L’ultimo concerto dei Beatles e il tour che li ha quasi uccisi | Rolling Stone Italia
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L’ultimo concerto dei Beatles e il tour che li ha quasi uccisi

Minacce di morte, caos, impianti inadeguati, fan urlanti. È l’estate 1966 e i Fab Four ne hanno abbastanza. Questo è il racconto della loro ultima sera sul palco, il 29 agosto di 60 anni fa al Candlestick Park di San Francisco

I Beatles sul palco per l'ultima volta il 29 agosto 1966

I Beatles sul palco per l’ultima volta il 29 agosto 1966

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Il tour del 1966 stava uccidendo i Beatles. Non letteralmente, ma le cose sembravano peggiorare di giorno in giorno. Il viaggio in Asia nel luglio di quell’anno si era concluso con un episodio terrificante nelle Filippine, quando uno sgarbo involontario alla famiglia del dittatore aveva scatenato il Paese contro i quattro. La scorta della polizia era stata improvvisamente ritirata e i Beatles si erano ritrovati da soli a difendersi da una folla di nazionalisti inferociti, che li aveva accompgnati in modo brutale fino all’aeroporto. Avevano avuto il permesso di lasciare il Paese solo dopo essere stati privati degli incassi.

Dopo quell’esperienza traumatica nessuno aveva particolare voglia di rimettersi in viaggio per il tour americano previsto il mese dopo. «Avremo un paio di settimane per riprenderci prima di partire e farci picchiare dagli americani», scherzava George Harrison con una certo malcontento. Quella battuta improvvisata si era trasformata in una realtà spaventosa quando una dichiarazione considerata blasfema di John Lennon aveva scatenato una bufera tra i fanatici religiosi armati di Bibbia nell’America sudista. Avevano dato alle fiamme i dischi dei Beatles, boicottato le canzoni e scatenato una valanga di minacce di morte. I fori di proiettile comparsi sulla fusoliera dell’aereo della band avevano fugato ogni dubbio: erano davvero in pericolo.

John Lennon in conferenza stampa all’aeroporto di Londra dopo il ritorno dei Beatles da Manila l’8 luglio 1966. Foto: George Stroud/Express/Getty Images

Non era solo una questione di incolumità fisica. I Beatles stavano morendo come musicisti. Avevano vissuto per suonare per il pubblico, ma la fama aveva tolto a quell’esperienza tutto ciò che la rendeva divertente e appagante. Le arene sportive erano troppo grandi e le urla del pubblico troppo forti per gli amplificatori Vox da 100 watt. Il rock negli stadi era ancora agli albori e persino apparecchiature basilari come i monitor da palco dovevano ancora essere inventate. Non riuscendo a sentirsi mentre suonavano, stavano progressivamente perdendo smalto come musicisti.

«Nel 1966 andare in tour stava diventando piuttosto noioso», ricorda Ringo Starr nel documentario The Beatles Anthology. «Per me stavamo arrivando alla fine. Ai concerti non ascoltava nessuno. All’inizio andava bene, ma ormai suonavamo male». Seduto dietro alla batteria, per capire a che punto fossero della canzone era ormai costretto a seguire i tre sederi che si agitavano davanti a lui.

Se non altro il pubblico non riusciva a sentire quanto fossero diventati approssimativi e probabilmente non gli sarebbe importato granché. «Il sound ai nostri concerti era sempre pessimo. Sul palco scherzavamo tra noi solo per divertirci», ricorda Harrison in Anthology. Lennon si divertiva particolarmente a modificare i testi delle canzoni con allusioni vagamente oscene (“I Wanna Hold Your Gland”), sapendo benissimo che nessuno avrebbe capito cosa stava dicendo. «Era una specie di fenomeno da baraccone», ha detto poi. «Lo spettacolo erano i Beatles, la musica non c’entrava niente».

