«Il momento più magico di un disco è quando lo scrivi: quando non hai idee, ti siedi, disperi e poi succede qualcosa». Marta Del Grandi cerca di difendersi dalle aspettative – anche le sue – per l’uscita di Dream Life, terzo disco per la prestigiosa etichetta britannica Fire. Uscirà il 30 gennaio a quasi tre anni di distanza da Selva, grazie al quale la cantautrice di Milano (Abbiategrasso, per la precisione) si è imposta come una delle voci più personali e interessanti del panorama europeo.
Non facciamoci ingannare dal titolo, però. L’ascolto di Dream Life non rimanda a nessuna dimensione eterea o consolatoria. Il sogno, qui, è piuttosto uno spazio instabile, una zona di frizione in cui reale e irreale si confondono, dove desideri, memorie, paure e tensioni personali e politiche convivono senza mai risolversi davvero. È il sogno come lo viviamo oggi: intermittente, frammentato, attraversato dall’ansia del presente.
«Selva era un disco più caldo e aperto», mi racconta Marta Del Grandi, alla domanda su come si è evoluto il suo approccio alla scrittura e alla composizione. «Dream Life invece forse è più sofisticato, anche se mentre lo facevo mi sembrava più semplice». In effetti ascoltando le canzoni, a partire dal singolo che anticipa e dà il titolo al disco – in cui dietro una melodia apparentemente spensierata, nasconde domande sul senso del presente, il passato e il futuro, chiedendosi proprio cosa sia il reale – si intuisce come la scrittura di Del Grandi abbia compiuto un salto concettuale netto. Immagini, suggestioni e idee che si diramano in una varietà di stili che trovano una convergenza proprio nella personalità dell’autrice. «Non scriverò mai due canzoni simili tra loro: vengo dagli anni ’90 e i dischi con cui siamo cresciuti erano pieni di contrasti, tensioni, libertà».
Dream Life si sviluppa come un album di fotografie. Un’immagine che si legge nel comunicato stampa per segnare anche il passaggio rispetto alla pittura ad olio di Selva. Metafora azzeccata perché la fotografia, come mezzo di espressione, ti interroga sempre sul confine tra reale e immaginario, sulla dimensione dell’oggetto e sulla dimensione dell’immagine dell’oggetto. Uno scarto teorico di cui una musicista diplomata al conservatorio (in canto, come si evince dal modo estremamente raffinato con cui usa la voce) è sicuramente consapevole. Prendiamo un pezzo come Antarctica, primo singolo uscito. Tra suggestioni St. Vincent e decostruzioni Vampire Weekend, accartoccia il senso del presente nascondendone la riflessione dietro l’immagine della riflessione. È possibile fare musica “pura” e “innocente” nel 2026? Con la consapevolezza di quello che succede e che abbiamo adesso? «Forse hai ragione sul fatto che non esista più un gesto innocente. Tuttavia, nel momento in cui scrivi una canzone, dal nulla, c’è ancora un nucleo di verità. Qualcosa che somiglia all’innocenza e che va preservata».
Di fatto questo spiega perché un disco che guarda a giganti come David Byrne e Laurie Anderson (funk bianco, elettronica sussurrata, voci che dialogano con strumenti a fiato) nasca comunque dalla dimensione intima e irripetibile della voce e della chitarra. Soprattutto, c’è il timore di non farcela. A rispettare aspettative, ad essere all’altezza del proprio talento, a confermarsi. «C’è una sindrome dell’impostore molto generazionale e l’idea che non scriverai mai più qualcosa di forte come all’inizio». In effetti la tesi è diffusa, ma allora che facciamo? Un disco e poi basta? No, è una questione di maturità e cioè: «non perdere potenza, ma diventare più esigenti e sapere meglio cosa tenere e cosa lasciare andare».
Foto: Claudia Ferri/Goodfellas
Ecco, il lasciare andare. Si capisce come il lavoro che ha portato alla definizione di Dream Life, che si è svolto in Belgio, Paese adottivo di Marta Del Grandi (si è trasferita lì per studiare a 24 anni trovandone un clima florido per poter crescere e svilupparsi come artista) insieme a Bert Vliegen nei Robot Studio di Gent, sia stato molto di sottrazione, per non sfruttare le infinite possibilità del presente, ma anzi camminare sul senso di misura e farne elemento di forza. Com’è andato questo lavoro di cesello, questa “cristallizzazione” cercando una sintesi e creare quella zona artistica tra folk, art rock e avant pop che in questo momento, così, fa Marta Del Grandi e basta?
«Col tempo ho imparato a raffinare il tiro: arrangiamento, coerenza, riconoscibilità del suono» e lo dice con la consapevolezza di una musicista che si è fatta i primi dischi in casa e che «se dicessi ai produttori veri come ho fatto alcune cose si metterebbero le mani nei capelli». Mentre per Dream Life l’obiettivo era chiaro suonare “hi-fi” ed è per questo che «abbiamo co-prodotto e mixato molto, lavorando a distanza, cesellando i dettagli, cercando il punto di contatto giusto. Io e Bert ci conosciamo ormai da tempo e sappiamo come lavorare in modo molto stretto». E per quanto Marta ammetta di non riuscire ancora ad ascoltarlo, Dream Life, sa di aver lavorato su un suono che può anche superare le sue stesse aspettative.
E le canzoni? Be’, oltre a Dream Life e Antarctica ho una personale particolare predilezione per Neon Lights, che mi ricorda davvero alcune cose più estreme di Annie Clark («Lei è un genio, uno dei pochi») o Shoe Shaped Cloud che segue una progressione alla Sharon Van Etten ma senza andare nel torbido urbano, preferendo quindi il contrasto tra la dimensione onirica e asprezza del reale. Oppure Gold Mine, quasi un pezzo en passant che però rappresenta il lato più futuristico del disco.
«Non ho mai voluto un approccio esplicitamente politico alla scrittura, ma non posso fare finta che il presente vada tutto bene», mi dice quando affrontiamo l’idea che in certe canzoni emerga ansia sociale e climatica e come anche il personale sia infestato dalle immagini e i fatti che tutti i giorni vediamo sui nostri smartphone. Proprio per questo Dream Life funziona come un disco che riflette una sensazione di mancanza di controllo – in parte recuperata grazie alla musica – perché «alla fine conta quello che hai da dire e tutti i discorsi che abbiamo fatto su produzione e tecnica vanno in secondo piano: le idee devono essere forti».
Ed è qui che le canzoni funzionano, accettando questa condizione di incertezza, senza cedere né al cinismo né alla nostalgia. È musica che prova a stare nel presente senza fingere che vada tutto bene, ma anche senza indulgere nel disastro come posa estetica. Con Dream Life Marta Del Grandi riesce a costruire uno spazio musicale in cui stare e con cui si conferma tra le realtà italiane (e non solo) più interessanti di cui tenere conto in questo 2026.
