Rolling Stone Italia

Nessuno ha ritratto la Beatlemania come Paul McCartney

‘1964 Gli occhi del ciclone’ contiene riflessioni e soprattutto fotografie scattate da Macca mentre i Beatles giravano il mondo tra il 1963 e 1964. «Eravamo nel Paese delle Meraviglie». E noi con loro, 60 anni dopo

Foto: Paul McCartney, dal libro ‘1964 Gli occhi del ciclone’ (La Nave di Teseo)

Scrive Paul McCartney che in un angolo della mente sapeva d’aver scattato con una Pentax 35 mm delle fotografie negli anni ’60. Non ricordava più dove fossero finite. Sarebbe una storia d’ordinaria dimenticanza se non fosse che lui è appunto Paul McCartney e le foto che rammentava vagamente d’avere scattato raffigurano i Beatles mentre si trasformano da «ragazzi qualsiasi di Liverpool» a fenomeno globale.

Alla fine le foto le ha ritrovate mentre allestiva una mostra dedicata alla moglie Linda. Erano per lo più negativi e provini a contatto, ovvero strisce riprodotte su un unico foglio di carta fotografica per essere visionate. Poche erano state stampate. Sono ora raccolte nel volume 1964 Gli occhi del ciclone (La Nave di Teseo, traduzione di Carlo Prosperi, 336 pagine, 70 euro) e, in numero più abbondante, in una mostra alla National Portrait Gallery di Londra. Le immagini vengono da tre viaggi che Macca chiama «intensi» e sono sicuro che non si tratti di un’esagerazione. È McCartney che cerca «di condensare la follia che si scatenò a cavallo tra il 1963 e il 1964», è la documentazione fotografica «del nostro primo viaggio in grande stile, un diario visivo dei Beatles in sei città» in Europa e negli Stati Uniti. E insomma, sono i Beatles visti per una volta dall’interno.

Di volumi sulle “immagini segrete” di John, Paul, George e Ringo o sui Beatles “mai visti” ce n’è a bizzeffe. Il mercato della nostalgia non dorme mai e l’iconografia dei quattro è ricchissima. A differenza di altri libri fotografici dedicati alla stagione più ingenua e a suo modo romantica dei Beatles, sfogliando 1964 Gli occhi del ciclone ci si può porre la domanda che lo stesso Macca si fa nella prefazione: chi guarda chi? «L’obiettivo» scrive McCartney «sembra spostarsi in continuazione, io che fotografo loro, la stampa che fotografa noi, le migliaia e migliaia di persone smaniose di cogliere anche solo uno sprazzo di questo ciclone». E anche Paul che fotografa Paul, allo specchio, in una serie di selfie ante litteram.

Nota Rosie Broadley, Senior curator delle collezioni della National Portrait Gallery dedicate al XX secolo, che col passare delle settimane le foto di McCartney «cambiano di pari passo con l’evoluzione del contesto in cui la band si ritrova». È vero. Le foto americane hanno una vitalità che manca a quelle belle ma compassate fatte in Inghilterra dove «il gruppo appare quasi ombroso. Lennon indossa gli occhiali dalla montatura nera che metteva solo in privato e si morde nervosamente le unghie. In America, viceversa, i Beatles sembrano trasformati: John si tuffa nella piscina con abbandono infantile, George ride, Ringo gioca a fare il bel tenebroso, lo sguardo celato dagli occhiali da sole».

Anche per il musicista turned into fotografo le tappe più importanti di questa festa itinerante, travolgente e trasformativa che nel giro di tre mesi passa per Liverpool, Londra, Parigi, New York, Washington e Miami sono quelle americane, perché da lì veniva la musica che i quattro amavano e copiavano. McCartney ricorda che erano passati meno di vent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, un niente, e quindi gli Stati Uniti erano ancora i difensori del bene della libertà e il paese dell’opportunità, ma anche un posto assurdo fatto di contraddizioni stridenti. Il giovane Paul fu impressionato dalla presenza delle armi, arrivando a fare un primo piano della pistola nella fondina di un poliziotto della loro scorta, e ovviamente dalla segregazione razziale. In un saggio contenuto nel libro, la storica Jill Lepore inquadra le foto e quei mesi a cavallo fra il ’63 e il ’64 in un contesto più ampio: le elezioni americane, la violenza politica, la lotta per i diritti civili, il cambiamento dei costumi. C’è anche qualche dettaglio matto, come il fatto che i quattro arrivarono a Miami «a bordo di un aereo pilotato da un capitano con una parrucca da Beatle in testa».