Anche il tedio derivante dal fatto di suonare ogni giorno la stessa dozzina di pezzi aveva cominciato a pesare su un gruppo notoriamente incline ad annoiarsi in fretta. A peggiorare le cose, molte di quelle canzoni erano di relativamente vecchie. Gran parte del materiale più recente era stato inciso con musicisti aggiuntivi e tecniche di studio innovative, e con i limiti tecnici dei concerti dell’epoca quelle canzoni erano non potevano essere riprodotte facilmente dal vivo. Di fatto, i Beatles non hanno mai suonato in concerto neppure una pezzo del loro ultimo album, Revolver, uscito pochi giorni prima dell’inizio del tour.

Loro non riuscivano a sentire niente, il pubblico nemmeno. Non stavano migliorando come musicisti, non stavano promuovendo la nuova musica e non si stavano divertendo. Di certo non avevano bisogno di soldi. Perché allora continuare? Era la domanda che si facevano tutti durante il tour americano del 1966, una tournée maledetta segnata da una serie ininterrotta di disastri. Il Ku Klux Klan, ancora furioso per la frase di Lennon sui Beatles «più grandi di Gesù», aveva organizzato picchetti davanti ad alcuni concerti, mentre altri spettacoli si erano svolti in concomitanza con rivolte razziali nelle vicinanze. Durante il concerto di Memphis era esploso un petardo e per qualche istante la band aveva creduto che qualcuno avesse messo in pratica le minacce di morte.

Una pioggia di proporzioni bibliche a un concerto all’aperto a Cincinnati aveva messo il gruppo davanti a due possibilità tutt’altro che allettanti: cancellare lo show, rischiando così di provocare una rivolta dei 35mila fan, oppure suonare come previsto e correre il rischio molto concreto di rimanere folgorati. «Faceva davvero paura», ha raccontato Nat Weiss, avvocato della band, a Philip Norman. «La folla continuava a gridare: “Vogliamo i Beatles!”, Paul era talmente scosso all’idea di uscire là fuori che si è sentito male. La tensione era altissima. Ha vomitato nel camerino». Dopo che il roadie Mal Evans ha preso una scossa abbastanza violenta da scaraventarlo dall’altra parte del palco, il concerto è stato rinviato al giorno successivo. «L’unico concerto che abbiamo mai saltato», diceva con orgoglio Harrison.

Dopo aver recuperato il concerto quel pomeriggio, i Beatles erano volati a St. Louis, dove li aspettava un’altra catastrofe sotto la pioggia. Il riparo di fortuna costruito in fretta e furia all’interno del Busch Stadium serviva a ben poco contro le intemperie. «Avevano messo dei pezzi di lamiera ondulata sopra il palco, quindi ancora prima di cominciare ci sembrava già il peggior concertino che avessimo mai fatto», ha ricordato Paul McCartney. «Dovevamo preoccuparci perché la pioggia poteva entrare negli amplificatori e questo ci riportava direttamente ai tempi del Cavern. Era persino peggio di allora».

Barry Tashian dei Remains, uno dei gruppi di supporto del tour, conserva un ricordo particolarmente vivido di quell’allestimento di fortuna: «Il nostro roadie Ed Freeman era appostato vicino al collegamento elettrico principale per seguire l’esibizione e staccare la corrente al palco se qualcuno avesse mostrato segni di una scossa elettrica», ha scritto nelle sue memorie. «Volavano scintille dappertutto. Ricordo che ogni volta che Paul urtava il microfono, praticamente a ogni battuta, partivano scintille». E sarebbe andata ancora peggio.

