«Conosco Wim da oltre quarant’anni e la sua risposta alla domanda alla Berlinale mi ha profondamente commosso». Inizia così lo scritto di Nick Cave dedicato al regista col quale ha collaborato, recitando tra le altre cose in due suoi film. Com’è noto, durante la conferenza stampa di presentazione del festival cinematografico di cui era presidente della giuria, Wim Wenders ha risposto a una domanda dicendo che «dobbiamo tenerci fuori dalla politica perché se facciamo film che sono apertamente politici, allora scendiamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, noi siamo l’opposto della politica. Il nostro lavoro lo dobbiamo fare per le persone, non per i politici».
Le parole di Wenders hanno suscitato come prevedibile molte reazioni, a partire da quella della scrittrice Arundhati Roy: «Sentirlo dire che l’arte non dovrebbe essere politica mi ha lasciato a bocca aperta. È un modo per chiudere la conversazione su un crimine contro l’umanità che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Artisti, scrittori e registi dovrebbero fare qualsiasi cosa per impedirlo».
Sollecitato da una domanda sui Red Hand Files, Cave scrive che la risposta di Wenders «ha confermato l’idea che mi sono fatto di lui di uomo appassionato e di principio, riflessivo e coraggioso, una persona che tiene profondamente al cinema e alla salute del mondo creativo. Le sue parole sono state un gesto amorevole, dolce e protettivo nei confronti non solo della comunità artistica, ma dell’umanità. Nonostante il prevedibile linciaggio mediatico, sospetto che molti artisti, forse persino la maggior parte, apprezzino sinceramente ciò che ha detto».
Cave si rammarica per lo stato dell’arte e per il triste destino che è toccato agli eventi cinematografici e letterari. Cita il caso dell’Adelaide Writers’ Week di quest’anno, quando è stato cancellato l’intervento della palestinese-australiana Randa Abdel-Fattah a causa di alcune frasi, come quella secondo cui i sionisti non possono avere «alcuna pretesta di sicurezza culturale», e di un’immagine postata su un suo profilo social con un parapendio con la bandiera palestinese. L’ha pubblicata l’8 ottobre, segno dell’appoggio ai massacri compiuti il giorno prima dai militanti di Hamas che hanno superato i confini anche usando i parapendio (l’autrice si è giustificata dicendo che si tratta di un semplice «simbolo di libertà per i palestinesi»). Quando l’invito ad Abdel-Fattah è stato ritirato, oltre 180 autori hanno annunciato che non avrebbero partecipato all’evento.
«In una dimostrazione pressoché cosmica di stupidità», scrive Cave a proposito della Writers’ Week «quell’intero evento è stato vaporizzato in una nube atomica di codardia, indignazione performativa, atteggiamenti moralistici, cancellazioni, contro-cancellazioni, frenesia di massa e stupidità narcisistica. L’“arte politica”, portata all’estremo, è diventata “nessuna arte”». Forse Wenders «sta cercando di salvare la Berlinale dall’andare incontro al destino di quei festival che hanno ridotto l’immaginazione culturale, dove il concetto stesso di festival delle arti come spazio di idee libere e diverse, un luogo di vitalità e originalità che incoraggia il dissenso e il dibattito in buona fede, viene risucchiato nel gorgo di un’unica ideologia monolitica: una sola voce, una sola causa, un solo dissenso».
Cave non riesce proprio a immaginare che uno come Wenders possa ignorare le ingiustizie del mondo e sa che usare l’arte per parlarne può essere efficace, «ma forse crede anche che l’arte sia qualcosa di più della somma della sua utilità, qualcosa di più di uno strumento o di un’arma. Forse crede, come me, che nella sua essenza la grande arte esista puramente per se stessa e che quando è trasformativa si rivela in modo sottile, ambiguo, che suscita curiosità; ci si avvicina ad essa con timore e meraviglia, ci rende umili e al tempo stesso ci apre il cuore, si insinua nelle nostre anime e nei nostri spiriti guidandoci verso ciò che è buono, bello e vero. L’arte ci cattura e ci fa capire che cosa significa essere umani, ampliando la nostra comprensione del mondo e del nostro posto nel mondo, ci dice che abbiamo il diritto di amare, ridere, piangere ed emozionarci davanti al mondo. Questa è la grandezza dell’arte: ricordarci che la vita vale la pena di essere vissuta».
Cave si augura che le parole di Wim che tante reazioni hanno suscitato possono servire a dare il via a una nuova discussione sullo «spazio culturale che abbiamo di fronte a noi, in cui l’arte può recuperare la sua natura dinamica. Forse le sue parole incoraggeranno gli artisti a sentirsi più sicuri nell’esprimere come vedono se stessi, in tutta la loro radicale complessità e diversità, e dire: “Questo sono io. Questo è ciò che sento”. Ma forse Wim non intendeva nulla di tutto ciò. Non lo so. Eppure, qualunque fosse la sua intenzione, ho avvertito nella sua risposta preoccupazione, gentilezza e cura, e la sola, meravigliosa franchezza delle sue parole mi ha dato sollievo e mi ha trasmesso un senso di libertà e di possibilità. Mi aspetto che, al netto del clamore, molti abbiano provato la stessa cosa».
