The Ear is the Eye of the Soul (l’orecchio è l’occhio dell’anima) spiega il cartellone posizionato all’entrata del Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Venezia, uno spazio verde monastico nascosto all’interno di un convento del XVII secolo che dalla scorsa settimana ospita il chiacchieratissimo e attesissimo Padiglione della Santa Sede per la Biennale Arte, e già dal nostro ingresso non possiamo che assistere al cambiamento di percezione sonora a cui siamo chiamati anche solo dalla location.
Il vento che soffia agitando le foglie. Gli uccellini che si inseguono cinguettando. Un fischio di un treno. Le onde della laguna che sbattono contro un piccolo attracco. E poi una signora che chiude gli scuri, il garrito di un gabbiano. Nonostante il giardino condivida un muro con la stazione di Venezia Santa Lucia, i turisti e la confusione della laguna sembrano lontanissimi. Qui regna una pace spirituale, un segreto custodito tra gli arbusti e i fiori, tra le piante medicinali e brevi filari di vigneti.
Non poteva esserci luogo migliore per la soundwalk ideata da uno dei curatori più importanti al mondo, Hans Ulrich Obrist, e Ben Vickers, con il supporto proprio di Soundwalk Collective. Una camminata sonora dedicata a Ildegarda, una delle figure di spicco nell’immaginario mistico, la cui opera, secondo le parole dei curatori, «si presenta con una rinnovata forza come un invito alla cura, all’interiorità e alla possibilità che l’arte – in connessione con la natura sensibile dell’essere – possa partecipare alla guarigione».
La camminata funziona così. Vi vengono date in dotazione delle cuffie. In silenzio, si cammina per il giardino dove 21 artisti – da alcuni dei nomi cardine della composizione come Terry Riley, Brian Eno, Laraaji, Suzanne Ciani, Meredith Monk e della musica pop e rock come Patti Smith, Fka Twigs, Jim Jarmusch, Devonté Hynes (aka Blood Orange), oltre alla nostra Caterina Barbieri – hanno preparato delle composizioni site-specific che risuonano in varie aree dello spazio. In pratica le cuffie, grazie a dei ricettori, ricevono le varie composizioni man mano che camminiamo. Si comincia con una composizione canora di ispirazione sacra di Holly Herndon e Mat Dryhurst, e dopo una ventina di passi ecco che il canto inizia a relazionarsi alle distese sonore pensate da Brian Eno, i cui suoni occupano la parte subito successiva del giardino. E così, tra una postazione e l’altra, le opere sonore degli artisti dialogano.

Foto: David Levene
L’esperienza, lasciatevelo dire, è davvero sacrale. In questa piccola meraviglia di fiori e piante rinate con la primavera, entriamo in un paradiso sonoro che ha pochi eguali. La qualità straordinariamente alta delle composizioni esalta ogni singolo centimetro della realtà, che sia quella visiva, tattile, uditiva. La natura e il suono sono in relazione, in intersezione, e noi fluttuiamo al loro interno. Non è mai chiaro dove una composizione fisicamente inizi, o finisca: tutto è suono. Cori, tastiere, droni, pianoforti, parole recitate. Ma nonostante le cuffie non c’è astrazione, anzi, siamo qui presenti, la vita nella vita. I gabbiani, i treni, i campanili, gli uccellini perforano l’isolamento acustico delle cuffie, mescolando ulteriormente il qui e l’oltre, la vita e la musica, il sacro e lo spirituale.
Alla fine del giardino, in una piccola cappella, Patti Smith recita un poema. Al fianco sinistro, sotto il violaceo albero di Giuda, Fka Twigs ci fa ascoltare insetti ronzanti, mentre a quello destro sentiamo recitare i nomi di tutte le piante medicinali e aromatiche presenti nell’orto. Sotto l’albero della vita, se ci sediamo, sprofondiamo nelle lunghe note di organo di Kali Malone. Le composizioni suonano in loop di cui non possiamo sapere la durata, non permettendoci di avere alcun controllo su cosa sentiremo e cosa, eventualmente, ci perderemo. Ma ci permettono di interagire con la produzione sonora, invitandoci a cercare le differenze stereofoniche, o i punti di intersezione tra le opere. È un gioco: perché è nel gioco che troviamo la purezza.
L’orecchio è l’occhio dell’anima, si diceva. E dopo un’ora abbondante in movimento (ma c’è chi preferisce sedersi, sdraiarsi, l’interpretazione dello spazio è libera), non possiamo che comprendere appieno questa affermazione.
Il Padiglione della Santa Sede è un omaggio all’ascolto, e quindi anche alla spiritualità, e alla vita stessa. È un momento in cui rallentare, riprendendo il ritmo a cui il nostro corpo dovrebbe stare. In ascolto, non solo dei suoni della natura o delle composizioni di questi maestri, ma anche e – soprattutto – in ascolto di noi stessi. E di tutto ciò che c’è vicino, attorno, sopra noi.















