«Due dita belle grosse», dice Geddy Lee dei Rush. Nella saletta privata di un ristorante che funge anche da cantina, il musicista prende ha appena scelto alcune bottiglie. Ne stappa una e la serve ad Alex Lifeson, che con la sua solita espressione impassibile dice: «Ho smesso di bere… ma credo che ricomincerò». Lee si riempie il bicchiere versando da una seconda bottiglia, scherza con l’amico di una vita, ne prende una terza. Non è vino, ma un Macallan invecchiato 25 anni. Era il whisky preferito di Neil Peart, batterista dei Rush per oltre quarant’anni. Quando finivano di lavorare in studio, oppure quando Lee e Lifeson andavano a trovarlo a casa, di solito Peart tirava fuori lo scotch.
Per prendere la misura Lee appoggia le dita vicino al fondo di un tumbler e versa «due dita belle grosse» di Macallan. Il bicchiere rimane lì, non lo beve nessuno. Brindano all’amico che non c’è più. «La spalla che manca», dice Lifeson. «La sedia che non c’è», per Lee.
Sono passati meno di cinque minuti dall’inizio di Neil Peart: No One’s Disciple, il documentario su quello che è stato, diciamolo senza tanti giri di parole, il più grande batterista rock di tutti i tempi, e già ti tocca trattenere le lacrime. Le risate e gli applausi che si levano dal Princess of Wales Theatre (che si trova guarda caso in King St.) dove il film è stato presentato al Toronto International Film Festival sono intervallati per tutta la proiezione da gente che tira su col naso. Il documentario è il sequel ideale di Rush: Beyond the Lighted Stage del 2010, di Sam Dunn e Scot McFadyen, ed è il giusto farewell to a king, l’addio a un grande della batteria, ma anche una veglia funebre che celebra la vita di un filosofo che ha dato parole e ritmo a un power trio in grado di allargare i confini di ciò che una canzone rock poteva fare e dire. Invece di limitarsi a ricordarne l’assenza, il film ne restituisce la presenza. Durante la visione la spalla che manca sembra non mancare affatto. La sedia è proprio lì, sotto il tuo naso.
Lee racconta all’inizio del documentario che voleva rendere omaggio a Peart, che è morto il 7 gennaio 2020, ma la pandemia ha fatto saltare il progetto. Scartata l’idea di fare un concerto, che sarebbe stato il modo più naturale per rendere omaggio all’uomo e alla sua musica, si è optato per un documentario affidato a due registi che sicuramente avrebbero trattato l’argomento con sensibilità. La musica dal vivo, però, doveva esserci e i due Rush hanno trovato un modo per inserirla. Nel corso degli anni Peart aveva costituito una sorta di fratellanza con altri batteristi. Lee e Lifeson ne hanno invitati quattro a suonare insieme alcuni classici dei Rush. Tutti conoscevano le parti. Cosa ancora più importante, conoscevano personalmente Peart, l’uomo che quelle parti le ha create.
Quindi sì, se avete sempre voluto vedere Stewart Copeland alle prese con New World Man, Danny Carey dei Tool alle prese coi fill folli di Tom Sawyer, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers pestare la batteria in Working Man o Gavin Harrison dei King Crimson cimentarsi con quella perla meno nota che è Roll the Bones, Dreamline, questa roba fa per voi. Sembra una trovata un po’ artificiosa, finché non vedi: a) quanto sono tutti entusiasti di suonare, soprattutto Geddy e Alex, e b) che la musica permette loro di ricordare tutti insieme il compagno scomparso.
Vedere questi batteristi da hall of fame alle prese con tempi dispari, cambi di ritmo imprevedibili e tour de force sui tom è anche un bagno di umiltà; persino Carey, che riesce a passare con disinvoltura da un 5/8 a un 7/8 all’interno della stessa canzone, ha bisogno di più tentativi per azzeccare l’attacco di Overture da 2112. Tutti usano le performance per ricordare la generosità di Peart, la sua gentilezza, il suo senso dell’umorismo e il suo modo di filtrare la visione del mondo attraverso i poliritmi.
