L’intervista al critico rock più celebre di sempre | Rolling Stone Italia
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L’intervista al critico rock più celebre di sempre

'È tempo di inventare. Cronache dalla rivoluzione indie rock' è l'antologia curata da Katherine Spielmann che ripercorre la storia della rivista indipendente 'Puncture'. Ve ne proponiamo un estratto: un dialogo con Lester Bangs

Lester Bangs e Jon Langford nel 1980

Foto: Frances Pelzman Liscio

Puncture è stata un’esperienza letteraria a metà tra una fanzine militante e una rivista culturale che tra gli anni ’80 e ’90 ha documentato la scena rock indipendente, tra derive punk, DIY e lotta al mainstream.

Dal 1982, anno della sua fondazione, al 2000, ha pubblicato 18 numeri sotto la guida di due donne Katherine Spielmann and Patty Stirling. È stata proprio Spielmann ha raccogliere alcuni scritti della rivista in È tempo di inventare. Cronache dalla rivoluzione indie rock, (in Italia pubblicato da Big Sur) l’antologia definitiva dell’avventura di Puncture: dalle Throwing Muses alle Sleater-Kinney, dai Fugazi ai Pavement, da Nick Cave a PJ Harvey, passando per i pionieristici saggi femministi di Terri Sutton sulle girl band e le interviste ai critici rock Lester Bangs e Greil Marcus.

Ve ne proponiamo un estratto: l’intervista di Tom Sinclair a Lester Bangs.

Questa intervista si è tenuta all’inizio dell’estate del 1979 nell’appartamento di Bangs a New York, sulla Quattordicesima Strada Ovest. In precedenza era uscita solo in una minuscola fanzine fotocopiata di nome Chaos and Evolution che stavo pubblicando. Dubito che all’epoca l’abbiano vista più di venti persone. Allora Bangs aveva appena pubblicato un singolo, Let It Blurt / Live, su etichetta Spy, prodotto da John Cale e con Robert Quine alla chitarra e Jay Dee Daugherty alla batteria. Recentemente era stato anche cacciato dal gruppo Birdland perché era «troppo grasso». Durante l’intervista, Bangs si rifiutò di bere il Colt 45 che gli avevo portato, smentendo la sua reputazione di ubriacone all’ultimo stadio. Continuò invece ad attingere a un cartone da un litro di succo d’arancia e ananas. In totale, siamo stati insieme e abbiamo parlato per circa tre ore, di cui solo un terzo è stato registrato. Prima che me ne andassi, mi lasciò alcune delle sue poesie, un singolo raro dei Pere Ubu e un invito a rivederci in futuro per ascoltare dischi. Non l’ho mai raccolto. Avevo 22 anni e Lester Bangs per me era un eroe, come se fosse una rockstar. Fu la prima e ultima volta che lo vidi.

Ho letto da qualche parte che facevi il commesso in un negozio di scarpe. Per quanto tempo?
Vediamo un po’… è stato dal marzo 1969 all’ottobre 1970. In realtà ho cominciato nel magazzino. Facevo il magazziniere e poi ho fatto carriera e sono passato alle scarpe sportive da donna.

Quanto tempo è passato da quando ti è toccato fare lavori del genere?
(Ride) Ho smesso nell’ottobre 1970. Ho lavorato a Creem per cinque anni, ma non era la stessa cosa. Cioè, andavo al lavoro alle quattro di pomeriggio, tipo, e rimanevo a cazzeggiare in ufficio fino alle quattro di notte.

Il fatto che così tanta gente ammiri te e Christgau e vi consideri i «decani del giornalismo rock» ti lusinga o ti imbarazza?
Sì, mi lusinga… ma in un certo senso mi imbarazza pure. Perché… per via dei motivi di questa ammirazione… In pratica, secondo me la gente dovrebbe ammirare sé stessa. Cioè, io chi sono? Non sta a me dirlo, davvero, a parte il fatto che sono molto cocciuto e credo di avere sempre qualcosa da dire, ma se qualcun altro non è d’accordo mi fa sempre piacere ascoltarlo. Vorrei che la gente non prendesse per buono quello che gli viene propinato. E poi un sacco di gente, dicevamo prima, ha una certa immagine di me… È ovvio che sono stato io a incoraggiarla, ma ha avuto origine dal mio vero modo di vivere e di comportarmi, che in buona parte è lo stesso ancora oggi. Ma a un certo punto, quando ero a Creem, mi sono accorto che c’è un momento in cui uno comincia a imitare sé stesso. Comincia a fare quello che crede ci si aspetti da lui, invece di quello che magari vuole fare davvero. Ed è allora che marcisci dentro, e cominci a morire. Secondo me un sacco di gente è delusa perché non scrivo sempre così, o non sono fedele a quell’immagine… C’era un tipo di articoli che facevo a Creem che piaceva alla gente perché era roba facile e divertente da leggere (non dico di voler costringere la gente a leggere cose difficili, bada) ma piaceva anche perché era crudele, in un certo senso. E forse anche un po’ amorale.

