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Non è che abbiamo sottovalutato Sinéad O’Connor?

Il documentario 'Nothing Compares' racconta le prime tappe della carriera dell'irlandese come un pubblico martirio. È "fuori", pensavano in molti. E invece era avanti
Sinéad O'Connor documentario 'Nothing Compares'

Foto: Andrew Catlin/Showtime

Sul finale di Nothing Compares, il documentario sull’ascesa e la caduta di Sinéad O’Connor, la regista Kathryn Ferguson ha inserito un montaggio d’immagini che mostra l’influenza esercitata dalla tormentata cantante, autrice e provocatrice irlandese. Negli spezzoni si vedono diverse attiviste pop dell’ultimo decennio (Pussy Riot, Lady Gaga, Billie Eilish, Megan Thee Stallion), ma anche immagini di manifestazioni per il diritto all’aborto e del movimento #MeToo e filmati sui recenti episodi che hanno screditato la Chiesa cattolica. Per quanto possa sembrare esagerato, è facile capire perché era necessario un riassunto del genere.

Sembra ieri che O’Connor, all’apice del successo, strappava una foto di Papa Giovanni Paolo II al Saturday Night Live, riuscendo a mandare in fumo la propria carriera. Un’intera generazione è cresciuta senza avere la minima idea o sapendo pochissimo di chi è O’Connor, del perché lei (e la sua testa rasata con le quelle idee politiche esposte in modo orgoglioso e diretto) è stata importante e quali schemi musicali e culturali ha rotto. In ogni caso, ora c’è Nothing Compares a ricordarci cosa significasse fottersene della cultura pop e quale prezzo una persona ha pagato per averlo fatto.

Il film, che dura 100 minuti, non ha le caratteristiche tipiche dei documentari tradizionali: non ci sono testimoniante, né una voce narrante che racconta la storia. Si sente solo O’Connor che riflette sulla propria carriera e, a parte il video di una performance recente inserita alla fine del film, la si vede solo in vecchi filmati. Come succede nei documentari di questo genere, tutto ha origine da un’infanzia difficile o traumatica. O’Connor ha ricevuto un’educazione «stupidamente religiosa», per citare le sue parole, in un’ambiente pervaso da una cultura irlandese rigida e sessista e con una madre che abusava di lei. Racconta di essere stata mandata a studiare lontano, a 14 anni, perché era «ingestibile e loro non mi volevano in casa».

Nella musica ha trovato uno sfogo e una via di fuga dalla realtà, come spesso succede a certe persone inquiete, anche se a volte significa cantare al matrimonio di un’amica pezzi come Evergreen di Barbra Streisand, dal film A Star Is Born (nel documentario c’è la registrazione, con una giovane O’Connor che canta con voce timida, ma potente). La sua determinazione a fare strada nel music business è già evidentissima nei filmati in cui, ragazzina, canta con una band semisconosciuta di Londra; anche a quell’età, coi capelli scuri, attirava l’attenzione esibendosi in piccoli bar con una voce che, senza il minimo sforzo e a seconda del brano, poteva planare leggiadra o perforare l’aria.

Abbastanza presto però iniziano a percepirsi quelle che un amico, nel film, definisce «le contraddizioni affascinanti» di O’Connor. Da un lato era una tradizionalista che citava Dylan, Springsteen e Van Morrison fra le sue influenze, come dimostra un annuncio pubblicato sulla rivista musicale irlandese Hot Press. Dall’altro era anche un’integralista che (come si vede in una delle molte ricostruzioni inserite nella pellicola) si è rasata a zero i capelli quando un dirigente dell’industria musicale le ha detto che avrebbe dovuto vestirsi in modo più tradizionale e femminile. È rimasta incinta durante la lavorazione del suo primo album The Lion and the Cobra e ha portato avanti la gravidanza nonostante le pressioni fortissime di alcuni dirigenti dell’industria musicale che le consigliavano di abortire.

Com’è reso evidente dal film, O’Connor ha combattuto il patriarcato fin dagli esordi. La sua voce rabbiosa e il look che ha portato alcuni a pensare, sbagliando, che fosse una skinhead la fanno sembrare ora come l’ultimo vero sussulto del punk che ha scosso le masse nel modo in cui i Green Day e i loro pari non sono mai riusciti a fare. Con un sacco di contraddizioni: quella voce è in aperto contrasto con l’atteggiamento timido e affascinante che mostra nelle interviste di quel periodo, come se alternasse perennemente rabbia primordiale e deferenza.