Sia chiaro, questo è solo uno degli aspetti di No One’s Disciple. Dunn e McFadyen hanno avuto la fortuna di filmare session di quelle che succedono una volta nella vita, ma il cuore del film rimane il racconto del percorso fatto da Peart, ragazzino allampanato di Hamilton, Ontario che diventa un dio del rock mondiale. Attraverso una serie di interviste che avevano realizzato con il batterista per Beyond the Lighted Stage e le testimonianze di amici e batteristi, il film ne racconta l’etica del lavoro, le passioni letterarie e il modo in cui la decisione di trasferirsi a Londra poco più che ventenne gli ha permesso di allargare gli orizzonti. Quando lo hanno incontrato per la prima volta, Lee e Lifeson l’hanno giudicato goofy, non abbastanza cool per entrare nel loro gruppo. Poi ha iniziato a cominciato a suonare le terzine e indovinate chi è diventato improvvisamente molto cool? Il chitarrista e il cantante non avevano voglia di scrivere i testi, così Lifeson ha detto a Peart: «Abbiamo notato che leggi dai sei ai sette libri al giorno: che ne diresti di scrivere i testi?». Il risultato è stato Anthem. Il resto è storia, eccetera.
Vengono ripercorse le tappe fondamentali, dagli studi di Peart con il batterista jazz Freddie Gruber alla reinvenzione del suo stile, fino alla scrittura di Ghost Rider, il memoir dedicato ai viaggi in moto e al lutto per la perdita della moglie e della figlia. Lee e Lifeson ricordano entrambi l’amico soprannominato il Professore e di tanto in tanto si commuovono. Eppure l’atmosfera non è cupa o sentimentale. Lifeson offre una spassosa imitazione di Peart mentre recita il testo di Working Man con un’intonazione rigida e tutti parlano di quanto potesse essere spigoloso nel suo rapporto con i fan e con la fama (aveva scritto una canzone formidabile proprio su questo!).
Peart era noto per l’estrema riservatezza e per essere praticamente insondabile agli occhi del grande pubblico, ma nel film tutti raccontano il Peart che hanno avuto la fortuna di conoscere: una persona che dava valore alla lealtà, all’amicizia e a una bella bevuta di scotch con le persone a cui voleva bene e che ammirava, ma anche uno che apprezzava la sua felice solitudine.
Non sorprende che il pubblico di Toronto accorso alla première abbia accolto bene il film. Quando sui titoli di coda è partita The Spirit of Radio, hanno tutti immediatamente iniziato a battere le mani, ma Neil Peart: No One’s Disciple non è pensato per strizzare l’occhio ai fan. Vuole essere un tributo di Lee e Lifeson all’amico e il racconto di vita che Peart meritava. Sentire i Rush suonare dal vivo le loro canzoni con una serie di ospiti illustri sarebbe stato più triste se non fosse per l’epilogo, ovvero l’arrivo di Anika Nilles che suona la batteria col gruppo, di nuovo in forma straordinaria, nel Fifty Something Tour. I registi hanno raccontato di avere scoperto che la band sarebbe tornata in tour mentre stavano girando il documentario. Avevano cominciato a sospettarlo quando si sono accorti che i due suovanano come se avessero provato, eccome, prima dell’inizio delle riprese.
Tutti sanno che Peart è insostituibile e difatti nessuno sta cercando di sostituirlo. Quando i suoi amici suonano le sue canzoni e quando Nilles ricrea le sue parti sul palco non stanno solo rendendo omaggio alla sua eredità, la stanno preservando. Peart non c’è più, ma è ancora dentro quei pezzi. Visto che il pubblico della prima ha avuto un atteggiamento particolarmente reverente, è toccato a Lee e Lifeson alleggerire l’atmosfera e impedire che la presentazione assumesse un tono funebre. Dopo essere salito sul palco accolto dagli applausi, Lee ha presentato l’amico d’infanzia come Alex Lifesberg. «Mi limiterei a fare eco a quello che ha detto Ged, se avessi capito una parola di quel che ha detto», ha scherzato Lifeson. Entrambi hanno ringraziato i registi e lasciato la parola prima a Chad Smith, presente in sala, e poi al film e alla musica. È sembrato quasi che Peart fosse lì, in sala, ad annuire per l’assenza di troppa solennità. Bello immaginarlo mentre sorseggia anche lui due dita belle grosse di Macallan.














