Mettere al bando tutte le canzoni create con l’intelligenza artificiale è un errore | Rolling Stone Italia
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Mettere al bando tutte le canzoni create con l’intelligenza artificiale è un errore

Bandcamp elimina dalla piattaforma le musica creata con l’AI, ma c’è chi usa quegli strumenti in modo creativo. Il parere di Holly Herndon, contro la demonizzazione

Mettere al bando tutte le canzoni create con l’intelligenza artificiale è un errore

Holly Herndon alla preview di ‘The Call’ alla Serpentine North Gallery di Londra, ottobre 2024

Foto: Matthew Chattle/Future Publishing via Getty Images

Vera o AI? È la domanda che molte testate si sono fatte nei giorni scorsi. L’oggetto di indagine è Sienna Rose, cantante di soul-jazz morbido da oltre tre milioni di ascoltatori mensili su Spotify. Mentre si moltiplicavano gli articoli su di “lei”, i creatori di Rose hanno sfruttato il picco di popolarità pubblicando un EP intitolato Date Night. È una sorta di concept che racconta una serata romantica attraverso sette canzoni dai toni melliflui e dai titoli incredibilmente didascalici, da “Cena a lume di candela” a “Dormire accoccolati” passando per “Primo bacio”, “Stanza d’hotel” e “Senza vestiti”. Date Night è la perfetta rappresentazione di tutto ciò che non va nella musica creata con l’ausilio dell’AI: imita l’esistente, banalizzandolo.

Pochi giorni fa una canzone intitolata Jag Vet, Du Är Inte Min di tale Jacub è stata esclusa dalla classifica ufficiale svedese nonostante sia un successo su Spotify in quel Paese. Motivo del bando: la voce e alcune parti strumentali sono state create con l’AI. La musica registrata è un bene svalutato e quindi particolarmente vulnerabile ad “attacchi” di questo genere. Se una cosa non ha un grande valore aggiunto, la puoi replicare, se una parte di musica è già anonima e standardizzata, tanto vale farla creare dalle macchine. Là dove cessa la possibilità di distinguere con certezza assoluta il reale dall’artificiale dovrebbe entrare in gioco il gusto, ma canzoni simili sono indirizzate a un pubblico sempre meno abituato a dare valore alle peculiarità di un’esecuzione musicale. Nel corso di uno studio condotto su 9000 soggetti di età compresa fra i 18 e i 65 anni in otto diversi Paesi da Ipsos su commissione della piattaforma francese Deezer il 97% delle persone non è stata in grado di distinguere la musica “vera” da quella creata con l’intelligenza artificiale.

Pensare «io non faccio parte di quel 97%, io so distinguere la musica vera da quella falsa» non mette al riparo dalle conseguenze che l’uso dell’AI avrà sul mondo della musica. Chi ha un orecchio allenato coglie immediatamente la verità che c’è nei dischi dei Grateful Dead e che non c’è in quelli dei Velvet Sundown, ma almeno in questa fase storica contano anche i consumi di chi sente musica in modo passivo tramite playlist compilate da algoritmi ed editor, tanto più se si tratta di tracce cosiddette funzionali, create cioè per accompagnare attività o stati d’animo, musica che viene “usata” e non ascoltata per altre sue qualità. È lì che la musica generata dalle e con le macchine si sta diffondendo.

Secondo una ricerca della piattaforma francese Deezer, già adesso il 28% della musica che viene pubblicata quotidiamente in streaming sarebbe creata con l’intelligenza artificiale. Parliamo di 30 mila pezzi al giorno. Sono tracce che nella quasi totalità si perdono nelle piattaforme e non vengono ascoltate da nessuno, ma ogni tanto qualche canzone emerge dal mucchio e diventa un’anticipazione del futuro che ci aspetta. La crescita del fenomeno è notevole. A inizio 2025 le canzoni create con l’AI erano il 10% del totale. Di questo passo, potrebbero sottrarre una parte dei guadagni di autori e musicisti di media-piccola grandezza e provocare un’erosione della qualità della musica prodotta, che diventerebbe ancora più standardizzata di quella esistente.

Cosa si può fare per arginare l’invasione di questi ultracorpi digitali, di canzoni create in parte o del tutto da sistemi di AI? La scorsa settimana Bandcamp, servizio musicale diffuso in tutto il mondo che ha la fama di essere vicino alle esigenze degli artisti indipendenti, ha fornito la sua risposta. Allo scopo di salvaguardare la creatività e permettere ai musicisti di continuare a fare musica e agli ascoltatori di avere la certezza che quella che sentono è stata creata da esseri umani, la piattaforma ha diffuso due nuove linee guida sull’AI generativa: 1) «La musica e l’audio generati totalmente o in gran parte da AI non sono consentiti» e 2) «Qualsiasi uso di strumenti di AI per impersonare altri artisti o stili è severamente vietato».

