Margherita, frammenti di un discorso amoroso pop | Rolling Stone Italia
Un disco per l’estate 76

Margherita, frammenti di un discorso amoroso pop

Rifare l’universo prima che sia giorno: una celebrazione della canzone più famosa di Riccardo Cocciante, 50 anni dopo

Margherita, frammenti di un discorso amoroso pop

Riccardo Cocciante negli anni ’70

Foto: Rino Petrosino/Mondadori Portfolio via Getty Images

In Margherita c’è un uomo insonne che deve rifare l’universo prima che sia giorno. I muri non sono della tonalità giusta, la primavera deve consegnare tutti i fiori disponibili in tempo e perfino il Sole, dopo miliardi di anni di onorato servizio, è invitato a migliorare la sua performance luminosa. Per fortuna lei sta ancora dormendo. Lui ha un programma che richiederebbe almeno una seconda creazione, ma con tempi più stretti di quelli concessi al Padreterno: bisogna finire prima che lei si svegli, perché al risveglio non possa più dimenticarlo. Comincia così una delle grandi canzoni d’amore italiane, con una sproporzione quasi comica e già commovente fra la vastità dei mezzi mobilitati e la piccolezza, la nudità del bisogno: essere ricordati da una persona.

Uscita nel 1976, scritta da Riccardo Cocciante e Marco Luberti e inclusa in Concerto per Margherita, la canzone compie 50 anni senza aver risolto quella dismisura, e forse proprio per questo senza essersi consumata. È facile attribuirne la longevità alla potenza della melodia, al crescendo, alla voce che sembra dover attraversare ogni volta il corpo per riuscire a venirne fuori; più difficile riconoscere che a resistere è anche una domanda poco rassicurante: quanto mondo bisogna cambiare per essere sicuri che qualcuno ci ami? E quanto, invece, ci mettiamo a cambiare perché qualcuno ci ha fatto sentire, per la prima volta, che il mondo potrebbe essere diverso? Margherita vive nel punto esatto in cui queste due domande diventano indistinguibili.

Il primo verbo che organizza il futuro è “devo”. L’innamorato si è assunto un incarico del quale nessuno gli ha precisato le mansioni, e proprio per questo le mansioni sono infinite. Lui annuncia ciò che si propone di fare, ma lascia intravedere i suoi timori. Si può ascoltare tutta la canzone come l’espansione di questa fessura, il tentativo di riempire di azioni il tempo durante il quale non si riceve una conferma. Lei dorme, dunque per qualche ora esiste senza rispondergli; ha una vita alla quale lui non partecipa, anche se fosse distesa a pochi centimetri. Il sonno della persona amata è un’esperienza domestica della trascendenza: qualcuno è a pochi centimetri da noi, eppure nessuna vicinanza ci permette di raggiungerlo.

Un anno dopo l’uscita di Margherita, Roland Barthes avrebbe pubblicato i Frammenti di un discorso amoroso, mettendo in scena un soggetto che parla di fronte a un essere amato che non parla. Il confronto illumina la canzone trasformandola in un grande dialogo filosofico mancato: qui quasi tutto ciò che sappiamo di lei ci viene raccontato da lui. Sappiamo che cosa ama, che cosa odia, che cosa vuole; non la sentiamo mai prendere la parola. L’innamorato interpreta e traduce, e nel tradurre riempie il silenzio dell’altra persona con un discorso di straordinaria bellezza. Resta aperta la domanda su quanto quel discorso la raggiunga e quanto, invece, aiuti lui a sopportarne il silenzio.

È qui che la lingua di Luberti compie una delle sue operazioni più sottili. “Perché” cambia funzione mentre la canzone procede. All’inizio introduce uno scopo: perché la notte sia meno nera, perché il sorriso possa tornare. Vale “affinché”, tiene aperto un risultato da ottenere. Più avanti introduce una causa: facciamo questo perché lei vuole la gioia, perché ama i colori. Infine accompagna una serie di affermazioni sulla sua essenza: è buona, è bella, è vera. La stessa parola porta così dal progetto alla giustificazione, dalla giustificazione alla litania. Prima bisogna agire per far accadere qualcosa; poi basta che Margherita esista perché tutto debba accadere. L’amata è diventata la ragione del mondo.

E il mondo, una volta ricevuta quella ragione, deve adeguarsi. Il Sole e la Luna vengono chiamati direttamente in causa, con una confidenza che possiamo concederci solo nella poesia: fatti grande, riempi, splendi. È una preghiera che usa l’imperativo, ma sono comandi resi implorazione dalla loro manifesta impossibilità. L’onnipotenza immaginaria dell’amante ha le dimensioni esatte della sua impotenza reale. Chiede al Sole di splendere meglio perché non sa come far tornare un sorriso. L’accostamento vale come una differenza di scala, quasi un abbassamento irriverente e vertiginoso: dall’ordine dell’universo alla felicità di una donna, con l’universo pregato di collaborare. Quando amiamo, la bellezza già disponibile ci sembra a tratti inadeguata: una bella giornata dovrebbe essere più bella, il tempo dovrebbe concedere una deroga.