La reflex di McCartney era una «punta e scatta», scrive Broadley, una macchina introdotta pochi anni prima. «L’innovazione tecnologica apre allo sviluppo di un’estetica “da istantanea” che accoglie in sé anche l’imperfezione. Uno dei suoi primi esponenti, Tony Armstrong-Jones (il futuro Lord Snowdon), così descrive nel 1958 questo nuovo approccio alla produzione di immagini: «Dovevano essere scattate in fretta. Non serve a nulla dire ‘aspetta, aspetta!’ di fronte a un momento della vita reale. È come cercare di trattenere un respiro, per poi scoprire che l’hai perso”».

Metteteci che i quattro Beatles erano ragazzi e avrete l’idea della vitalità delle 275 fotografie per lo più in bianco nero raccolte nel volume. Forse ha ragione Lepore e queste immagini candide sono anche, senza esagerare, il riflesso di un’epoca in cui i giovani occidentali scoprivano nuovi significati della parola libertà, che era anzitutto personale e in seconda battuta e quasi per osmosi anche sociale e politica.

«Di queste foto» dice invece Macca «mi colpisce la loro ingenuità. Appartengono a un momento in cui per noi tutto era nuovo». Effettivamente lo era, e non solo per loro. A vedere le foto contenute nel libro, e anche la piccola selezione che trovate qui sotto, sale un po’ d’invidia per un’epoca in cui sembravamo avere, collettivamente, più futuro che passato, in cui c’era anche solo abbozzato un senso di direzione. Per dirla con Lennon, «negli anni ’60 eravamo tutti a bordo della stessa nave, non solo noi Beatles ma anche il nostro movimento, la nostra generazione. E ovviamente andavamo da qualche parte».

Autoritratto

Londra, 1963, McCartney allo specchio. La foto è stata scattata forse (il musicista non lo ricorda con precisione) nella mansarda dell’abitazione della sua ragazza Jane Asher e dei di lei genitori. McCartney si era trasferito lì. Lo descrive come un «posto ideale dove comporre» grazie al piccolo piano verticale Knight. Nella prefazione il musicista paragona l’approccio tradizionale alla fotografia, la cura con cui doveva scegliere posa e luci per non sprecare le foto del rullino all’incisione di musica nell’era analogica. «Oggi ci sono gruppi che entrano in studio di registrazione senza nemmeno una canzone, senza sapere cosa andranno a fare: si mettono a suonare, tanto prima o poi qualcosa “verrà fuori”», proprio come succede «con le foto scattate dal telefonino». Non è trombonismo: l’approccio analogico costringeva a sviluppare la disciplina necessaria per «individuare l’immagine giusta prima di scattare, sapendo che l’occasione era una e una soltanto». La stessa cosa vale, forse, per le canzoni.

Rock Starr

© Paul McCartney

Ringo Starr fotografato alla Clarence Tavern di Finsbury Park, Londra all’inizio del 1964. Secondo McCartney, erano gli stessi Beatles a non credere che il fenomeno della Beatlemania sarebbe durato. «Ritengo che le mie foto dell’epoca riflettano questa incertezza, il mio entusiasmo evidente nell’essere in compagnia di altri musicisti emergenti. Tutto era degno di essere fissato su pellicola, perché non sapevi quanto sarebbe durato».

From Paris with Love

© Paul McCartney

È il 1964 e durante la permanenza a Parigi vengono fuori tre classici dei Beatles, Can’t Buy Me Love, If I Fell, I Should Have Known Better. Con l’aiuto di un madrelingua, i quattro devono registrare le versioni in tedesco di due loro pezzi, Sie liebt dich (She Loves You) e Komm, gib mir deine Hand (I Want To Hold Your Hand), ma non si presentano in studio. Arrabbiato, George Martin va ad acciuffarli in hotel. «Non appena entrai», racconta il produttore nella Beatles Anthology, «schizzarono in tutte le direzioni, corsero a nascondersi dietro i divani e le sedie e uno di loro si mise un paralume in testa». Secondo Boadley, «nella concretezza, nel rifiuto dell’artificiosità che caratterizza la fotografia di McCartney risuona la sensibilità dei movimenti culturali britannici contemporanei, dal Free Cinema al crudo realismo del teatro e della letteratura, al centro dei quali
 è lo sguardo della classe operaia». Non solo: «La capacità di evocare lo spirito dei luoghi e di adattare il proprio stile all’atmosfera particolare che si vuole cogliere è evidente anche nelle fotografie che McCartney scatta a Parigi, una serie la cui estetica rimanda al cinema francese dell’epoca».

