Prima ancora dei titoli di testa, vediamo Noga Erez nella sua casa di Tel Aviv. È il dicembre del 2023, sono passati due mesi dal 7 ottobre, quando gli uomini di Hamas hanno ucciso più di 1200 persone e ne hanno rapite altre 251 portandole a Gaza. Erez è appena scesa dal palco dopo un concerto a Gerusalemme dove ha cantato Fire Kites. La parte del testo che dice “non abbiamo bisogno di bombe, abbiamo aquiloni di fuoco” assume un significato sinistro. Più tardi, nel cuore di quella notte nerissima, Erez guarda dalla terrazza la città addormentata e caccia un urlo agghiacciante. È un grido d’aiuto? Di rabbia per la guerra? Esprime un dolore insopportabile? È un gesto artistico?
Presentato in anteprima al Tribeca Festival il mese scorso, il documentario Noga è intenso quanto quell’urlo. Arriva in un’epoca di boicottaggi, posizioni politiche sempre più polarizzate e un’ondata crescente di odio. Vengono presi di mira anche gli artisti, persino quelli che denunciano gli abusi dei loro governi. Lo sanno bene la cantante/rapper e Ori Rousso, suo compagno nella vita e nella musica. Basta leggere quello che scrivono sui suoi social: «Assassina di bambini… criminale di guerra… morte ai sionisti», «Merda sionista, non venire qui o ti faccio diventare una saponetta. Tornatene ad Auschwitz».
Noga non è però un film politico e nemmeno il classico documentario musicale che promette uno sguardo senza filtri sul processo creativo e finisce per essere un semplice strumento promozionale. È invece il racconto concentrato di tre anni nella vita di una coppia all’apice della loro ascesa, impegnati in un periodo in cui il loro Paese è in guerra a cercare di tenere insieme gli alti e bassi della loro relazione artistica e sentimentale.
Bastano cinque minuti per capire che Noga è una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Che stia sputando rime a raffica, saltando sul trampolino elastico a casa o sul palco, con la frangia scura a incorniciare i grandi occhi marroni, i capelli raccolti in uno chignon che mette in risalto i lineamenti scolpiti, le sneakers alte, i pantaloncini e gli immancabili blazer maschili oversize, Erez domina lo schermo.
«Mi piacciono gli abiti da uomo quando avevo 5 anni e indossavo quelli di papà», mi racconta dalla sua casa di Tel Aviv. «Mi fanno sentire me stessa». Non ha però bisogno di spalline imbottite per trasmettere autorevolezza. È un’artista unica, lo si capisce dalle prime scene. «I prossimi anni determineranno il resto della mia vita», dice.

Da sinistra, Benjamin Bergmann, Ori Rousso, Noga Erez, Jono Bergmann. Foto:
Slaven Vlasic/Getty Images
I registi sono gli austriaci Benji e Jono Bergmann. Hanno iniziato a filmare nel 2021, ben prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza. Non conoscevano bene Noga Erez, che molti hanno accostato a Björk e Doechii, è apprezzata da gente come Billie Eilish, Katy Perry e Robbie Williams (che appare nel documentario), ha aperto i concerti di Florence + the Machine e Pink. I fratelli Bergmann sono rimasti colpiti dal contrasto di elementi presente nella sua musica. «Ci sono pezzi fa ballare infestati dalla morte», dice Jono. «Ci sono canzoni politiche e allo stesso tempo sessuali che parlano di geopolitica ma anche di emozioni personali. Mai sentito nulla di simile».
Benji è stato attratto da un altro aspetto, ovvero il processo creativo di coppia, un tema con cui lui e Jono si confrontano quotidianamente. «Per certi versi ci rispecchiamo in loro, per altri le cose sono completamente diverse per noi due», dice Jono. Erez è stata lusingata e sorpresa dalla proposta dei fratelli. «Abbiamo accettato senza sapere cosa significasse davvero fare un documentario di quel tipo. E mentre lo producevano ci siamo pentiti più volte. Abbiamo dato loro il controllo totale, in pratica non avevamo voce in capitolo. Ci siamo affidati al nostro istinto nei loro confronti».