Il pubblico dei Beatles durante il concerto a New York il 22 agosto 1966. Foto: Santi Visalli/Getty Images

Durante l’esibizione al Dodger Stadium di Los Angeles, alcuni fan avevano invaso il campo, provocando un brutto scontro con la polizia armata di manganelli. Venticinque persone erano state arrestate e decine erano rimaste ferite. Alle autorità erano servite due ore per ristabilire una parvenza d’ordine e, nel frattempo, la band era rimasta bloccata in camerino. «L’auto che speravamo di usare per la fuga era stata gravemente danneggiata ed era inutilizzabile», ha scritto Tony Barrow, addetto stampa dei Beatles, nel libro John, Paul, George, Ringo & Me. «Tutti e quattro erano sull’orlo della disperazione e stavamo discutendo della possibilità di restare chiusi nello stadio per tutta la notte. Ringo ha rotto il silenzio che era calato dicendo con un filo di voce: “Posso andare a casa dalla mamma, per favore? Posso?”».

Tre tentativi di far uscire le superstar dallo stadio usando limousine come diversivo e persino ambulanze erano falliti, prima che riuscissero finalmente a infilarli in un mezzo blindato simile a un carro armato. Per McCartney, da sempre il più entusiasta delle esibizioni dal vivo, era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. «Siamo saliti su un enorme furgone vuoto rivestito d’acciaio, una specie di camion per traslochi. Dentro non c’erano mobili, non c’era niente. Sballonzolavamo da una parte all’altra cercando qualcosa a cui aggrapparci e in quel momento ci siamo detti: “Basta con questa cazzo di vita in tour, ne abbiamo fin sopra i capelli”».

Per fortuna mancava un solo concerto. Il giorno successivo, 29 agosto 1966, avrebbero suonato al Candlestick Park di San Francisco. McCartney voleva soltanto arrivare alla fine. «Non era più divertente. Ed era questo il punto fondamentale: avevamo sempre cercato di fare in modo che fosse divertente anche per noi. Ci devi riuscire e noi eravamo stati piuttosto bravi. Ma ormai persino l’America cominciava a venirci a noia per le condizioni del tour e perché ci eravamo stati  tante volte. Quindi, arrivati al Candlestick Park, era una cosa tipo: “Non ditelo a nessuno, ma probabilmente questo sarà il nostro ultimo concerto”».

Il charter dei Beatles era atterrato al San Francisco International Airport alle 17:30. Al posto della solita scena di fan urlanti, ad aspettarli c’erano  una scorta della polizia e alcuni membri tutt’altro che entusiasti della stampa locale. «Tra i ragazzi si respirava l’attesa per l’ultimo concerto», ha raccontato Tashian. «Sembravano visibilmente sollevati sapendo che presto sarebbero tornati a casa».

Un autobus aveva portato il gruppo allo stadio, casa dei San Francisco Giants. Peccato che, una volta arrivati, avessero trovato i cancelli sbarrati. «Sul bus ridevamo tutti come matti», ricorda Tashian. «L’autista si è diretto verso il punto più esterno del parcheggio e ha cominciato a girare intorno allo stadio sempre più velocemente per seminare i fan. A un certo punto, nel tentativo di sfuggire alla carovana sempre più numerosa di gente che ci seguiva, è uscito dal parcheggio e si è messo a girare per il quartiere vicino allo stadio. Ci siamo ritrovati a vagare per le strade residenziali, rischiando quasi di perderci».

Una volta entrati nello stadio, i Beatles sono scesi negli spogliatoi trasformati in camerini. «C’erano una tovaglia bianca, qualcosa da mangiare, un po’ di birra e qualche bibita», racconta il fotografo Jim Marshall. Il dj della radio locale KYA, “Emperor” Gene Nelson, presentava la serata. Ricorda un’atmosfera conviviale. «Nel camerino regnava il caos. C’era un sacco di gente. I giornalisti cercavano di procurarsi dei pass per i figli e c’era anche Joan Baez. Praticamente qualunque celebrità locale si trovasse in città era lì dentro. Era una festa».

I giornalisti che riuscivano a farsi strada fino all’interno avevano la possibilità di scambiare qualche parola coi membri della band. Uno di loro aveva chiesto a Lennon se prendesse in prestito idee dai compositori barocchi. «Non so cosa sia il barocco. Non saprei distinguere Händel da Gretel».