The Lion and the Cobra l’ha fatta emergere, ma è stato il successivo I Do Not Want What I Haven’t Got del 1990 che l’ha resa una star a 360°. Ci viene detto che Nigel Grainge, a capo dell’etichetta discografica per cui incideva, aveva delle perplessità sull’uscita dell’album, ritenendolo troppo personale per il mercato di massa. O’Connor ha ignorato anche lui e ha fatto benissimo. Grazie al successo istantaneo della sua cover di Nothing Compares 2 U di Prince e il suo primo piano in lacrime nel video, O’Connor è diventata onnipresente (lei confessa anche che, durante le riprese, si è fumata un po’ di canne). Il documentario racconta il periodo di esaltazione che è arrivato subito dopo, con tanto di partecipazioni a talk show, performance alle premiazioni, premi vinti e un’industria musicale ben lieta di adularla. Peaches ha detto che O’Connor potrebbe essere stata una pioniera del genere non binario. Che sia vero o meno, il pubblico sembrava non avere alcun problema ad apprezzare le sue contraddizioni vocali, sessuali e visive: questo è stato un altro suo traguardo importante.

Però tutto quell’amore si è rivelato effimero. A pochi mesi dall’uscita dell’album, O’Connor ha chiesto che non si suonasse l’inno americano prima di un suo concerto in New Jersey, per protestare contro il movimento di censura nei confronti della musica che stava prendendo piede allora. E da lì, inizialmente tramite un boicottaggio da parte delle radio, è esplosa una terribile ondata di sciovinismo. Nel 1991 ha rifiutato di partecipare ai Grammy come gesto per opporsi a quello che percepiva come un aspetto prettamente commerciale legato alle nomination. E poi, l’anno seguente, c’è stato l’episodio della foto del Papa strappata in diretta televisiva. Improvvisamente O’Connor, come recitava un titolo di giornale, era diventata il diavolo.

Foto: Anton Corbijn/Showtime

Riguardando oggi lo spezzone di SNL, consapevoli di quanto è emerso a proposito degli abusi perpetrati per decenni in seno alla Chiesa cattolica, viene da pensare: sì, quel Papa era molto popolare, ma non era Dio. Nella sua autobiografia dello scorso anno, Rememberings, O’Connor ha scritto che quel gesto era una presa di posizione contro la pedofilia (la foto del pontefice era nella camera da letto della madre, quando è morta) e aveva anche a che fare con la scomparsa di un amico che assoldava ragazzini come corrieri della droga. Il suo commento, «combattete il vero nemico», era rivolto alle persone che hanno ucciso il suo amico. Ma il messaggio non è passato, per usare un eufemismo, e Nothing Compares racconta l’ondata di odio che ne è conseguita: minacce di morte, dischi distrutti coi bulldozer, titoloni scandalistici in prima pagina, attacchi da parte di Madonna e Camille Paglia e ben due prese in giro durante SNL. La battuta del conduttore Joe Pesci («Se l’avesse fatto nel mio show, le avrei tirato un ceffone»), accolta da risate inquietanti e applausi del pubblico, in realtà è più fastidiosa del gesto provocatorio della cantante.

Le cose sono peggiorate quando O’Connor ha partecipato allo show in onore del trentesimo anniversario di Bob Dylan, al Madison Square Garden nel 1992. Presentata da Kris Kristofferson, è entrata in scena indossando un outfit elegante (giacca azzurra, gonna e scarpe col tacco), che era il suo modo di onorare quell’occasione speciale. Come possiamo rivedere in Nothing Compares, è stata accolta dai fischi all’unisono dei quasi 20 mila presenti, durati per vari minuti. Incerta sul da farsi, ha provato ad attendere che gli animi si calmassero, poi però la sua anima ribelle ha preso il sopravvento: non ha cantato la canzone di Dylan che avrebbe dovuto eseguire e si è nuovamente lanciata in War di Bob Marley, lo stesso pezzo proposto al SNL quando ha strappato la foto del Papa. Ha venduto cara la pelle. Il video di quella performance è uno degli spezzoni più emozionanti di sempre tratti da un concerto pop, allo stesso livello di Mick Jagger che prega la folla di calmarsi in Gimme Shelter.

Nothing Compares si chiude nel 1993, quando O’Connor è a tutti gli effetti bandita dal mainstream. E, visto che l’assenza della sua musica si protrae ancora oggi, viene da domandarsi se quel diktat non sia ancora valido, anche se in maniera ufficiosa. Il documentario è coinvolgente, ma è un peccato che non si parli della sua vita dopo il bando. Non c’è alcuna menzione dei suoi recenti esaurimenti nervosi, degli annunci di overdose, delle minacce di suicidio e di tutti i problemi mentali di pubblico dominio. Nella sua autobiografia, O’Connor ha scritto che in fin dei conti il suo esilio è stato positivo perché l’ha liberata dalle costrizioni della cultura mainstream. Ma la dissoluzione della sua carriera quanto ha aggravato i suoi problemi di bipolarità e stress post traumatico radicati nell’infanzia? Come si è sentita quando dei dischi buoni come Universal Mother sono stati ignorati? Essere fischiata da uno stadio pieno di fan del suo eroe, Dylan, difficilmente può essere interpretata come una cosa positiva.

Il documentario si concentra soprattutto sul processo di vittimizzazione, mettendo in evidenza come O’Connor non si sia mai tirata indietro e il fatto che questa pubblica crocifissione sia stata davvero esagerata. Gesù è morto per i nostri peccati, la carriera di O’Connor pure.

Da Rolling Stone US.

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