrarono ai Sex Pistols l’agguato a Paul Cook e l’accoltellamento di Johnny Rotten poco dopo l’uscita di God save the queen). La sera dell’8 settembre 2022 ha twittato che Elizabeth II era stata da sempre nella sua vita di inglese, da quando era una bella giovane donna a quando è diventata l’amatissima nonna della nazione, e ha presentato le sue condoglianze alla famiglia. Il frontman dei Rolling Stones, nella lunghissima lista di rockstar astutamente insignite (e imbonite) con l’OBE, è arrivato parecchi anni dopo Paul McCartney, che sul suo sito internet ha raccontato i suoi nove incontri con la sovrana, l’ultimo dei quali nel 2018 per l’ennesima onorificenza («Dobbiamo smettere di incontrarci così», le ha mormorato l’ex Beatle). Molto probabilmente anche il suo compare John Lennon si sarebbe mostrato conciliante. In fondo, perché menarsela?

Forse l’unico che non si sarebbe risparmiato un po’ di sale avrebbe potuto essere Joe Strummer. Ma chi può dirlo: alla fine, a tutti per tirare avanti servono i like e i cuoricini. Hanno fatto di noi degli imbecilli, delle potenziali bombe H: Dio salvi la regina, diciamo sul serio, amici.

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