La serata era iniziata alle 20, con il pubblico che si era alzato in piedi mentre una band locale suonava l’inno nazionale. Molti spettatori sventolavano volantini promozionali con la scritta “The Monkees Are Here”, distribuiti a migliaia dalla NBC per pubblicizzare la nuova serie su una band di ragazzi con i capelli a caschetto, che avrebbe debuttato il 12 settembre.

Caso piuttosto insolito, nello stadio da 42.500 posti erano stati venduti soltanto 25.000 biglietti, a prezzi compresi tra 4,50 e 6,50 dollari. I fedelissimi arrivati in anticipo avevano portato cartelli fatti a mano dedicati ai loro idoli. Un Beatlemaniaco particolarmente irriverente ne aveva appeso uno con scritto: “Lennon Saves”.

Fare da gruppo spalla a un concerto dei Beatles nel 1966 era probabilmente uno dei compiti più ingrati che potessero capitare. Le band di supporto avevano fatto il possibile per farsi sentire nonostante le violente raffiche di vento provenienti dalla baia di San Francisco che sollevavano piccole tempeste di polvere sul campo. «Non era esattamente la serata in cui ti sarebbe venuta voglia di andare a un concerto all’aperto», ha ricordato Barrow. Emperor Nelson era d’accordo: «Come sa qualunque tifoso dei Giants, ad agosto di sera il Candlestick Park era freddo, nebbioso e ventoso».

I Remains erano stati i primi a salire sul palco. «Un vento fortissimo proveniente dal mare soffiava in tutte le direzioni», ha scritto Tashian. «Il pubblico era a circa 60 metri di distanza, molto più lontano del solito. Ci faceva sentire del tutto isolati dal pubblico». Secondo Marshall, lo scenario non avrebbe potuto essere più lontano dalle produzioni spettacolari di oggi, tra effetti pirotecnici e maxischermi: «L’impianto audio era piuttosto rudimentale e per l’illuminazione c’erano soltanto le luci dello stadio».

Terminato il loro set, i Remains erano rimasti sul campo per accompagnare Bobby Hebb, che aveva cantato la sua recente hit Sunny nel freddo pungente e nella nebbia. Poi era toccato ai Cyrkle, band rappresentata dallo stesso manager dei Beatles, Brian Epstein. In quel momento erano ai vertici delle classifiche con Red Rubber Ball, brano scritto in parte da Paul Simon. Infine erano arrivate le Ronettes, amiche dei Beatles fin da prima del loro primo viaggio negli Stati Uniti. Non avevano una hit nella Top 20 da tre anni, ma le due band andavano molto d’accordo e i Beatles le avevano volute con loro. Alla cantante Veronica Bennett, però, era stato impedito di partecipare al tour dal fidanzato sempre più geloso Phil Spector, in seguito anche produttore dei Beatles, convinto che lei potesse riallacciare la relazione ormai finita con Lennon. Al suo posto aveva partecipato la cugina Elaine Mayes.

Nel camerino i Beatles avevano continuato a godersi l’atmosfera di festa prima dello spettacolo, ma Tony Barrow aveva percepito qualcosa di diverso mentre si cambiavano, indossando completi edoardiani verde scuro e camicie di seta a fiori. Aveva trascorso molti anni nella cerchia più stretta del gruppo – era stato proprio lui, tra l’altro, a coniare il soprannome Fab Four – ma non aveva mai avvertito una sensazione del genere. «C’era un po’ quell’atmosfera da ultimo giorno di scuola», ha raccontato anni dopo. «E tra tutti noi che stavamo intorno ai Beatles c’era anche la sensazione che quello potesse davvero essere il loro ultimo concerto».

