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Nessuno ha cantato l’idiocrazia come i Devo

Un documentario presentato al Sundance racconta la storia della band di Gerald Casale e Mark Mothersbaugh come un mix folle di politica, ironia e kitsch. Giusto così

Foto: Ed Perlstein/Redferns/Getty Images

La platea era piena di copricapi rossi a forma di vaso di fiori. Gli energy domes, come li chiamavano loro, erano i cappelli tipici dei Devo a inizio anni ’80, quando sono passati da essere un gruppo bizzarro e inclassificabile ad assere una band sempre bizzarra, ma vagamente più classificabile (post punk, new wave, geek rock). Una band che, chissà come, era riuscita a centrare una hit con Whip It. Nessuno aveva detto alla platea del Sundance Film Festival di indossare i cappelli alla proiezione di Devo, il documentario di Chris Smith dedicato agli eroi locali di Akron, Ohio. Ma la gente se li è messi lo stesso e il regista (lo stesso dei documentari su Wham! e Fyre) si è trovato a fissare un mare di sagome geometriche. Non siamo uomini? Siamo Devo-ti.

Il film si apre con una raffica di immagini kitsch e una buona dose di ironia e follia: è il ritratto perfetto di un progetto artistico realizzato replicandone l’estetica dada mista allo humor laconico tipico dei musicisti. Il film traccia la storia del gruppo dalla nascita, da quando Gerald Casale e Mark Mothersbaugh erano studenti della Kent State fino alla trasformazione in icone dell’alternative rock anni ’80. Vedendolo, ci si cala nello stato mentale dei Devo: perverso, critico, pop con venature colte, politicizzato. Formatasi dopo che nel 1970 la Guardia Nazionale ha ucciso quattro studenti nel campus, la band ha fatto fin dall’inizio musica di protesta, solo che non era quella tipica dell’epoca. Mothersbaugh, Casale e gli altri non strimpellavano tutti seri delle chitarre acustiche. Avevano un approccio casinista e provocatorio, come dimostra l’“assolo da emicrania” che Mothersbaugh ha suonato durante il loro primo concerto del 1973, indossando una maschera da scimmia. All’inizio dello show c’erano poche decine di spettatori, dopo i primi pezzi ne erano rimasti due.

Mothersbaugh e Casale, ma anche altri membri della band tra cui i defunti Bob Casale e Alan Meyers, accompagnano gli spettatori nell’evoluzione graduale della filosofia della Devo-lution. C’entrano un opuscolo religioso che Mothersbaugh ha visto da bambino, l’ossessione per le scimmie, l’utilizzo di suoni nuovi grazie alle modifiche del cablaggio di apparecchiature e sintetizzatori e la gioia di saltare su e giù per il palco. Dal film L’isola delle anime perdute hanno preso il motto “Are we not men?”, quello che ha reso la loro prima canzone Jocko Homo un inno per mutanti polimorfici. L’ascolto dei Ramones li ha ispirati a suonare più velocemente, aggiungendo un senso di urgenza. Brian Eno ha prodotto il loro primo album, David Bowie e Neil Young erano fan. Quando il manager di quest’ultimo, Elliot Roberts, ha chiesto ai Devo di diventare suoi clienti, gli hanno risposto che avrebbero firmato un contratto con lui se fosse riuscito a farli partecipare al Saturday Night Live. Il risultato è ancora oggi una delle migliori performance musicali della trasmissione, nonché la più grande cover di sempre di un pezzo dei Rolling Stones. Secondo Mothersbaugh, ascoltandola Mick Jagger è rimasto scioccato sulle prima, ma ha poi iniziato a muovere il culo prima del “I can’t get me no” finale.

Il documentario ricorda che i visual dei Devo erano parte fondamentale del progetto molto prima che cominciassero a indossassare le tute gialle e gli energy domes. Il film riesce a raccontare con efficacia l’ascesa del gruppo grazie al fatto che i Devo sono stati tra i primi a utilizzare i video, non solo quelli musicali. «Abbiamo filmato tutto», dicono sia Mothersbaugh che Casale, in parte attratti dal fascino del media e in parte per la convinzione che sarebbero diventati grossi. È successo grazie a Whip It, anche se Warner non l’aveva scelta come singolo preferendole Girl U Want, che invece si è rivelata un flop. Solo quando un dj della Florida ha cominciato a programmare la terza traccia tratta da Freedom of Choice del 1980, i Devo hanno iniziato a godere di una copertura radiofonica importante. Erano già una presenza costante su MTV grazie a una serie di corti realizzati col regista Chuck Statler. Il video della canzone, che voleva essere un giudizio esplicito sul personaggio del cowboy fascista di Ronald Reagan, ha raddoppiato la popolarità della band, piazzandola però nel mirino della critica: non tutti, infatti, ne hanno capito lo spirito.

I Devo sono bene o male sopravvissuti alla fama, al successo e allo status di perenni incompresi dopo una serie di tentativi di scagliarsi contro il sistema. La carica sovversiva della loro esilarante pubblicità per lo scooter Honda o la capisci o ti sfugge del tutto (in ogni caso, ha fatto vendere un sacco di Honda: l’ironia è una strada a doppio senso). Hanno continuato a fare grande musica e grandi video, e sono stati i pionieri dell’idea proiettare immagini su megaschermi da usare come sfondo durante i concerti.

Sono poi arrivate, inevitabili, l’implosione e la stanchezza, per non parlare dei cambiamenti a livello culturale, e la band si è sfaldata. Mothersbaugh e Casale parlano degli alti e dei bassi, oltre che delle loro altre attività creative (colonne sonore, regia di spot pubblicitari). Il documentario termina alla vigilia della prima reunion del 1996, che è anche l’ultima volta in cui i due hanno partecipato al Sundance, quando si sono esibiti nella serata di chiusura del festival. Saggiamente, si chiude con quello che potrebbe essere il capolavoro dei Devo, il video di Beautiful World: un mix di humor, horror e camp che accosta immagini di guerra e raduni del KKK ad altre improntate a un futurismo vintage: è un’appendice perfetta al montaggio piazzato in apertura del film.

I Devo hanno iniziato come dadaisti che denunciavano l’ipocrisia della società e la crescente idiocrazia che li circondava. Hanno continuato a sbeffeggiare la devoluzione di massa finché non si sono sciolti. Più le cose cambiano, più restano le stesse.

Quando Casale, Mothersbaugh e il fratello Bob, alias Bob 1, sono saliti sul palco dopo la proiezione per un Q&A, sono stati accolti da eroi con una standing ovation e tutti hanno nuovamente indossato gli energy domes di plastica per omaggiarli. Il tributo migliore, però, è arrivato quando è stato il turno del pubblico di porre le domande. Uno spettatore seduto in prima fila ha chiesto ripetutamente se avessero dovuto ottenere il permesso per ciò che aveva fatto durante la sua carriera. Era lecito supporre che la persona in questione fosse in preda a qualche stato di alterazione mentale e nessuno (Smith, il moderatore, il pubblico e sicuramente nemmeno la band) riusciva a capire dove volesse andare a parare. Il signore si agitava sempre più a ogni istante che passava e non mollava il microfono. Alla fine Casale si è prestato al gioco e ha dato una risposta alla “domanda”, lasciando comunque insoddisfatto l’uomo. Casale sembrava pazzo di gioia. «Era un infiltrato? È stato fantastico. È stata davvero una cosa alla Devo».

Da Rolling Stone US.

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