Poi, nel mezzo di tanta proattività, arriva l’invenzione più delicata: “Io le costruirò un silenzio / che nessuno ha mai sentito”. Il verbo è ancora quello di chi fabbrica, edifica, produce; l’oggetto, invece, è una sottrazione. Dopo aver commissionato una nuova illuminazione celeste, quest’uomo immagina di poterle offrire uno slot vuoto di universale. Un silenzio destinato al canto di lei. Per un istante il suo fare smisurato trova una misura amorosa: preparare le condizioni perché l’altra persona si esprima. Il paradosso del silenzio mai sentito contiene l’intero desiderio di un regalo irripetibile, ma anche una possibilità più concreta e più difficile di telecomandare una stella: riuscire a tacere abbastanza da ascoltare.

Naturalmente non dura. Subito dopo promette di parlare per ore e svegliare tutti gli amanti. La contraddizione è bellissima, perché la canzone non si preoccupa di rendere coerente il proprio protagonista: gli lascia la fretta, l’eccesso, la smemoratezza di chi ha appena avuto un’intuizione e già ne insegue un’altra. Inoltre è cambiata la persona grammaticale. Dall’“io” siamo passati al “noi”: abbracciamoci, corriamo, coloriamo, raccogliamo, saliamo. Una veglia individuale si è trasformata in una mobilitazione, che la fortuna del pezzo avrebbe reso di massa. Cocciante recluta chi ascolta; il pubblico, prima testimone, riceve un secchio di vernice. A quel punto è difficile restare neutrali, e perfino il vicinato, che avrebbe ragioni solidissime per protestare, finisce dentro una specie di afterparty.

Questa espansione è decisiva. Ci sono amori che svuotano il resto del mondo, lo riducono a sfondo. Qui il desiderio, pur avendo una destinataria assoluta, produce strade, muri, corpi, colori; investe lo spazio comune, vuole che la felicità diventi visibile anche agli estranei. L’innamorato si comporta come se la gioia privata comportasse un obbligo di scalata pubblica.

La musica rende fisicamente credibile questo allargamento. Il crescendo porta la voce verso uno sforzo che l’ascoltatore avverte nel proprio corpo; le parole più semplici, esposte al rischio della formula, acquistano peso attraverso il fiato necessario a sostenerle. Cocciante può dire che Margherita è bella e buona senza che sembri di leggere una dedica prestampata, perché nella voce sentiamo quanto gli costi dirlo. In termini semiologici, quel suono funziona anche come un indizio corporeo: oltre al significato delle parole arriva la traccia di una tensione, il segno di qualcuno che sta spendendo se stesso. È arte, naturalmente, e interpretazione; il suo effetto consiste nel farci percepire il sentimento come un avvenimento che sta accadendo, con una gola, dei polmoni, un limite. L’infinito promesso dal testo passa attraverso una quantità finita di fiato.

 

Intanto, della donna che ha provocato questo sommovimento, continuiamo a ignorare quasi tutto. Nessun colore degli occhi, nessun vestito, nessuna professione o hobby, nessun episodio che ci permetta di distinguerla fra le altre. Persino il nome, pur annunciato dal titolo, si fa attendere nel canto, mentre il pronome “lei” ha già occupato il mondo. Quando arriva, più che presentarci una persona raccoglie l’energia che si è accumulata intorno al suo sonnacchioso anonimato. Seguono qualità morali e immagini elementari: il sogno, il sale, il vento. Una creatura senza ritratto diventa il centro di una descrizione totale. È anche così che una canzone può attraversare 50 anni: lascia abbastanza spazio perché ciascuno vi riconosca qualcuno.

Ma entra una possibilità che l’entusiasmo non riesce a espellere: Margherita può far male e non lo sa. È un verso breve ma cambia musica alla festa. La persona amata conserva un potere che non coincide con le sue intenzioni; può essere buona, dolce, vera, ormai lo sappiamo a memoria, ma ferirci comunque. Dopo aver messo al lavoro l’universo, l’innamorato incontra di nuovo ciò che gli sfugge. Può dare del tu alla Luna, mandandole una mail da capoufficio passivo-aggressivo (“Prepariamo una presentazione”), ma non può stabilire che cosa proverà un’altra persona appena sveglia.

Per questo l’ultima parola, “mia”, merita di essere ascoltata con tutta la sua ambivalenza. Nel linguaggio amoroso il possessivo può esprimere intimità, appartenenza reciproca, la meraviglia di essere stati scelti; porta però con sé anche il desiderio di chiudere l’incertezza, di assicurarsi qualcuno. La canzone non ci consegna la risposta di Margherita, e il fatto che lui annunci di averla conquistata non ci permette di parlare al posto di lei. Dopo un’espansione che ha coinvolto astri e città, tutto si raccoglie in una sillaba privata. Soprattutto, nel verso precedente, c’è “adesso”: una parola temporale dentro una promessa che sembrava voler abolire il tempo. È mia adesso. Di domani, da cui era partita tutta questa agitazione, continuiamo a non sapere nulla. Qui sta la grandezza inquieta di Margherita, il motivo per cui celebrarla significa anche lasciarle le sue contraddizioni.

Cinquant’anni dopo, il mondo continua a non essere pronto. La notte è ancora troppo nera, ci sono muri che avrebbero bisogno di colore e sorrisi che vorremmo far tornare senza sapere da dove cominciare. Cocciante comincia dalle mani, dall’intollerabilità di lasciarle ferme, e arriva fin dove il respiro gli consente. Poi la canzone finisce, gli astri riprendono il loro mestiere, la città torna ai suoi rumori. Resta quel silenzio che lui voleva costruirle, l’unica opera forse possibile fra tutte quelle promesse. E una donna che deve ancora svegliarsi, aprire gli occhi, dire che cosa desidera. Tutto l’universo convocato per lei ancora in ascolto.