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Ora Lazza vuole piacere anche ai tuoi genitori

La nuova versione pianistica di 'Sirio' e la partecipazione a Sanremo 2023 proiettano il rapper in un'altra dimensione. Forse per la trap è arrivato il momento della maturità. O della morte

Lazza

Foto: Chilldays

Per capire qualcosa in più sul nuovo disco di Lazza, in cui in sostanza il rapper ripropone in versione piano e voce i brani di Sirio, streammatissimo album dello scorso aprile, si può partire chiedendosi quello che la trap non è. La trap, ad esempio, non è un genere musicale destinato a durare. Nello specifico potrebbe essere già adesso morente, nonostante i due artisti italiani più ascoltati del 2022 siano due cardini della scena trap italiana: Sfera e, appunto, Lazza. Probabilmente, pian piano sparirà dalle classifiche (ma non spariranno i suoi autori), e tornerà sotto forma di revival tra dieci o quindici anni.

Con ordine: la trap a cui ci stiamo riferendo in questo caso è la sua versione italiana a partire, all’incirca, dal 2015, da Ma Rue in poi. È quella dell’ascesa di Sfera, del fenomeno DPG o, per meglio dire, quella di Charlie Charles (che non ne sbagliava una, come si diceva in quegli anni) e di Sick Luke. Una versione della trap che era già a un buon punto della sua formazione come genere musicale ben definito (questo processo è avvenuto negli anni prima principalmente negli Stati Uniti e in Francia) e in cui una sorta di processo evolutivo aveva già ampiamente scremato le varianti “apocrife” che avevano mostrato meno capacità di resistenza alla prova del mercato, per consegnare al pubblico un fenomeno di massa capace di contaminare praticamente tutti i generi del mainstream, tanto che persino nel brano di Orietta Berti a Sanremo 2022 c’erano i caratteristici pattern di hi-hat trap, ed è perfettamente normale concepire l’Auto-Tune come uno strumento musicale vero e proprio, e non come un correttore per stonati. Giusto per capire la portata. Quindi la trap è un bacino che in questi anni ha fornito materiale in abbondanza.

Lazza fa parte, da esponente di punta, di questo contesto: il suo esordio discografico vero e proprio risale in realtà al 2012, mentre i suoi primi ammiccamenti al mondo della trap di scuola milanese risalgono alla fine del 2016. Zzala, album del 2017, è a tutti gli effetti un album trap, in cui però Lazza inizia ad integrare la sua formazione al pianoforte, strumento che ha studiato per qualche anno al Verdi di Milano. Per il resto le tematiche, i beat, le cadenze, il flow e gli strumenti utilizzati – oltre ai sample di pianoforte – sono perfettamente allineate con quelle dei colleghi. Allora Lazza era un ventiduenne, un giovanissimo che parlava a un pubblico di giovanissimi con un linguaggio che, come da sempre piace ai giovani, rappresentava una rottura rispetto a ciò che era venuto prima.

Il Lazza dei primi album era un Lazza per giovani, così come Sfera era uno Sfera per giovani, e come loro tutti i colleghi. L’intero genere, in Italia, è nato come una tendenza giovanile e giovanilistica, per tematiche e per scelta di target. La sua storia parla di musica per giovani e giovanissimi, fatta da artisti altrettanto giovani che parlavano al loro pubblico di cose da giovani. Questione di credibilità, che nel mondo hip hop (e derivati) è tutto. Nel 2015 la scena trap era composta per la maggior parte da ragazzi dai 18 ai 25 anni: Lo Sfera di Ciny aveva 23 anni; il Lazza di Zzala ne aveva 22; Pyrex e Tony Effe di Sportswear 22 e 24, e così via. Oggi, esclusi i precocissimi GenZer CapoPlaza e Drefgold, tutti gli esponenti della prima ora sono trentenni o quasi.

