Nel nome di Dio e del rap: lo strano caso dell’eredità spirituale di DMX | Rolling Stone Italia
Il ministero di Earl Simmons

Nel nome di Dio e del rap: lo strano caso dell’eredità spirituale di DMX

Il rapper devoto e peccatore morto nel 2021 è stato ordinato ministro della Chiesa. Chi ne gestisce il nome si è dissociato, il cugino e manager approva. Il vescovo è stato ispirato dall’impatto dell’hip hop in Italia

Nel nome di Dio e del rap: lo strano caso dell’eredità spirituale di DMX

DMX

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Eunice Yu’nique Gantt aveva 13 anni e viveva ad Harlem quando ha scoperto DMX. Era a casa di un’amica nel maggio del 1998 quando ha sentito uscire dallo stereo di casa l’album di debutto del rapper It’s Dark and Hell Is Hot. Era destinato a diventare uno dei grandi successi dell’estate, numero uno della Billboard 200. «La prima canzone che ricordo è Get at Me Dog», racconta Gantt, che oggi vive a Yonkers, New York. «Mi sono chiesta chi fosse mai quel tizio che al posto rappare sembrava urlarti addosso, però trasmetteva un’energia e delle vibrazioni pazzesche». Quando nel corso di quello stesso anno Gantt ha iniziato a soffrire di depressione, si èappassionata ancora di più a DMX, che in autunno ha pubblicato il secondo album Flesh of My Flesh, Blood of My Blood. «È stato anche grazie alla sua musica se non mi sono arresa».

Quasi trent’anni dopo, quella musica continua a darle forza. «So cosa significa avere problemi di salute mentale, essere cristiana e amare comunque il rap». Lo dice di fronte a una congregazione di fedeli. È un sabato piovoso a Tarrytown, pittoresco villaggio nello Stato di New York affacciato sul fiume Hudson e famoso per lo più per l’atmosfera spettrale legata a La leggenda di Sleepy Hollow. Gantt e altre 25 persone sono nella Christ Episcopal Church. L’occasione: Earl Simmons, in arte DMX, viene ordinato ministro postumo dal vescovo Osiris Imhotep del Gospel Cultural Center.

Mentre i fedeli prendono posto, gli altoparlanti diffondono la voce del rapper che prega. «Una delle mie canzoni preferite è Slippin’», dice Gantt, che ha festeggiato il 45esimo compleanno il giorno. Il pezzo le ha salvato la vita: “Sto scivolando, sto cadendo, non riesco a rialzarmi, devo rialzarmi”. «In ogni suo album» dice la donna, che indossa una maglietta con paillettes bianche e nere e una tiara scintillante «c’erano delle preghiere, è incredibile, mi ha ispirata».

Nonostante la presa di posizione degli eredi di DMX, che si sono dissociati dall’evento, Imhotep afferma che l’ordinazione era in programma da sei anni, ben prima della morte del rapper avvenuta nell’aprile 2021. L’ispirazione gli è venuta osservando l’impatto dell’hip hop nelle strade di Barcellona e in Italia. Tornato negli Stati Uniti, ha dedicato la sua tesi al rapporto fra hip hop e cristianesimo, traendo ispirazione da Tupac e DMX. «Hanno influenzato profondamente la mia scrittura per la capacità di parlare alle masse. Mi ha molto colpito il ministero di Earl. Mi è capitato di piangere ascoltando le sue preghiere. La maggior parte dei pastori che conosco non sa pregare come lui. Dio lo ha usato per entrare in luoghi dove molti sacerdoti hanno paura di andare. La cerimonia è stata un modo per ridefinire la sua identità».

Il lato spirituale di DMX non è certo un segreto almeno per chi lo conosceva e lo seguiva. Nato a Mount Vernon, New York, è cresciuto tra le case popolari di Yonkers. La madre era una Testimone di Geova, la nonna paterna lo ha educato secondo i principi battisti. L’asma bronchiale lo ha costretto a ricoveri e a chiamate di emergenza. Da bambino è stato investito da un’auto e ai tempi della scuola è entrato e uscito da centri di detenzione minorile e case-famiglia, esperienze che, come ha confessato in Slippin’, lo hanno spinto sulla strada che lo ha condotto al carcere.

«Da bambino era più maturo dei coetanei, era un ragazzo brillante e curioso, anche quando si cacciava nei guai», racconta Ray Copeland, zio di DMX ed ex manager. «A scuola non capivano quant’era intelligente, lo vedevano solo come un ragazzo problematico ed è questo che ha causato molte delle tensioni e lo ha fatto finire nelle case-famiglia. Non riuscivano a stimolarlo e lui si annoiava».

A 14 anni, DMX ha cominciato a farsi dando il via a una storia di dipendenza che lo ha accompagnato per tutta la vita. In un’intervista del 2020 con il rapper Talib Kweli, ha detto che «la mia esistenza è benedetta e maledetta». Sosteneva che il suo primo mentore gli aveva fatto conoscere sia al rap che il crack, attraverso una canna tagliata con altre sostanze (la persona in questione ha negato alcuni risvolti del racconto).

