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Massimo Zamboni: «Lostatobrado è il gruppo migliore che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni»

Una band che fa musica fuori dalle «dittatoriali dinamiche maggioritarie», un album intitolato ‘Ahimè’, un testimonial niente affatto male. Indovinate chi è il musicista con la maschera da leone in copertina?

Foto: Marianna Fornaro

In tempi come questi, dove pare sia divenuto difficile mantenere la concentrazione nella lettura per più di qualche secondo, è bene arrivare subito al punto, già dalle prime righe. Permettetemi dunque una dichiarazione ufficiale già in apertura: Lostatobrado è il gruppo migliore che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni. Negli ultimi due anni, in effetti, poiché la data di nascita scocca nel 2023, a Bologna, loro polo di residenza e di attrazione niente affatto casuale.

Torniamo a quel giorno in cui mi vedo porgere un CD audio contenente alcune canzoni assieme alla richiesta di un ascolto e un parere. Poche cose sono più imbarazzanti, poiché o quello ricercato è un parere interessato – dunque con una obbligata dose di sincerità che prelude a un possibile lavoro futuro – oppure si è in cerca di una valutazione generica, una benevolenza che può solo essere cortese o meglio tacere per sempre. In questo senso, conoscere il proponente è un peggiorativo; non ci si potrà mascherare dietro risposte diplomatiche.

Accetto l’incarico con una sciocca dose di sufficienza, anche se il materiale che accompagna il CD è curioso, e porta immagini e parole che in qualche modo mi avvicinano. C’è una poesia, Ode alla gallina; ci sono grafiche, dove la medesima gallina illumina il circostante con un ventaglio di luce che richiama la copertina di The Dark Side of the Moon; c’è una definizione, “Musica elettroacustica post-agricola”. Infine un motto: “Ciò che è stato è Stato brado”. Insomma, quanto basta per metterti in una cordiale disposizione d’animo. Ma resta una titubanza, tipica di chi di demo tape ne ha ascoltati in misura sconsiderata nei decenni passati e piuttosto che ascoltarne altri cambierebbe mestiere, per come sono tutti uguali, seriali; inutili, in definitiva.

In sede privata infilo il CD nel lettore, e intanto leggo titoli che altrettanto dispongono bene: Bancali, ad esempio. Bancali? E chi mai canterebbe dei bancali? Poi, Capre. Capre? E quale bolognese mai saprebbe descrivere una capra? Certo, c’è il rischio che si tratti di una fascinazione solo estetica verso un mondo sconosciuto, idealizzato. Ma ascoltiamo. La prima traccia – Avviamento – è interlocutoria e breve. La seconda – Bancali, appunto – ti tiene in sospeso per una manciata di secondi, poi si parte. E un campanello suona in testa. Attenzione, dice il campanello. Questo è qualcosa. Mi piace. E questa voce: la conosco. Anzi, la riconosco. L’ho già ascoltata anni fa, in uno dei pochi album che mi avessero colpito. Un gruppo della Garfagnana, Staindubatta, chissà come mi era arrivato il loro album tra le mani: bel lavoro. E bella terra.

Devo contattarli, avevo pensato, ma quello era tempo di impazzimento da Covid e il proposito era restato confinato in casa assieme a tutti gli esseri umani. Ma quella voce mi è rimasta dentro, fascinosa e mai melensa, un timbro che non si lascia definire né restringere a un classico maschile-femminile-neutro. Ora la sento cantare “Fieno che si piega il sole non lo rialzerà” e “stesi come bancali, stesi come bancali”. Non serve altro per lasciarsi andare, queste parole che escono da esperienza diretta e forse irrimediabilmente perduta si accompagnano perfettamente alla finta ingenuità di una autodefinizione rurale che nasconde invece una profonda capacità di manovrare le macchine e di comporre qualcosa di molto personale, sostenuto da ottime ritmiche e chitarre. E appena penso di aver decifrato tutto il mondo sonoro dai primi tre minuti di musica, ecco che tutto cambia e altre melodie si sovrappongono silenziandosi a vicenda e altre sequenze vanno a definire meglio la sorpresa.