Un feed di Instagram del 1964

© Paul McCartney

Una serie di autoritratti allo specchio scattati a Parigi nel 1964. I Beatles dovevano tenere due concerti al giorno per oltre due settimane all’Olympia, con l’insegna del locale che annunciava Les Beatles. «Al nostro arrivo a Parigi nel gennaio del 1964» ricorda McCartney nel libro «fummo subito stregati dal fascino e dalla raffinatezza della città. Guardando queste foto, è la prima cosa che mi salta all’occhio: lo spirito libero, la disinvoltura». Quand’erano in hotel, i quattro ascoltavano rapiti The Freewheelin’ Bob Dylan, l’album di Blowin’ in the Wind.

Due ragazzi a Parigi

© Paul McCartney

Lennon e Harrison fotografati nel 1964. Fu in hotel, il Georges V, che i quattro ricevettero un telegramma: «All’attenzione: The Beatles. Complimenti ragazzi. Numeri uno in Usa. I Want To Hold Your Hand». Dopo quella notizia erano davvero pronti per l’America. Per festeggiare, ingaggiarono su suggerimento del fotografo Harry Benson una lotta coi cuscini: è una delle immagini più note dei Beatles giovani. «Tutta la sessione durò una quindicina di minuti, probabilmente consumai cinque rullini», ha ricordato Benson, il cui incarico prendeva di trasmettere a Londra un’immagine al giorno via telefax. «Tornai in camera, sigillai il bagno con lo scotch e lo trasformai in camera oscura. Avevo l’ingranditore, lavai le stampe. Verso le sei del mattino le trasmisi a Londra direttamente dalla mia camera».

La Beatlemania

© Paul McCartney

In pratica, una scena di Tutti per uno, però vera. La foto è stata scattata a New York da McCartney «dalla nostra auto sulla Cinquantottesima Strada Ovest, all’incrocio con Avenue of the Americas». È la Beatlemania. «Lungo il tragitto in macchina, dalle radioline portatili che avevamo con noi scoprimmo la WABC, una delle stazioni radio più importanti della città. “I Beatles sono a New York in questo momento!” stavano annunciando». Atterrati all’aeroporto JFK, i quattro avevano tenuto una conferenza stampa. I fan urlavano talmente tanto da convincere alcuni giornalisti che si trattasse del rumore di un aereo. A volte ci si dimentica che i quattro, all’epoca, hanno tra i 20 e i 23 anni. «Come avete trovato l’America?», chiede un giornalista nel film. «Girando a sinistra dopo la Groenlandia», risponde Lennon.

Some Time in New York City

© Paul McCartney

Central Park, 1964. «Portai con me la mia macchina fotografica, con cui potei catturare da vicino coloro che ci stavano fotografando. Come si vede, eravamo sempre circondati da obiettivi». In Inghilterra già l’anno prima, scrive Broadley nel saggio che chiude il libro, «i Beatles si vedono ormai circondati dagli obiettivi dei fotografi ovunque puntino lo sguardo, tanto che la macchina fotografica stessa diventa un elemento ricorrente nelle immagini di McCartney. Il quale, a Parigi e a New York, continua 
a rivolgere il proprio obiettivo sui fotografi stessi, che sgomitano sotto il suo naso alla ricerca dello scatto giusto. Malgrado l’apparente concitazione dell’assedio, dalle immagini traspare anche il gioco reciproco, con i fotografi ben contenti di aver attirato l’attenzione di McCartney ed essere immortalati da lui». Solo in anni successivi, dirà Macca, tutta questa attenzione diventerà meno divertente.

Un drink, Mr. Harrison?

© Paul McCartney

Una foto (a colori!) di George Harrison a Miami nel febbraio 1964. Scrive Nicolas Cullinan, direttore della National Portrait Gallery che ha guidato il processo di selezione e restauro delle immagini, che «le vivide foto a colori dei Beatles che si rilassano sulla spiaggia di Miami forniscono un’immagine quasi surreale della prosperità e del glamour americano, qualcosa che per gli inglesi doveva essere ben poco familiare». La ragazza che gli porge a Harrison il drink, forse whisky e cola, è lasciata volutamente fuori dall’inquadratura. «Sono contento di aver tenuto George come soggetto principale dell’immagine», commenta McCartney. «Riguardando queste foto di lussi e comodità, non mi sorprende che il passaggio al colore coincida con l’arrivo a Miami perché, tutto a un tratto, eravamo nel Paese delle Meraviglie».

Iscriviti