In questo posto, lo Studio Barigozzi, hanno inciso decine di grandi jazzisti di passaggio da Milano. Negli anni ’70 tra un concerto e l’altro gente come Dizzy Gillespie, Sun Ra e Max Roach veniva portata in questa sala fondata dal musicista e fonico Giancarlo Barigozzi. È un piccolo studio di registrazione di quelli dall’atmosfera calda, vecchia scuola. Lucio Corsi e il compagno di scorribande Tommaso Ottomano l’hanno rilevato a maggio. La prima canzone che Corsi ha scritto e inciso qui è Napoleone Buonanotte, il singolo che uscirà venerdì e che apre la strada al nuovo album. Nello Studio Barigozzi riceve gruppetti di giornalisti per parlarne. «Qui posso registrare a qualsiasi ora, senza limiti. È un miracolo che sia stato tenuto com’era, è un miracolo che non l’abbiano trasformato in un appartamento». È verissimo in questa parte di Milano dove i negozi vengono trasformati in convenientissimi appartamentini venduti a prezzi quasi newyorchesi.
Corsi spiega che Napoleone Buonanotte è una «canzone d’amore per la solitudine», un pezzo napoleonico su una sconfitta amorosa, una Waterlove (LOL) che ha per protagonista uno che somiglia tanto, ma proprio tanto al cantante. “Io non ci torno in paese a difendere i campi dai corvi”, dice il protagonista e fa venire in mente la Maremma da cui viene Corsi, ma anche “Mi è presa voglia di tornare in paese a schiacciare i pinoli coi sassi”. Dentro c’è la figura dello sconfitto provinciale per costituzione, «un perdente con la vittoria in tasca, una figura bella e romantica, comune e umana, siamo tutti un po’ così. Sono storie piccolissime però raccontate in modo epico. E anche in altre canzoni del nuovo disco ci saranno personaggi del genere». E comunque, dice Corsi, «io dell’amore non ci ho capito assolutamente niente». È complicato. «Sento una mancanza quando devo usare del tempo non per la musica, è anche un problema, ma mi spiace troppo avere questo problema. Diciamo che questa è una canzone d’amore per restarsene da soli. Bisogna saperci fare i conti con la solitudine, saperci stare insieme, come il silenzio, come il non farsi vedere per forza».
Effettivamente negli ultimi mesi Corsi non si è fatto granché vedere. Sta lavorando a un album che conterrà Napoleone Buonanotte e che non uscirà a breve, deve ancora finire di scriverlo, se ne parla nel 2027, chissà quando di preciso. Il disco conterrà anche Figurati un po’, un romanzetto di formazione di cinque minuti e mezzo dalla musica vagamente dylaniana con protagonista Charlie (o Charly) e co-protagonisti la nonna americana, il Secco, il Re Quattrocchi, l’amata Wendy. È proprio lo stile di Corsi, sì. L’ha presentato una settimana fa in un bar della zona con le foto di Raimondo Vianello alle pareti. Per una sera il Bar Doria è diventato il Baldoria, Corsi col cappello da Napoleone, la gente stipata dentro e accalcata fuori dalle vetrine per vedere e sentire qualcosa, i musicisti appiccicati a suonare a tutto volume, fischi nelle orecchie per mezza giornata. «Ne voglio fare di più di queste prove aperte, perché ogni palco ha pari dignità, per rodare la band, per stare vicino alla gente».
Nei tre concerti nei palazzetti che farà tra novembre e dicembre a Firenze, Roma e Milano proporrà qualche inedito, come si faceva in tempi meno paranoici e irregimentati di questi, per «testarli e accorgersi di tante cose, come reagisce il pubblico, dove limarli, dove inserirli in un’eventuale futura scaletta».