I suoi sospetti avevano trovato conferma quando McCartney gli si era avvicinato poco prima dell’inizio dello show: «Ricordo che Paul, con molta nonchalance, proprio all’ultimo momento mi ha detto: “Hai con te il registratore a cassette?”. Io ho risposto: “Sì, certo”. E Paul: “Registralo, vuoi? Registra il concerto”». Non era mai successo prima.

Alle 21:27, terminata l’esibizione delle Ronettes, quattro minuscole figure erano sbucate dalla panchina dei Giants e avevano attraversato di corsa il diamante del campo da baseball. Ad accoglierle si era alzata un’ondata di urla che Joan Baez, presente quella sera, ha descritto come il rumore di un temporale. Intorno ai Beatles c’erano 200 poliziotti e, dietro il palco, un blindato della Loomis col motore acceso nel caso fosse stato necessario scappare in fretta. Oltre a chitarre e bacchette, i quattro avevano portato con sé delle macchine fotografiche e scattavano immagini delle tribune per conservare un ricordo di quella sera. Il palco rialzato era stato costruito sul limite del campo interno, sopra la seconda base. Come ulteriore misura di sicurezza, il perimetro era circondato da una recinzione metallica. In modo piuttosto appropriato, i Beatles avrebbero quindi suonato letteralmente dentro una gabbia il loro set di 11 canzoni e 33 minuti.

Mentre collegavano le chitarre agli amplificatori e davano una rapida accordata agli strumenti, Barrow si era sistemato vicino al palco tenendo in alto il registratore. «Non pensavo certo di avere grandi possibilità di ottenere una registrazione eccezionale del concerto, ma c’era una cosa che giocava a mio favore: in quello stadio la distanza tra il palco e le tribune era enorme. Per questo pensavo che sarei forse riuscito a registrare il suono proveniente dal palco senza catturare troppo le urla e gli strilli incessanti dei fan sugli spalti».

Un rapido saluto urlato al pubblico e la band era partita con una versione abbreviata di Rock’n’Roll Music di Chuck Berry, presenza fissa nei loro concerti fin dai tempi – o meglio, dalle notti – in cui  a inizio carriera suonavano nei locali della Reeperbahn, il quartiere a luci rosse di Amburgo. Non avevano più l’energia di allora, non avrebbero potuto avere ancora quella stessa fame, ma avevano affrontato quel vecchio cavallo di battaglia con una grinta che era mancata per gran parte del tour. Per quell’ultima volta avevano deciso di mettercela tutta.

Senza fermarsi erano passati alla funky She’s a Woman, dando a McCartney la possibilità di sfoderare una delle sue migliori interpretazioni da urlatore soul, prima di concedersi una pausa per uno dei suoi saluti al pubblico, interessanti proprio per la loro esitazione: «Ciao, buonasera. Vorremmo continuare con una canzone che, non sorprendentemente, è, ehm… scritta da George. Era sul nostro LP Rubber Soul. E la canzone si chiama If I Needed, ehm, Someone!».

Oltre a combattere contro il vento, la band doveva riuscire a farsi sentire sopra il suo nemico di sempre: le urla. Era come trovarsi su una pista d’aeroporto affollata, con jet che decollavano da ogni parte. Insieme alle pistole, alle guardie di sicurezza erano stati dati anche dei batuffoli di cotone da infilarsi nelle orecchie per cercare di evitare il mal di testa. Una spettatrice, Ellie Segal, aveva visto due adulti, visibilmente irritati, chiedere a un’adolescente che strillava se non preferisse stare zitta e ascoltare davvero la musica. Lei li aveva guardati con disprezzo e aveva risposto: «Se avessi voluto sentirli, avrei comprato il loro disco». Un altro fan ricordava invece alcuni giornalisti che chiedevano a una ragazzina perché stesse piangendo: «Perché amo Paul e non posso dirglielo».

La frenesia era aumentata man mano che il concerto andava avanti. Cinque persone avevano cercato di raggiungere il palco durante Baby’s in Black e altri fan le avevano seguite durante Nowhere Man. Altri ancora erano riusciti a entrare nello stadio scavalcando l’altissima recinzione del campo centrale. Visibilmente infastiditi, i Beatles tenevano d’occhio il blindato, per ogni evenienza.

