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‘Oceano paradiso’ di Chiello è il disco che ci voleva per superare la crisi di indie e trap

La canzone tutta birrette e struggimenti è collassata su se stessa, il rap è scivolato nei baby borselli delle fake gang. Ecco il bel disco costruito come un Frankenstein pop per uscire dall'impasse

Foto press

Due cose su Oceano paradiso di Chiello. La prima è che è proprio un gran disco quello del debutto solista del ventiduenne lucano ex FSK Satellite – enfants terribles del meme rap – nel pieno del suo percorso di metamorfosi estetico poetica, tra il Fraser di We Are Who We Are di Guadagnino che legge Ocean Vuong vestendo giacchette Vetements, e il post glam di Achille Lauro e Måneskin (con una botta di hype in più).

La seconda, non meno importante, è che l’album di Chiello è un farmaco di sintesi prodotto nei laboratori della discografia italiana, attraverso un processo chimico e d’autore che ridà vita alle molecole stressate della trap e dell’indie, miscelandole in nuova formula di successo.

Provo a spiegarmi meglio. Dopo i due anni “di riposo e oblio” dell’emergenza pandemica, il nuovo cantautorato pop e la trap si sono ritrovati invecchiati e senza il fascino degli esordi, per differenti motivi.

La canzone indie, tutta birrette e struggimenti d’amore, è collassata su se stessa in assenza della socialità dei bar e dei palazzetti sold out per concerti karaoke; la trap invece è scivolata nei baby borselli delle fake gang (e viceversa), in uno slang sempre meno inclusivo, che sembrerebbe ormai aver perso la sua iper contemporaneità, troppo spesso annacquato in beat e produzioni scolastiche. Entrambi i generi inoltre hanno subito un sovraccarico di canzoni che ha trasformato lo Spotify Friday (il giorno settimanale di uscita di album e singoli) in un megastore senza il controllo qualità.

E quindi? Come rimediare a un errore di sistema che, dopo aver portato al successo due generi di nicchia, ne ha decretato l’obsolescenza, come si trattasse di smartphone?

La risposta sta nelle 11 tracce di Oceano paradiso, dove i testi dark e disagiati – seppur psichedelicamente colorati e freschi – di Chiello prendono forma in universo musicale adulto e strutturato, con citazioni prog, rock, primo Vasco Rossi e ultima Lana Del Rey (e ogni tanto, sentimento personalissimo e – ahimè – audace, l’eco di Alberto dei Verdena).

Chi è stato capace di tradurre in note la personalità sofferente di Chiello non è uno smanettone di Garage Band, ma produttori engagé e raffinati come Colombre (cantautore, chitarrista di Calcutta e produttore di Maria Antonietta), Shablo, Mace e un ispirato Greg Willen (già con la crew FSK). A mettere insieme questo “swag Frankenstein” di successo c’è un gruppo di discografici illuminati e attenti – i tipi di Universal, quelli di Bomba Dischi e Thaurus – che hanno salvato l’autenticità del sientimento trap portando il nuovo racconto generazionale a una forma meno improvvisata e più d’autore. Quasi come fossero editor di libri alle prese con una grande storia che necessita del linguaggio (in questo caso, della musica) giusto per diventare romanzo. E, sull’altro fronte, sono riusciti anche a svecchiare la canzone pop dal conformismo piccolo borghese in cui si era incastrata l’autofiction indie degli ultimi tre anni.

Il risultato, in termini di music marketing, è che l’album di Chiello piace tanto ai giovanissimi di Tik Tok, fan di Blanco e Sangiovanni (la sua Come ti vorrei è una delle canzoni più utilizzate nelle ultime due settimane nei video del social) quanti ai trenta/quarantenni attenti ai trend, che prima scaricavano solo Franco 126, Giorgio Poi e Tommaso Paradiso. Mica male, per un mercato discografico che fino a ieri aspettava, sdraiato in poltrona, che la next big thing si palesasse da sola, suonando al citofono e scalando le classifiche: oggi – come direbbe il tuo consulente finanziario immaginario – tocca diversificare il prodotto, cambiare packaging e immagine. Chiello poi, a tutta questa “strategia” aggiunge un pezzo da novanta: la sua poetica hyper romantic: strofe come “Non puoi togliere i noccioli dall’anguria / se mi ami ingoia i semi” (in Pietra di Luna) o ritornelli come quello di Abisso di Xanax (“Vieni giù con me, con me/ Nell’abisso di Xanax per dormirе e cancellare / Allora casco giù pеrché / Se ci fosse una strada per risalire, io la vedrei”) mischiano riferimenti a Side Baby e Calcutta a una nuova realtà inafferrabile come la farfalla che Chiello ha tatuato sulla guancia.

Una farfalla che per splendere ritorna bruco, sprofondando nella voragine di Oceano paradiso.

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