Nayt non arriva a Sanremo 2026 con l’ansia di chi deve dimostrare qualcosa. Ci arriva dopo una lunga gavetta e si prepara a pubblicare il 20 marzo il decimo album che si intitola io Individuo e che già dalla scelta grafica sembra una dichiarazione d’intenti. Anzi di identità prima di tutto. «Non sono teso», dice a proposito del Festival, «ho solo voglia di spaccare per portare il mio stile».
Anche perché non è un artista esploso in un’estate o grazie a una canzone virale sui social, ma uno che scrive dal 2009, che ha pubblicato nove dischi, è stato indipendente per dieci anni, ha collezionato tour sold out. E forse è questo che oggi lo fa sentire a fuoco: «La mia lunga gavetta mi fa sentire centrato e ho più entusiasmo che ansia rispetto al Festival. Sono molto sicuro del percorso fatto e che sto facendo, chi sono e chi è il mio pubblico. L’incognita è l’incontro con il pubblico generalista, che conosco meno, però faccio musica dal 2009, ho nove dischi alle spalle e il decimo in uscita, con il primo album in major nel 2019, tanti tour che sono andati benissimo, tutto un lavoro che mi permette di arrivare a Sanremo con meno pressione».
Il primo pezzo che ha scritto? Non era subito un capolavoro, ammette. Ma è dagli errori che inizia la vera evoluzione: «Il primo brano era terrificante (ride). Non ricordo bene come l’ho scritto, ma ricordo che già dal secondo sono andato in studio a registrarlo, come anche il terzo. Ho capito da subito che dovevano essere attività che andavano in parallela. La musica è composta da tantissimi fattori diversi, bisogna tenerli assieme tutti fin dalle prime battute. Comunque il primo testo era molto basico e scarno, ma poi, per fortuna, ho avuto una bella svolta».
Scrivere, per lui, non è mai stato un esercizio di stile, ma un bisogno: «È un tema portante anche della mia canzone a Sanremo. E per me è stato il desiderio di riconoscimento. Ma non di grandezza o di successo, ma di quello che sento davvero nello scrivere in musica. Anche in questo caso ho cercato di rimanere in contatto con me stesso, per portare qualcosa di molto personale agli altri».
Il brano si chiama Prima che, scritto da Nayt e prodotto da Zef. E, anche senza punto interrogativo, sembra più una domanda che una risposta: cosa resta se riusciamo a toglierci di dosso le sovrastrutture? «Basta guardarsi intorno. Siamo dentro il tessuto sociale che ci è dato di vivere, quindi è naturale che ci influenzi. Come artista cerco semplicemente di sconvolgere le normali prospettive. E porre delle domande che, di solito, non ci poniamo. In buona sostanza mi chiedo perché, se ci riconosciamo, non riusciamo ancora a comunicare e a stare insieme?».
Dentro io Individuo questa riflessione si allarga. È appare come un disco che parla di identità frammentata, di ciò che costituisce un individuo, di maschile, di fragilità, di conflitto. Dentro c’è anche Un uomo, che contiene la domanda che aveva lanciato mesi fa: com’è che si fa ad essere un uomo? E forse la risposta non è mai definitiva.
Le etichette, del resto, non lo hanno mai convinto fino in fondo. Rapper? Cantautore? Artista urban? «Ci ho pensato dopo l’ultimo album. Risentendolo ho esclamato: figo, nessun altro rapper o cantautore avrebbe potuto fare un disco così. Viviamo un’epoca nella quale i generi sono sempre più contaminati, quello che conta sono l’immaginario e la poetica che riesci a portare attraverso i tuoi lavori. A me la categorizzazione nell’arte, in generale, non mi ha mai fatto impazzire. Però mi piacciono sia le definizioni di rapper che di cantautore, anche perché mi ritrovo in entrambe».
Dieci anni da indipendente prima dell’approdo in major, invece, potrebbero essere raccontati in modo romantico, ma le difficoltà non sono mancate: «All’inizio i problemi dipendono soprattutto dall’avere poche risorse, poco tempo e anche il trovare le persone giuste, perché la musica si fa con altre persone e non da soli. Per cui bisogna trovare chi è in linea con te, incrociare i tempi giusti e le risorse economiche per realizzare il tutto. Io il percorso da indipendente l’ho vissuto sempre con grande passione e ambizione, ma ho anche avuto molti momenti di crisi. Ho iniziato giovanissimo, intanto stavo crescendo come uomo, quindi mi chiedevo spesso che cosa stessi facendo o se stessi perdendo tempo. La paura era di non farcela, di fallire, che fosse ormai troppo tardi. Ma poi non riuscivo a fare nient’altro che questo con la stessa passione della musica. E a un certo punto mi sono chiuso il più possibile, per impegnarmi su ogni fronte, dai testi alla produzione e fino alla comunicazione».
E poi c’è il rap, che torna a Sanremo ma continua a essere accusato di volgarità e sessismo. Nayt non scappa dal tema e da una spiegazione tecnica arriva anche a quella artistica: «Il rap, da un punto di vista testuale, è il più esplicito che abbiamo a disposizione, anche perché può usare molte più parole di altri. Significa che può esprimersi in modo più dettagliato su tutto, quindi è il più fedele alla società. Può rispecchiare aspetti volgari, sessisti, materialisti, ma anche positivi, l’introspezione, l’emotività o le rivendicazioni politiche e sociali».
Nella serata delle cover salirà sul palco con Joan Thiele per cantare La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André. Una scelta che sembrerebbe lontana dall’urban, ma solo per chi non ha mai capito i riferimenti mentre ascoltava i suoi brani. «È una scelta coerente. È un cantautorato che utilizzava le parole in modo molto onesto. Io sono convinto che la verità non si preoccupa di ferire i sentimenti e ci dà un’opportunità di crescita, se esposta in modo costruttivo. Ho scelto De André perché, appunto, fa parte del mio bagaglio culturale e musicale. E quel pezzo mi ha sempre emozionato». Insomma, per Nayt Sanremo non sembra un cambio di pelle, ma solo l’ennesima muta(zione) di un artista in continua evoluzione.