Già dal biennio 2018-2019 si sono registrate le prime hit in cui si iniziava a sentire il bisogno di raccontarsi in maniera più matura: Cambiare adesso della DPG o Bottiglie privè di Sfera, scelte in entrambi i casi come singoli di punta, testimoniavano il bisogno della scena di mostrarsi più adulta e di puntare su questo. Nel frattempo si registravano la svolta glam/sanremese di Achille Lauro, gli ammiccamenti al mondo emo della FSK, gli sconvolgenti esordi di tha Supreme. Lo stesso Lazza esplodeva per davvero con Porto Cervo, di fatto un brano reggaeton. Prima per tematiche, poi per scelte di produzione musicale, tutti hanno iniziato a smarcarsi dal linguaggio originario, che rimaneva in sottofondo solo perché gli artisti erano gli stessi. Pian piano che gli artisti crescevano, le caratteristiche musicali costitutive della trap (808, downtempo sincopato, terzine di hi-hat) entravano nel mainstream, mentre i trapper si avvicinavano sempre di più al pubblico istituzionale, cercando soluzioni per essere adulti e sopravvivere alla fine del trend (o alla sua istituzionalizzazione). Da Achille Lauro in poi, potenzialmente anche via Sanremo.

E si torna così al disco di Lazza. Il disco non è importante in sé, e al suo interno non c’è niente meno e niente di più di quello che ci si aspetta da un riadattamento di brani già editi in versione pianoforte, voce e archi. Volutamente spoglio, carico di momenti stucchevoli e di fraseggi che provengono dal pianismo pop di quello che potrebbe essere un Giovanni Allevi. C’è poi una buona e sacrosanta dose di spocchia nella dicitura Concertos proposta tra parentesi nel titolo del disco e in tutti i brani che lo compongono: i riferimenti titolistici alle denominazioni tipiche della tradizione classica non sono una novità per Lazza, che ha ad esempio tre brani che si intitolano Ouverture (e variazioni grafiche). In tutti i casi dei normalissimi intro (così come questi “concertos” non hanno per nulla la struttura dei concerti a cui fa riferimento): la denominazione serve ovviamente per mantenere stimola’ta l’attenzione del pubblico alle sue radici conservatoriali.

Per il resto, il disco non fa altro che riproporre le medesime strutture, non certo originalissime, del disco di partenza. In generale non è una novità nemmeno l’operazione in sé, dato che anche Re Mida aveva avuto una versione deluxe con il piano solo. Ma questa è più importante perché arriva a poche settimane dall’annuncio della partecipazione di Lazza al Festival di Sanremo (con il brano Cenere), e illumina retroattivamente anche la scelta di fare un’operazione simile nel 2019: oggi è tutto più chiaro, e Lazza conferma il suo ruolo di testa d’ariete per traghettare quello che resta della trap in una dimensione più adulta. «Piaccio molto ai ragazzi, è ora di piacere ai genitori», ha detto pochi giorni fa ad Amadeus durante la presentazione degli artisti del Festival. E probabilmente ce la farà, perché i tatuaggi in faccia saranno mitigati dall’immagine composta del pianista e le vangate di Auto-Tune dal conforto del più dolce e familiare degli strumenti. Ce la farà anche perché si capiscono bene tutte le parole (e spesso le sue sono superiori alla media dei colleghi), e tutti sappiamo quanto in Italia sia importante. Ce la farà perché ha quasi trent’anni e ora è credibile che proprio lui si faccia portavoce di questo rito di passaggio, molto più che nel 2019. Così Lazza diventerà definitivamente adulto, piacerà a molti dei nostri genitori e non smetterà di piacere ai suoi fan, che stanno crescendo con lui e stanno scoprendo, come lui, che la vita è fatta di tante cose e che diventare grandi è un’esperienza che va raccontata nel modo giusto.

Tornando indietro di qualche anno torna in mente Regina Elisabibbi, quel disco di Dolcenera in cui gli “standard” trap del periodo venivano completamente riarrangiati per piano e voce. Ai tempi venne preso per quello che era: un meme. In quel disco c’era anche The Andre, misterioso musicista che aveva raggiunto il successo su YouTube realizzando cover di brani trap con lo stile e con la voce di De André. Anche qui, un meme. In entrambi i casi faceva ridere, per straniamento, il fatto che dei brani di ragazzini che parlavano di codeina e ostentavano ricchezze in modo quasi surreale e grottesco venissero interpretati rifacendosi alla più classica tradizione italiana.

Oggi il disco di Lazza, che suona davvero molto simile nell’intento e nell’esito rispetto a quello di Dolcenera, è tutt’altro che un meme. I pischelletti dark sono diventati grandi, e forse la trap non basta più.

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