Allora – penso – si può ancora ascoltare musica. Fare musica, lontano dalle dittatoriali dinamiche maggioritarie. “Il sole è un animale che non ti fa dormire”. Non ci credo, e sembra impossibile ascoltare in chiusura di un gran singolo come Capre un ritornello che nessuno si azzarderebbe a pronunciare: “Tu, tu, sdraiata in cose sacre, come i fiori dell’estate, e la merda delle capre, capre, capre”. Non ci si crede. Sdraiata in cose sacre. La merda delle capre. Al termine dell’album sono riconoscente di avere avuto questo accesso privilegiato a vite e panorami che escono così esplicitamente dai solchi. Sono paesaggi che conosco, non soltanto geografici, arcaici e immutabili e allo stesso tempo, per passione e penitenza, così pienamente dentro quello che chiamiamo presente.

Ringrazio dunque i nomi che leggo in retrocopertina: Lorenzo Valdesalici, chitarra baritona e seconda voce; Alessio Vanni, voce, synth, campionamenti; Lorenzo Marra, sintesi modulare post agricola, live electronics. Scopro provenienze anagrafiche che spiegano tante cose, l’Appennino reggiano, il versante garfagnino, una Puglia che è sempre casa per gli emiliani. E scoprirò che non sono musicisti improvvisati o annoiati studenti, ma diplomati compositori di colonne sonore e sound designer. E, esistenzialmente parlando, li troverò per nulla accaniti o furiosi nel loro essere artisti, anzi, in possesso di un distacco invidiabile con quanto mettono in campo. Ci credono, e non lo danno a vedere. Sanno che altro c’è, al mondo.

Da quel momento non li perdo più d’occhio, e il consiglio migliore che posso dare è quello di fare altrettanto. Ascoltare quel primo album, Canzoni contro la ragione, sei tracce da non perdere, un album che tra un numero di anni varrà da collezione. E ancora meno da perdere, il live. Potente, tecnicamente impeccabile e mai freddo, in un equilibrio di mille suoni che viene manovrato e diretto magistralmente dal palco, dove tutto l’armamentario elettronico, chitarristico e vocale converge verso due uniche linee, left and right, per la gratitudine degli ascoltatori. Per una volta, l’espressione “suona come l’album” non è un denigrare, poiché quella perfezione si accompagna al movimento parlante dei corpi, che sono belli da guardare per la disposizione inedita che assumono sul palco, dove si dispongono senza la minima ostentazione. E intanto arrivano i premi e i riconoscimenti, che Lostatobrado accetta con qualche esitazione, non perché dovuti ma perché – come già dicevamo – c’è altro al mondo.

E si arriva al nuovo album, Ahimè, che forse avrei dovuto recensire più compiutamente invece di impiantare tutta questa genealogia. Album che amplifica tutto quanto è preceduto, più che maturo, colto, denso di citazioni che si rilevano con orecchie attente (Pink Floyd, Morricone, Sigur Rós, ammettiamolo, anche CSI) ma è ancora meglio se non si cercano ispirazioni, e invece si ascolta e basta. La montagna è sempre lì, incombente, richiamo e distacco assieme, esce dalle note sotto forma di campane, tafani, voci antiche, mezzosoprani, oche, clacson, un ordinatissimo marasma sonoro che si scioglie in melodie e testi ancora più incisivi. Non c’è niente del genere in giro, e se dovesse occorrere un test consiglierei una di quelle canzoni che si ascoltano a ripetizione, Pergole. Canzone che non si ascolta con le orecchie, ma con l’epidermide che si solleva.

Aria di montagna anche nella copertina in bianco e nero, la riproposizione di una scena dal Maggio cavalleresco dove una ventina di persone in travestimenti improbabili si ritagliano un ruolo, recitando la propria origine. Eccellente artwork, copertina imperdibile per un LP che non porta scritte o titoli in fronte. Come una foto da appendere in casa.

Leggo nel comunicato stampa che per Lostatobrado “l’unica cosa che davvero conta sul grande e caotico palcoscenico della vita è trovare il proprio ruolo da recitare, scoprire il proprio modo di vivere nel presente”. Obiettivo centrato. Bravi.

La versione del Maggio drammatico sulla copertina di ‘Ahimè’. Sì, il Leone è Massimo Zamboni

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