Per presentare uno dei brani, McCartney aveva fatto una battuta scherzosa e decisamente non politicamente corretta su Brian Epstein: «Ora vorremmo fare il prossimo pezzo, che è una richiesta speciale di tutti i backroom boys di questo tour… I Wanna Be Your Man!» (backroom boy era un’espressione gergale per indicare un gay ed Epstein lo era, nda). Probabilmente la band non sapeva che in quel momento il suo manager si trovava ancora a Los Angeles alle prese con una grave crisi personale: un ex amante gli aveva rubato la valigetta, che conteneva pillole dalla dubbia legalità, esplicite lettere d’amore omosessuali, Polaroid piccanti dei suoi giovani amici e più di 20mila dollari in contanti sottratti dagli incassi dei concerti per essere distribuiti alla band come bonus. Se anche uno solo di questi elementi fosse finito sui giornali, sarebbe stato più che sufficiente a distruggerne la reputazione. Così, con un rimpianto che si sarebbe portato dietro a lungo, l’uomo che cinque anni prima aveva scoperto i Beatles in un umido scantinato di Liverpool si era perso quello che sapeva sarebbe stato il loro ultimo concerto.

Anche i Beatles sapevano che sarebbe stata l’ultima volta e avevano deciso di immortalare l’occasione con una sorta di foto di fine anno: «Abbiamo appoggiato le macchine fotografiche sugli amplificatori e impostato l’autoscatto», ha raccontato Harrison. «Ci siamo fermati tra una canzone e l’altra, Ringo è sceso dalla batteria e ci siamo messi davanti agli amplificatori, dando le spalle al pubblico, per scattare delle foto. Lo sapevamo: “È finita, non lo faremo più. Questo è l’ultimo concerto”. Era una decisione presa da tutti».

Mentre le ultime note di Paperback Writer superavano il pubblico e si disperdevano sulla baia, McCartney aveva pronunciato il suo ultimo annuncio dal palco con il borbottio meccanico di chi ha appena dato le dimissioni. Non si era nemmeno preoccupato di dire il titolo della canzone. «Vorremmo chiedervi di partecipare e, ehm, battere le mani, cantare, parlare, fare qualsiasi cosa. Comunque, la canzone è… buonanotte».

Nessuno stava ascoltando, così l’ultimo pezzo lo avevano suonato per loro stessi. Era una canzone che li aveva accompagnati dai circoli frequentati quando erano adolescenti fino agli stadi: Long Tall Sally di Little Richard. Era uno dei loro pezzi forti ed era rimasto quasi ininterrottamente nella scaletta per tutta la loro carriera. Era stato il brano d’apertura quando avevano suonato alla Litherland Town Hall nel dicembre 1960, concerto poi passato alla storia come uno dei momenti da cui era nata la Beatlemania. Quasi sei anni dopo, Long Tall Sally ha chiuso il cerchio della loro vita in tour.

Non si erano risparmiati. Non ne avevano motivo. McCartney aveva attaccato la canzone con un urlo quasi sovrumano, in un registro acuto che normalmente riservava alle strofe successive. Quella sera era partito subito al massimo, e da lì poteva soltanto salire ancora. Nella sua voce si potevano sentire le tracce del ragazzino rimasto folgorato dal suono di quello sfrenato pianista di Macon, Georgia. Si sentivano le lunghe notti di Amburgo. Si sentiva la stanchezza accumulata in anni passati sulla strada. Probabilmente era stata un’esibizione da ricordare per sempre.