Nonostante i problemi e il lungo elenco di precedenti penali, DMX è sempre stato un credente. Non solo pregava in ogni album, ma lo faceva anche prima e dopo ogni concerto. Devolveva una parte dei proventi dei tour alle chiese di Yonkers. «Il 10% andava alle chiese, anche quando non ne aveva una di riferimento», dice Copeland. «È diventato poi diacono in Arizona. Ha sempre detto che la sua carriera di rapper sarebbe durata solo fino a un certo punto e che poi sarebbe diventato un predicatore. Ed era credibile quando lo diceva perché predicava di continuo. Quando è diventato diacono ha detto che si sentiva sulla giusta strada».

Secondo Imhotep, il mix di imperfezione dell’uomo e grande fede lo rendeva un candidato ideale per il ministero. Ai suoi occhi, non era tanto diverso da figure bibliche come Mosè, Davide e Abramo. DMX rappresentava un esempio moderno di cosa vuol dire sentirsi un discepolo. E però quando si è diffusa la notizia dell’ordinazione, Imhotep è stato travolto da critiche e polemiche. Sui social molti hanno avanzato dubbi su tempi e intenzioni dell’evento. Secondo alcuni, l’ordinazione è arrivata tardi, essendo DMX morto. Altri si sono chiesti se il suo passato turbolento sia compatibile con quel ruolo.

Poco dopo l’annuncio, i gestori dell’eredità di DMX hanno rilasciato una dichiarazione ufficiale a AllHipHop: «L’ordinazione di Earl “DMX” Simmons non è un evento autorizzato dalla sua Estate. Pur apprezzando gli sforzi di terze parti per onorarlo, non aveva legami stretti né con la Foster Memorial A.M.E. Zion Church, né col vescovo Imhotep».

A causa dell’attenzione mediatica, la Foster Memorial A.M.E. Zion Church, storica chiesa afroamericana di Tarrytown che faceva parte della cosiddetta Underground Railroad, si è tirata indietro, costringendo Imhotep a trovare un’altra sede per la cerimonia. Ricorda la telefonata che ha ricevuto da una dirigente di Artist Legacy, il gruppo che gestisce l’eredità di X: «Mi ha detto: “Chi ti ha dato il permesso?”. Gli ho risposto: “Dio mi ha dato il permesso, è un evento religioso”». Imhotep è anche in contatto con Copeland, lo zio di DMX. Nonostante questo, Artist Legacy gli ha inviato una diffida che ha ignorato.

Durante la cerimonia non è stata raccolta alcuna offerta. Imhotep e Copeland assicurano che non è circolato denaro neppure di nascosto. Non è quello l’obiettivo, dicono. «Gli eredi vogliono avere il controllo», dice Copeland. «X era parte della mia vita. È mio nipote, ho lavorato con lui per anni. Non rendiamo onore a Earl per guadagnarci qualcosa. Il punto è mantenerne vivo il nome». Non è la prima volta che Copeland riceve una diffida dagli eredi. «Lo hanno fatto anche quando ho organizzato un evento alla Mount Vernon Public Library. Il mio avvocato ha spiegato che posso parlare di X quando voglio. Non chiedo soldi e non faccio alcunché a scopo di lucro».

Alla fine della cerimonia, Imhotep ha consegnato a Copeland un premio e un certificato che attestano l’ordinazione del nipote. Secondo Copeland, la madre di DMX, l’ex moglie del rapper Tashera Simmons e i figli avrebbero dovuto essere presenti, ma erano influenzati. «Molte persone stavano male quel weekend, ma ogni volta che vado da qualche parte e qualcuno mi dà un riconoscimento che riguarda X, non lo tengo io, lo do alla famiglia».

Indizi sul fatto che DMX tenesse al ministero sono sparpagliati nei suoi dischi e riflessi nelle sue azioni. Nelle interviste citava spesso le scritture raccontando dei suoi problemi e della sua vita. Chi lo conosceva lo ricorda come una persona generosa. Aiutava le chiese in difficoltà, donava ai senzatetto più denaro di quanto ne chiedevano, ispirando altri, tra cui lo zio, a fare lo stesso.

«La gente lo può giudicare, ma molte figure presenti nelle scritture gli somigliano», dice Onleilove Alston, docente della Columbia University School of Social Work che ha preso la parola durante la cerimonia. «Mosè era un assassino, Giuseppe è finito ingiustamente in prigione, Ester era una bambina in affido, Davide era fin guerriero che si comportava male con le donne, eppure non abbiamo smesso di leggere i Salmi».

Anche Alston, come Gantt, ha sofferto di depressione ai tempi del college. E anche lei ascoltava Slippin’ a ripetizione per spronarsi a rimettersi in sesto. «Ora non sono più depressa. Quando penso alla canzone e alla forza che mi ha dato, mi rendo conto che ha svolto un ministero, per me. Non sappiamo quante persone sono vive grazie alla sua musica».

Da Rolling Stone US.

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