La “prova aperta” al Bar Doria di Milano. Foto: Arianna Carotta
Un passo indietro. Il concerto all’Ippodromo di San Siro, nel settembre del 2025, ha chiuso una fase di inaspettata, incredibile popolarità per Corsi: il secondo posto a Sanremo, mezza nazione che canticchiava Volevo essere un duro, Topo Gigio in tv e sulle magliette, l’Eurovision, la band allargata con fiati e coriste manco fossimo in America negli anni ’70 (è la stessa formazione che vedremo nei palasport). Due domande: e poi, domani? Come si fa a non tradirsi senza annoiare o senza venire dimenticati? «Voglio prendermi il tempo che mi pare per fare le cose fatte bene», dice lui. Che vuol dire: questi tre show sono sia una coda della fiammata di popolarità post sanremese, sia una anticipazione di quel che verrà. In ogni caso non c’è alcuna fretta di capire che cos’è questa cosa che verrà e soprattutto non c’è alcuna intenzione di fare qualcosa di diverso per cavalcare la fama. «Mi piglio il tempo che mi serve per fare un disco di cui essere soddisfatto al 100%».
L’unica opzione è andare dritti per la propria strada e se dovesse significare imboccare una parabola discendente, così sia. Lui non sembra preoccupato e non intende cambiare. «Che ci sia una parabola è naturale, è la vita. Si va su e giù. Non è un peso, ma una consapevolezza. Cercare di mantenere la popolarità a tutti i costi mi porterebbe a fare delle stronzate in musica. La prima cosa da salvaguardare sono le canzoni. Devo essere soddisfatto di quelle, non esserne pentito. Se fai il contrario poi diventa un casino». Ci sarà una cosa che gli spiacerebbe perdere della popolarità che ha acquisito l’anno scorso? «La possibilità di suonare in giro, di fare tanti concerti, e la stima delle persone, dal tassista alla gente che incontro alla Coop».
Se c’è un profilo Instagram di un cantante italiano in cui ci sono tanta fantasia e poca realtà, nel senso del mondo là fuori, è quello di Lucio Corsi. In altre parole: niente bandierine, niente pensierini, niente “all eyes on” la causa del momento. Mi chiedo se non si sente tirato indirettamente in ballo quando legge che gli artisti devono (che verbo odioso) esprimersi e chi non lo fa è complice di qualsiasi abominio compiuto dai ricchi, potenti e sadici della Terra. Non risponde dicendo che quello che ha da dire lo esprime nelle canzoni. Fa un discorso su che cosa possono essere quelle canzoni. «Di quello che succede parlo con la gente che incontro, con gli amici, dico la mia, sento la loro e magari cambio idea. Ma limitarsi a descrivere quel che si vede fuori dalla finestra è uno spreco della carta su cui scrivi, dei dischi che fai stampare. Esistono troppe possibilità per limitarti a descrivere in una canzone il mondo com’è. Puoi anche scrivere, come faceva Randy Newman, dal punto di vista di chi non la pensa come te. Mi interessa di spostare lo sguardo, mi annoierei a raccontare quel che vedo e basta. L’uso dell’immaginazione è di per sé una dichiarazione di intenti. Una canzone sul vento per me è una canzone di protesta. Le canzoni ti danno la possibilità di non spaventarti di fronte a ciò che è strano, che è diverso. Impari ad accettarlo, a parlarci assieme, a dialogare coi mostri, a partire da quelli che hai nella testa. Ti passa la paura usando l’immaginazione e la paura è quella che porta a fare i grandi disastri nel mondo».
E allora gli chiedo se non teme che tra proteste in piazza, guerre, lotte politiche, analisi e controanalisi le sue canzoni sembrino superflue. Il mondo brucia (chiedo scusa per la retorica) e lui canta che ha trovato una ragazza in fissa col rock’n’roll. «Ma la musica è superflua. È affascinante proprio perché è inutile e io amo le cose inutili. La musica è trasparente, non si vede, non c’è, ma è poetica proprio per la sua assenza. È un fantasma. Certo che ci sono cose molto più importanti e difatti chi se la tira nel mondo della musica mi fa ridere. Stiamo facendo canzoni. Anche meno».
