Non potremo mai esserne certi, perché il nastro di Barrow si era interrotto. Nel 1966 le cassette contenevano 30 minuti di registrazione per lato e lui non era riuscito a girarla in tempo per registrare la fine. Per i fan dei Beatles è una piccola tragedia che l’ultima canzone suonata dal vivo non sia stata conservata per intero, ma c’è qualcosa di stranamente poetico: come uno stacco cinematografico che ci risparmia la caduta finale dell’eroe. Meglio ricordarli mentre stanno ancora suonando.

The Beatles - Live At Candlestick Park (1966)

La canzone era terminata, erano liberi, era finita. Ma la conclusione della loro vita in tour non aveva portato l’euforia incontenibile che si aspettavano. Anzi, era stata innegabilmente triste. Suonare per la gente era qualcosa che i Beatles amavano. Era ciò che li aveva fatti incontrare tanti anni prima. Molto prima di diventare pionieri dello studio di registrazione, esibirsi dal vivo era stata la gioia più grande della band. E adesso non c’era più, portata via dalla loro stessa fama.

Lennon, che più di tutti aveva insistito perché la smettessero con la follia dei tour, si era fermato per un momento sul palco a osservare la scena. Chi era presente quella sera sostiene di averlo sentito accennare il delicato riff di chitarra di In My Life, la ballata introspettiva su tutto ciò che aveva vissuto e amato nella sua vita, ancora incredibilmente giovane. Poi quel momento era passato e Lennon era salito sul blindato diretto all’aeroporto, da dove la band sarebbe tornata a Los Angeles. Quel giorno erano rimasti a San Francisco per un totale di appena cinque ore.

«Bene, è finita. Non sono più un Beatle!», avevano sentito esclamare allegramente George Harrison mentre si lasciava cadere sul sedile dell’aereo e si concedeva un meritatissimo drink. «Non pensavo davvero al futuro», ha ricordato trent’anni dopo parlando del suo stato d’animo di allora. «Pensavo soltanto: “Sarà un tale sollievo non dover più vivere questa follia”».

McCartney vedeva le cose in maniera un po’ più ottimistica. Parlando con Judy Sims, giornalista di Teen Set, aveva spiegato come immaginava il futuro della band: «In realtà non siamo granché come performer. Siamo più bravi in studio, dove possiamo controllare le cose e lavorarci finché non vengono come devono venire. Quando suoni dal vivo possono andare storte tantissime cose e non puoi tornare indietro e rifarle nel modo giusto». Per realizzare il disco successivo, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band del 1967, sarebbero serviti cinque mesi. Non avevano mai dedicato così tanto tempo a un progetto, ma avevano fatto le cose per bene.

Mentre l’aereo dei Beatles saliva nel cielo notturno, McCartney aveva fatto capolino da dietro il sedile di Tony Barrow. «Sei riuscito a registrare qualcosa?», gli aveva chiesto. Barrow gli aveva consegnato la cassetta. «Ho registrato tutto, ma il nastro è finito a metà di Long Tall Sally». Il Cute One non sembrava affatto preoccupato. «Paul era chiaramente felicissimo di avere un ricordo unico di quella che si sarebbe rivelata una serata storica», ha raccontato Barrow.

«Tornato a Londra, tenevo la cassetta del concerto sotto chiave in un cassetto della scrivania del mio ufficio. Ne ho fatto una sola copia per la mia collezione personale e ho dato l’originale a Paul affinché lo conservasse. Anni dopo, la mia registrazione del Candlestick Park è ricomparsa in pubblico sotto forma di bootleg. Se sentite una versione pirata dell’ultimo concerto che si interrompe durante Long Tall Sally, allora deve provenire dalla copia di Paul o dalla mia, ma non siamo mai riusciti a scoprire chi sia stato il ladro».

Barrow è morto nel maggio 2016, appena pochi mesi prima del cinquantesimo anniversario del concerto al Candlestick Park. Grazie al suo lavoro, oggi tutti possono ascoltare questo spettacolo storico. È garantito che vi strapperà un sorriso, e vale decisamente il prezzo del biglietto.

Da Rolling Stone US.