Lykke Li vuole disdire l’abbonamento all’industria musicale | Rolling Stone Italia
«Una strana creatura»

Lykke Li vuole disdire l’abbonamento all’industria musicale

Poteva essere una popstar, ha deciso di dare un suono alla tristezza. Oggi vuole essere libera di non aderire ai canoni femminili vincenti. E no, ‘The Afterparty’ non è il suo ultimo album. «Quando l’ho detto ero ubriaca»

Lykke Li vuole disdire l’abbonamento all’industria musicale

Lykke Li

Foto: Chloe Le Drezen

Lykke Li era in auto a sentire le notizie alla radio quando una strana sensazione l’ha assalita. Sarà stata colpa del sole di Los Angeles, ma all’improvviso le è parso di osservare da un’astronave lontana il mondo che va a pezzi. «È l’epoca dell’AI, della guerra, del capitalismo, del cambiamento climatico. Siamo all’afterparty. Restano ancora pochi momenti di euforia prima del caos totale».

Da quel pensiero è nato il suo sesto album in studio, intitolato proprio The Afterparty. Ruota attorno a una domanda: «Come possiamo continuare ad avere speranza e a credere nell’umanità se siamo arrivati a un punto di rottura?».

Presentato come «un disco da ballare per la fine del mondo», The Afterparty è uscito quasi vent’anni dopo il debutto che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, Youth Novels, del 2008. Era poi uscito l’eccellente Wounded Rhymes nel 2011, con l’hit mondiale I Follow Rivers. L’industria voleva incasellarla nella categoria delle ragazze indie-pop, un’etichetta che trovava limitante. Li, che oggi ha 40 anni, ha continuato a plasmare la propria identità nei tre album successivi: ha conquistato la critica col devastante I Never Learn, ha diviso i fan soprattutto nei thread di Reddit con le influenze trap di So Sad So Sexy ed è tornata a collaborare col produttore di lunga data Björn Yttling per il più intimo Eyeye.

Collegata su Zoom dalla cucina di casa a Los Angeles, Lykke Li indossa grandi occhiali da sole neri e una felpa col cappuccio tirato in testa. Si è concessa, dice, il permesso di immaginarsi come una di quelle rockstar inglesi che scopano in giro. Ma ci arriveremo. «Questo album, come anche il mondo e la persona che sono, è pieno di contrasti e contraddizioni. Ci sono sempre due forze che spingono in direzioni opposte e questa tensione è interessante. In fondo è così che siamo fatti, no? Diciamo una cosa, ma sotto c’è sempre un altro significato».

È una dualità che attraversa tutti i 24 minuti e le nove tracce del disco, scritto in gran parte dalla cantante a Los Angeles e registrato a Stoccolma. Prodotto con Yttling, è suonato con un’orchestra d’archi di 17 elementi che accompagna testi sospesi tra estasi e paura, da Lucky Again in cui canta “Aspetto e aspetto, non manca molto prima che cada a faccia in giù” fino a So Happy I Could Die, dove si chiede “quanto può durare?”.

«Il mio sogno è di riuscire a decifrare il codice. E se riuscissi a descrivere con parole e musica cosa significa essere vivi? Sono ossessionata dalla scrittura delle canzoni. Mi piace quando qualcosa mi sconvolge, quando c’è qualcosa di misterioso».

Lykke Li - Happy Now (Official Lyric Video)

Durante le session di The Afterparty la sua vita privata (è madre di due figli) è stata «l’esatto opposto della libertà». «Già solo il fatto fisico del parto è un film horror. È brutale. Così ho deciso di entrare in studio e concedermi permesso di essere rock’n’roll, di diventare, almeno nella mia testa, una fuckboy British rock star». È un bel cambiamento rispetto ai tempi di Youth Novels, ma con gli anni ha imparato a sentirsi sempre più a suo agio con se stessa. «Più vivi e più capisci e conosci te stessa. Oggi sono una strana creatura, molto androgina, e mi va benissimo così».

Arrivare a questo livello di accettazione non è stato semplice. «In quanto donna senti il dovere di essere bella, di essere degna. C’è sempre un ruolo che ci si aspetta che interpreti, solo che quando sei giovane mica te ne rendi conto». Gli uomini, aggiunge, non devono fare i conti con le stesse aspettative in fatto di creatività: «I ragazzi possono semplicemente mettersi un cappellino da camionista e prendere una chitarra». Per questo oggi si domanda: «Esiste un modo per spogliarsi di tutto ciò che è fisico ed essere semplicemente un’artista?».

Per il prossimo progetto vuole spingersi ancora oltre: «Nel mio prossimo album vorrei andare ancora più in là. Magari impormi di lavorare usando soltanto sei tracce». Le faccio notare che tempo fa ha detto che The Afterparty sarebbe stato il suo ultimo disco. «L’ho detto al release party perché ero ubriaca e nervosa», dice ridendo. «Per me fare un album è come attraversare l’inferno». Poi si interrompe e chiede: «Hai visto Burden of Dreams, il documentario su Werner Herzog?».

Me lo racconta. Il film segue la tormentata realizzazione del kolossal del 1982 Fitzcarraldo e mostra, tra le altre cose, Herzog che tenta di portare una nave a vapore da 320 tonnellate su per una collina. «C’è così tanta sofferenza nel cercare di dare forma alla propria visione. E anche quando finalmente prende vita, è completamente diversa da come l’avevi immaginata. Il semplice fatto di portare a termine qualcosa e vederla esistere nel mondo è un processo spietato».

Ripensando a quando ha detto che The Afterparty sarebbe stato il suo ultimo album aggiunge che «l’ho detto perché è così che lavoro: metto tutte le fiches sul tavolo. Penso: forse questa volta riuscirò finalmente a fare le cose per bene e potrò tornare a essere una persona normale». Sorride. «Ma non credo di esserne capace. Davvero, non riesco a immaginarmi fare un altro mestiere».

Lykke Li - I Follow Rivers / dancing to Rhythm of the Night at Coachella weekend 2 - April 17, 2026

Pur essendo convinta che continuerà a fare musica per sempre, le piace l’idea di poter «disdire l’abbonamento alle regole, ai limiti e ai valori imposti» dall’industria e di avere la libertà di scegliere ogni volta il proprio personaggio. Ricorda il finale del suo ultimo concerto al Coachella, quando ha acceso una sigaretta sul palco e ha ballato sulle note di The Rhythm of the Night dei Corona. Una videocamera l’ha seguita dietro le quinte mentre continuava a muoversi in uno stato di pura euforia.

Era un riferimento a Beau Travail di Claire Denis. Nel film, ispirato a un romanzo di Herman Melville Billy Budd e incentrato sulla decostruzione della mascolinità, Denis Lavant interpreta un sergente che, nel finale, si abbandona in uno stato di liberazione e delirio ballando da solo su quella canzone.

In fondo, Lykke Li insegue la libertà e l’espressione creativa. «Di quante maschere posso ancora liberarmi?», si chiede ad alta voce. «Che cosa appartiene davvero a me e che cosa invece mi è stato imposto dalla società? Questo è il mio sogno. Alla fine è solo lavoro, non ha nulla a che fare con me. Voglio essere un tramite. Tutti noi vogliamo solo essere liberi, no? È questo che desideriamo: essere liberi».

Da Rolling Stone US.