Sono rimasto molto colpito dal tuo necrologio per Peter Laughner (musicista di Cleveland, critico musicale e amico di Bangs, nonché membro fondatore dei Pere Ubu, morto nel 1977 per abuso di alcol e droga).
Grazie.

Volevo chiederti se la canzone Live, registrata all’incirca in quel periodo, è stata ispirata in qualche modo dalla sua morte.
Live è stata composta prima della morte di Peter. È una delle prime canzoni che ho scritto, verso il marzo del ’77, e lui è morto in luglio… Gran parte delle pose da punk consistono nel fare i duri. È una cosa che mi dà il voltastomaco, come se tutti dovessero essere strafottenti, dire cazzate, hai presente? È roba vecchia. Come quando mi hanno cacciato dai Birdland (il gruppo precedente di Lester). In giro hanno cominciato a dire, per esempio in quell’articolo sul New York Rocker: «Lester è un pagliaccio e un buffone e si fa ridere dietro». E io non sopporto la gente fica, quella che si spara le pose. Mi fa morire di noia. Credo che la gente dovrebbe essere abbastanza aperta da piangere o da farsi ridere dietro o qualsiasi altra cosa.

Secondo te è un buon segno che la gente abbia ricominciato a ballare allo Hurrah e al Club 57?
Non per forza. Guarda, l’altra sera sono andato a sentire James Blood Ulmer allo Hurrah. Sono entrato ed era un evento mediatico. C’era il New York Rocker in un angolo, il Soho News in un altro, Christgau, tutti quanti, e appena sono entrato in sala mi è venuto il nervoso. Siccome suonava Ulmer, il deejay metteva solo dischi in stile Contortions, che mi piacciono molto. Me ne stavo lì e pensavo: «Cazzo, qui ci siamo io e John Sinclair (si realizza il sogno di una vita), una sala piena di gente che balla su una miscela di free jazz e chitarra noise. Perché sono così triste che vorrei solo andare a casa e mettermi a guardare La fattoria dei giorni felici?» Poi ho capito che era perché a nessuna di quelle persone piaceva sul serio quella musica; o almeno alla maggior parte di loro. Sta solo diventando di moda… Una volta ho fatto il deejay allo Hurrah, e mi sono preparato come quando facevamo le feste a Detroit, cioè ho passato in rassegna la mia collezione e ho preso tutti i dischi di soul e R&B ballabili che avevo: i Jackson 5, Martha and the Vandellas, James Brown, Otis Redding, Aretha Franklin, ecc. ecc., e ho trascinato in console quello scatolone di dischi e li mettevo su, intervallati da MC5, Stooges, Richard Hell, Clash, e alla gente faceva schifo quasi tutto quello che mettevo.

Tutta la musica nera?
Non solo quella: gli facevano schifo anche gli MC5. Ma il soul li faceva proprio vomitare. C’è una sala intera piena di gente che ha pagato sei o otto dollari per entrare (non credevo mi sarebbe mai capitato di vedere una scena del genere), tu gli metti su Heat Wave‘ di Martha and the Vandellas e loro ti guardano con l’aria di chiederti: «Ma che, sei deficiente?», e poi metti «Uncontrollable Urge» dei Devo e cominciano a saltare e ballare… Quello che non sopporto è il settarismo, i vari gruppetti ognuno col suo orticello e il suo steccato, «questo è il nostro territorio», tipo, «e tu vattene affanculo». A me piace il pluralismo culturale, tutti che stanno insieme e si scambiano le idee, e pensavo che qualsiasi cosa di avanguardia, o alternativa, o utopica dovesse mirare a quello. E invece a quanto pare i punk non sono meglio di quegli altri stronzi.