Holly Herndon - Eternal (Official Video)

C’è chi scommette che casi come quelli di Breaking Rust, Sienna Rose, Xania Monet e Velvet Sundown saranno sempre più numerosi e rilevanti. L’iniziativa di Bandcamp è stata quindi accolta favorevolmente come un passo avanti rispetto a quanto fatto da Deezer, che ha deciso di etichettare i pezzi creati con l’AI in modo che l’utente sia almeno cosciente di ciò che sta ascoltando. È un approccio che convince solo in parte Holly Herndon, PhD al Center for Computer Research in Music and Acoustics e artista all’avanguardia nell’uso delle intelligenze artificiali.

Herndon è un’ottimista in un mondo di profeti di catastrofi causate dall’uso sempre più diffuso delle macchine. Al centro della sua ricerca ci sono l’uso etico dei dati, ovvero ottenendo il consenso di chi li ha originati, e l’idea che debbano essere gli artisti ad addestrare le AI, appropriandosi delle tecnologie che definiscono il presente. In un mondo di media infiniti in cui chiunque può diventare creator, gli artisti sono chiamati a ridefinire la loro identità. Il Time l’ha inserita nel 2023 nella lista delle 100 voci più influenti nell’AI. Non è insomma un’artista popolare, ma è rilevante. Dice che la misura adottata da Bandcamp è giusta e aggiunge però che una posizione manichea sull’uso di AI può risultare controproducente e penalizzante. La presenza pervasiva dell’AI nella creazione di musica non può essere fermata da divieti del genere, tanto più che se sono generici, non sono in grado di distinguere tra l’uso creativo e quello “pigro” dei nuovi strumenti.

Secondo Herndon la dicotomia umano-AI non ha più ragione di essere e anzi a lungo andare diventerà una mera questione di apparenza. Ciò che sembra umano non lo è necessariamente e non è detto che sia meglio di ciò che è in parte artificiale. A fronte di meccanismi tecnologici insondabili perché estremamente complessi e nascosti, rischiamo di fare scelte nette e superficiali. «Ho più paternità io dei miei modelli di AI di quanta ne abbia la maggior parte delle pop star delle loro canzoni», scrive Herndon su X ed è difficile darle torto. È quindi dannoso e antistorico condannare l’uso di AI di per sé: è una tecnologia che sta cambiando il modo con cui guardiamo il mondo, demonizzarla non serve, più utile sarebbe approfondire l’argomento e riuscire a distinguere chi la usa in modo inventivo.

L’idea che sta dietro alla presa di posizione di Bandcamp, ovvero che la musica “generata totalmente o in gran parte da AI” sia da mettere al bando, «è comprensibile nel caso si tratti di bot che pubblicano 1000 canzoni generiche al giorno. Questo però è un problema di spam. E mi sento costretta a oppormi al divieto imposto agli artisti umani di sperimentare con un mezzo che definisce un’epoca».

Holly Herndon and Mat Dryhurst: The Call | Serpentine

Herndon fa un esempio: scrive una canzone e volendo aggiungere un nuovo livello di produzione la dà in pasto a un modello che ha addestrato lei stessa usando non il lavoro altrui, ma il proprio. A una ricognizione simile a quella di Bandcamp, una creazione musicale di questo tipo sembrerà artefatta tanto quanto una canzonaccia fatta con Suno. Sembrerà addirittura meno umana di una canzone pop generata interamente da Suno con un semplice prompt e poi fatta reincidere da un cantante e da un gruppo vero.

«Un’ipotesi pigra sull’AI è che la usino le persone pigre e che le persone più motivate utilizzino invece strumenti tradizionali. È una sciocchezza: perché gli esseri umani desiderosi di nuovi suoni non dovrebbero usare modelli che permettono di scavare all’infinito in quella tana del Bianconiglio che è la creazione dei suoni?».

Il clima di incertezza di quest’epoca, l’avversione per le musiche mediocri realizzate con l’AI, la sensazione di essere truffati da chi non dichiara quanta parte di quello che ascoltiamo è stato generato da una macchina non dovrebbero portarci a esprimere giudizi reazionari sulla legittimità di chi crea musica con le nuove tecnologie. Possibile che si consideri più umano un pezzo fatto da un producer usando un beat contenuto in un pacchetto preconfezionato rispetto a una canzone fatta usando l’AI come uno strumento creativo?