Rolling Stone Italia

M.I.A., artista geniale o truffa?

Chi è M.I.A. 15 anni dopo il suo album capolavoro 'Kala'? Un’agitatrice politica, una musicista influente o una popstar viziata? Forse tutto questo assieme

Foto di Xavi Torrent/WireImage

Oggi si festeggiano i 15 anni di Kala, il disco che nel 2007 lancia M.I.A. come the next big thing del pop internazionale. Dopo essersi fatta un nome con Piracy Funds Terrorism, un mixtape del 2004 composto a quattro mani con il suo fidanzato, un allora sconosciuto Diplo, e aver pubblicato un promettente esordio, Arular (che prende il nome da suo padre), M.I.A. arriva a Kala (stavolta dedicato al nome della madre) con una certa attenzione nei propri confronti.

Il disco non delude, ed è subito un successo di pubblico e critica, lanciato dal fortunatissimo singolo Paper Planes (prodotto dalla stessa artista con Diplo e Switch) che, sfruttando un sample di Straight to Hell dei Clash, diventa un inno alternativo senza tempo. M.I.A. sembra sulla strada ideale per diventare la popstar alternativa che tutti si aspettava, ma – alla fine – a 15 anni di distanza possiamo davvero dire che ce l’ha fatta?

C’è un momento decisivo nella carriera di M.I.A. che cambia definitivamente la percezione del pubblico nei suoi confronti: l’affaire New York Times. Nel 2010, l’artista srilankese sta per lanciare l’attesissimo Maya (stavolta la dedica è a se stessa, al suo vero nome). Nelle ultime fasi della lavorazione dell’album viene raggiunta da Lynn Hirschberg, giornalista della testata, che la segue per qualche giorno. Da quell’incontro viene pubblicato un articolo provocatorio in cui l’artista viene definita una “agitatrice politica pop”, una contraddizione vivente tra attivismo politico e vita glamour da popstar, una che mangia patatine fritte al tartufo parlando di terrorismo. In quel momento il muro di vetro che circonda M.I.A. crolla mettendo in discussione il punto cardine della narrativa dell’artista: l’autenticità.

La storia di M.I.A., sia personale che artista, è difatti una storia politica. Maya è figlia di Arul Pragasam, un attivista politico srilankese dell’etnia Tamil fondatore dell’Eelam Revolutionary Organisation of Students e membro delle Tigri per la liberazione della patria Tamil. Da bambina è costretta a lasciare la sua patria per l’inasprirsi della guerra civile, ma anche a distanza, nei suoi brani, il temi della guerra, della migrazione e del terrorismo rimangono violentemente presenti nei suoi testi. Proprio per questa ragione, l’autenticità è il cardine su cui M.I.A. costruisce la sua carriera di popstar alternativa. Con un suono abrasivo, che mischia culture dal mondo, un’attenzione smodata al ritmo («Non sono molto intonata, ma ho il ritmo», dirà in quella sfortunata intervista) e un uso della voce orticante ma funzionale basato su un utilizzo politico dei testi, M.I.A. entra nella scena come un virus che punta a distruggere il sistema da dentro. O, ancora meglio, come un dito medio alzato in diretta tv (davanti a 167 milioni di spettatori) durante il momento più sacro della cultura americana: l’half-time show del Superbowl. M.I.A. arriva sulla scena come la terrorista tamil che vuole boicottare l’industria musicale (ma restando sotto contratto con una major), ma quando Hirschberg pone il dubbio sull’autenticità di questa immagine, il pubblico inizia a vederla come un’annoiata popstar milionaria.

E qui si rompe definitivamente qualcosa nella percezione globale di M.I.A.: l’artista è davvero una bad girl, una terrorista tamil, un’infezione incurabile del sistema o è semplicemente una popstar agiata che nasconde la propria comodità in una serie di battaglie generiche all’acqua di rosa? Questa ambiguità cambia per sempre la lente sotto cui Maya viene interpretata dal pubblico: sono le sue battaglie reali? O sono solo una messa in scena?

Nel 2016, ad anticipare il quinto album in studio della cantante, esce il singolo Borders accompagnato da un video di cui la regia è firmata dalla stessa M.I.A.; Maya nasce infatti videomaker, come raccontato nell’interessante documentario sul suo conto, M.I.A. – La cattiva ragazza della musica. Il clip è una splendida spettacolarizzazione del tema della migrazione, un lavoro in cui l’estetica e il messaggio giocano sullo stesso piano, puntando ad una provocazione bellissima, come già era successo nel 2010 per il video di Born Free, firmato dal genio di Romain Gavras, censurato da YouTube e ampiamente criticato da Hirschberg e dalla stampa americana. Le perplessità tornano a circolare: M.I.A. sta davvero lottando per la causa dei migranti o la sta utilizzando per un suo ritorno di immagine? L’incantesimo è definitivamente rotto.

Arriviamo al 2022. M.I.A. torna sulle scene con un nuovo singolo, un album in uscita e un’altra provocazione rilasciata a Zane Lowe su Apple Music 1: «Da Tamil e da Indù pensavo di sapere chi fossi. Poi ho avuto una visione di Gesù Cristo. Mi ha ribaltato il mondo. Ogni cosa che pensavo di sapere, ogni cosa in cui credevo, ora non è più la stessa. Gesù esiste, e so che questa dichiarazione farà rivoltare i miei fan, persone progressiste che odiano le persone che credono in Gesù Cristo». Al Primavera Sound la si vedrà sul palco con alle spalle una gigantesca croce cristiana illuminata. E anche qui, sui social, l’evento è stato visto quasi come un gesto ironico e parodistico; la M.I.A. di Kala è definitivamente scomparsa.

Kala rimane una pietra miliare degli anni Zero, un album influente che ha condizionato gran parte della musica contemporanea, diventando esso stesso il virus del sistema che M.I.A. ha scelto di abbandonare. Lungo la strada abbiamo perso M.I.A, (il nome Missing In Action si può ora leggere come una sinistra premonizione), è vero, ma Kala rimane un punto a cui spesso torneremo a guardare nella storia di musica come un inizio, un inizio di una grande rivoluzione sonora.

Iscriviti