Uno dei precedenti lavori dei Bergmann è Camp Confidential del 2021, sugli ebrei europei che, dopo essere fuggiti dal nazismo ed essersi rifugiati negli Stati Uniti, si sono arruolati nell’esercito americano interrogando criminali di guerra nazisti in un campo segreto. I due non si erano però mai occupati di musica. A complicare ulteriormente il progetto c’era un dettaglio che ignoravano: quando le riprese sono iniziate, Erez e Rousso si erano temporaneamente lasciati. «Siamo piuttosto riservati», dice Rousso. Hanno tenuto nascosto il loro status sentimentale perfino agli amici più stretti.
«È stato un gran casino», dice Erez, il cui modo diretto di esprimersi contrasta con l’indole più misurata di Rousso. Mentre lui riflette con calma sul bisogno di trovare il proprio spazio nella relazione, lei dice che lui le manca e lo rimprovera scherzosamente di non sentirne la sua mancanza. Tutte quelle emozioni disordinate finiscono nella musica e quelle session intime sono oro per il film.
I confini tra vita privata e professionale si fanno ancora più sfumati mentre aumentano le pressioni. Nel 2022 partono per un tour in giro per il mondo. Suonano al Madison Square Garden, pubblicano l’album Kids, firmano con Neon Gold e Atlantic, scoprono che Missy Elliott vuole remixare Nails (dove Rousso usa le dita di Erez come strumento a percussione), partecipano al Jimmy Kimmel Live!, iniziano a registrare a Los Angeles. È il momento più alto della loro carriera, o almeno così sembra.
«Ricordati che l’unica cosa che non cambia è che tutto continua a cambiare», dice Erez.
A metà film lo schermo diventa nero. Si sentono sirene, raffiche di mitra, una voce che grida «ci sono dei terroristi qui… ci stanno sparando, aiutateci!». Altre registrazioni del 7 ottobre con urla, disperazione e massacri fanno eco al grido primordiale dell’inizio del documentario, ricordando che Noga è la storia di artisti sotto assedio.
Subito dopo ecco Erez e Rousso che parlano coi familiari e preparano piani di emergenza. La macchina da presa indugia su una pistola lucida e nera come liquirizia. Erez la prende in mano, guarda attraverso il mirino mentre una voce al telefono spiega come impugnarla e sparare.
I Bergmann spiegano che il film è costruito come un vinile diviso in due lati. Il lato A prepara il conflitto personale, professionale e politico. Erez viene criticata anche in Israele per aver dichiarato che il movimento BDS ha svolto «un lavoro importante nel portare l’attenzione della gente su quello che succede». Girando il disco, i due ritrovano una strada attraverso la musica, affrontando però la prova più difficile.
Quando il film torna al concerto di Gerusalemme, un dirigente della Atlantic informa Erez e Rousso dell’esistenza di una lista che circola a Hollywood con i nomi degli ebrei ritenuti complici del «genocidio» dei palestinesi di Gaza.
«Come state?» chiede il dirigente.
«Be’, siamo in guerra», risponde Erez. «È qualcosa che il cuore non riesce a comprendere».
Poi gli domanda: «Pensi che arriverà un momento in cui la gente non vorrà più lavorare con israeliani o con gli ebrei?».
Mentre Erez e Rousso affrontano le conseguenze della reazione internazionale alla guerra di Israele a Gaza, lei confessa al compagno che «tutta questa storia mi ha fatto mettere in discussione il senso della vita che facciamo, mi chiedo se non sarebbe meglio semplicemente cucinare e avere dei figli».
A differenza di altre storie di coppie nella musica, da Sonny & Cher ai Fleetwood Mac, i due non finiscono per distruggersi né artisticamente, né sentimentalmente. Li vediamo eseguire un nuovo brano dedicato agli ostaggi e alle loro famiglie e prendere posizione contro la guerra. Mentre il mondo intorno a loro sembra andare a pezzi, tagliano nuovi traguardi artistici. Pubblicano l’album Vandalist, girano un video in Ucraina e ripartono in tournée nell’estate del 2024. Premi, pubblici sempre più numerosi e infine uno slot importante al Coachella.
Mentre si dirigono verso il palco di un festival si trovano davanti a una nuova minaccia: l’organizzatore chiede loro di rilasciare una dichiarazione contro «l’occupazione e il genocidio». In caso contrario rischiano la cancellazione dell’esibizione. «Non è giusto, è una cosa assurda», dice Erez nel film. «La maggior parte di noi vuole solo la pace».
La speranza, conclude da Tel Aviv, «è che le persone riescano a vederci come esseri umani».