In questo periodo cosa pensi di Lou Reed e Iggy Pop? Cambi spesso opinione su di loro...
La mia opinione su Lou è più o meno uguale a quella che ho su Patti Smith: sono degli stronzi, ma li adoro. Li vedremo in giro per tanto tempo. Per sempre, probabilmente… Lou mi è simpatico, ma secondo me è uno di quegli idoli che è meglio ammirare da lontano. Come la maggior parte degli idoli, mi sa.

L’altra sera ho sentito il nuovo singolo di Iggy, Chairman of the Bored, o I’m Bored (dal disco New Values). Non è male…
Non l’ho ancora sentito. Sai, ogni volta che vado da Bleecker Bob quel cavolo di disco se ne sta lì sul muro e mi guarda, mi fa: «Dai, tanto lo so che prima o poi mi compri». E io già lo so che mi farà schifo, perché così è stato per tutti quei dischi con la RCA. Il solo fatto che sia uscito un nuovo disco di Iggy e io non riesca a decidere se comprarlo o no… cioè, quando è uscito Raw Power mi sono fatto cinquanta chilometri solo per procurarmene una copia, e sono rimasto seduto in macchina a rigirarmelo tra le mani e guardarlo, poi sono corso a casa e… cioè, Cristo…

Sei cresciuto a Detroit, giusto?
No, no. A San Diego. A Detroit ci sono andato quando avevo ventidue anni.

Come hai conosciuto Iggy?
Lavoravo nell’ufficio di Rolling Stone, nel primo periodo, nel 1969. Era appena uscito il primo disco degli Stooges, e gli altri erano lì e mi fanno: «Ascolta un po’ questo». E ridevano. Secondo me invece era fantastico, quindi sono andato a casa e l’ho comprato e mi è piaciuto da morire, e anche ai miei amici. Ce ne stavamo lì ad ascoltarlo in continuazione… È una cosa terribile da dire, ma quasi quasi vorrei che Iggy fosse morto di overdose subito dopo Raw Power, perché tutto quello che ha fatto dopo è…

Deludente?
Non solo deludente. È come se Bowie l’avesse messo a studiare al college, gli avesse dato dei libri da leggere, eccetera. Sono andato a intervistarlo quando è uscito The Idiot. Diceva: (Bangs fa la voce saccente): «Dunque-dunque, hai letto Cocteau?», e io rispondevo di no. «Ah, dunque-dunque, Proust…»

(E Bangs mi descrive l’intervista, mettendo in contrasto la pretenziosità dell’Iggy del periodo Idiot con un’altra intervista che gli aveva fatto diversi anni prima, durante la quale Iggy si era calato un flacone da trenta (!) Quaalude che gli aveva procurato Lester) Che cosa strana.
Be’, le persone si riducono così, mi sa: dei solitari malati di egocentrismo. E il problema è che la gente che hanno intorno li incoraggia a diventare sempre peggio, li aiuta ad alzare i muri.

Hai conosciuto i Clash…
Sì, sono andato in tournée con loro per sei giorni in Inghilterra, per un servizio speciale sul New Musical Express.

Mi sa che ti sei divertito un casino.
Sì. Sono davvero dei tesori. La cosa che mi ha steso era che lì tutti ridefinivano i comportamenti sociali da zero. Quindi tutti erano sinceri al cento per cento con gli altri, sempre, e a tutti i livelli. Se qualcuno riteneva che un altro facesse qualcosa di sbagliato, gli diceva: «Aspetta un attimo, è una cazzata, e adesso ti spiego perché». E tutto si appianava. Va detto che è una cosa molto difficile da fare, ma ho scoperto che se uno si comporta così con gli altri, o un gruppo di persone si comporta così, le cose si semplificano di molto. Tutta la gente che ho conosciuto in quella tournée era carinissima e molto alla mano… Era proprio l’atteggiamento che era diverso da qui. C’era da imparare. Andavamo a suonare in locali piccoli e poi in grandi stadi, e dopo il concerto i Clash, invece di sparire come fanno le rockstar, scendevano tra il pubblico a parlare coi fan. E volevano davvero conoscere quei ragazzi. Gli chiedevano: «Com’è questa città? Che cosa si fa da queste parti?» Alcuni di quei ragazzi si erano fatti sessanta chilometri di autostop per andare al concerto, e allora li lasciavano dormire per terra in camera loro.

Estratto da È tempo di inventare. Cronache dalla rivoluzione indie rock, a cura di Katherine Spielmann, edito in Italia da Big Sur.

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