L’importante è sfinire: il tour della vita di Bruce Springsteen | Rolling Stone Italia
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L’importante è sfinire: il tour della vita di Bruce Springsteen

È il 1986 e i musicisti della E Street Band raccontano la tournée di ‘Born in the U.S.A.’ che ha trasformato il loro Boss in un eroe transnazionale. Il motto: «andiamo avanti a suonare finché non siamo stremati». Epica americana

L’importante è sfinire: il tour della vita di Bruce Springsteen

Bruce Springsteen & The E Street Band a Oakland, California settembre 1984

Foto: Larry Hulst/Michael Ochs Archives/Getty Images

Il concerto va avanti da più di tre ore, i musicisti sono visibilmente stremati e sudati sotto le luci di scena roventi, ma raccolgono le ultime forze per Born to Run. Bruce Springsteen non dice «basta» finché l’ultimo spettatore non è crollato, esausto e felice. Dopo ogni bis, ogni sera, per quasi un anno e mezzo durante il tour mondiale del 1984-85 ha chiamato la E Street Band a raccolta per un breve conciliabolo nel backstage. «Avevamo un nostro modo di dire», racconta il sassofonista Clarence Clemons. «“Sono ancora in piedi? Sì? E allora torniamo là fuori. Riescono ancora ad alzare le mani? Se ci riescono, vuol dire che non abbiamo finito il nostro lavoro”. Quando finalmente vedevamo i ragazzi in prima fila crollare uno sopra l’altro ci dicevamo: “Ok, ne hanno avuto abbastanza, possiamo andare a casa”».

Dopo aver dato il via al tour di Born in the U.S.A. il 29 giugno 1984 a St. Paul, Minnesota, Springsteen e la E Street Band sono tornati a casa solamente il 2 ottobre 1985. Gli ultimi quattro concerti hanno attirato più di 330mila persone al Los Angeles Memorial Coliseum. Sto stati ricompensati per le loro fatiche. Born in the U.S.A. ha venduto più di 10 milioni di copie solo negli Stati Uniti, diventando l’album di maggior successo nella storia della Columbia Records. Il tour ha incassato tra gli 80 e i 90 milioni di dollari dalla vendita dei biglietti (34 milioni dei quali sono arrivati dai concerti negli stadi in appena 14 città). Bruce è risultato l’artista preferito dal pubblico nel sondaggio di fine 1985 di Rolling Stone e ha fatto incetta dei premi in varie categorie, mentre la E Street Band – Clemons, il batterista Max Weinberg, i tastieristi Roy Bittan e Danny Federici, il bassista Garry Tallent, il chitarrista Nils Lofgren e la corista Patti Scialfa – è arrivata ex aequo con gli amici U2 nella categoria band dell’anno. In poche parole, Bruce Springsteen è stato indiscutibilmente il Boss del 1985.

I dati sulle vendite e gli incassi del tour raccontano solo una parte della storia. I suoi concerti, da quello di riscaldamento del giugno ’84 allo Stone Pony di Asbury Park a quello di Göteborg sotto il sole di mezzanotte, vanno vissuti fino allo sfinimento, sono feste già abbondantemente fuori controllo quando arrivano i cavalli di battaglia da bar band come Twist and Shout e Devil with a Blue Dress On. Una sera, in Giappone, Springsteen ha fatto salire sul palco una ragazzina, come ha fatto ovunque nel mondo, per ballare assieme sulle note di Dancing in the Dark. «Appena scesa dal palco è crollata a terra», ricorda Clemons.

Il piacere di crollare esausti non deve far perdere di vista il messaggio chiave espresso da Springsteen: bisogna restare in piedi e a testa alta, nonostante tutto. Si è assunto lui il compito di dare l’esempio, dando il suo solito 110% durante un concerto del 1984 a Tacoma, Washington, nonostante fosse alle prese con un virus debilitante. Mentre la Rambomania dilagava e i conservatori travisavano in modo miope il messaggio di Born in the U.S.A., lui sosteneva le organizzazioni dei veterani del Vietnam, le banche alimentari locali, i gruppi di azione comunitaria, anche versando un po’ del suo denaro a favore di queste cause. Nell’anno in cui il Live Aid ha dimostrato il potere della comunità globale di fan del rock, Springsteen ha fatto capire una sera dopo l’altra cosa può fare un solo fan del rock, se irriducibile.

«Non credo che riuscirei a convivere con me stesso se facessi le cose in un altro modo», ci ha detto Springsteen all’inizio del tour, parlando della fede nel potere della musica e di come questa fede si manifesti nelle esibizioni. «Molto di quello che faccio lassù lo faccio per me stesso. Quando sali sul palco metti in gioco il tuo orgoglio, il senso di rispetto che hai per te stesso, senti che qualcosa di importante sta accadendo. Hai la possibilità di fare qualcosa e vuoi sfruttarla al meglio».

«Ci vuole molto coraggio per crederci com quell’intensità», dice Patti Scialfa. Springsteen l’ha ingaggiata dopo averla sentita cantare durante una jam session allo Stone Pony, una domenica sera del 1983. «Ogni concerto è speciale perché quella convinzione te la porti dietro. È fantastico andare in giro a fare musica radicata profondamente nella fede. Ogni concerto ha una sua profondità. Non è soltanto musica, sono chiamati a lavorare anche i muscoli del cuore».

Springsteen non ha investito troppa energia nelle prove del tour. Ha riunito la E Street Band a maggio del 1984 al Big Man’s West, il locale di Clarence Clemons a Red Bank, New Jersey per una via di mezzo tra la jam session e l’audizione per Nils Lofgren. Era la prima volta che suonavano insieme dai tempi del tour di The River del 1981. Non appena Springsteen ha dato l’attacco a Prove It All Night, «è stato come se non ci fossimo mai fermati», racconta Max Weinberg. «Ci siamo guardati l’un l’altro pensando: wow, quanto mi è mancata questa roba».

Prima del tour di Born in the U.S.A. Weinberg aveva subito cinque operazioni alle mani a causa di una tendinite, ma era pronto a suonare (durante gli ultimi nove mesi del tour ha però dovuto fissare con del nastro adesivo l’anulare della mano sinistra intorno alla bacchetta della batteria, perché non riusciva più a piegarlo). Dopo la jam a Red Bank, la band ha provato per quattro o cinque giorni nel New Jersey, prima di dirigersi verso la Pennsylvania per tre giorni di prove generali con impianto audio e luci completi. «In tutto saranno state otto o nove prove», ricorda Weinberg. «E sono pure tante. Per il tour di The River ne avevamo fatte quattro. Per il tour di Born to Run non avevamo provato per niente, siamo passati direttamente dall’ultima session di registrazione alla sala prove, alle 8 del mattino. Abbiamo ripassato la scaletta e quella sera abbiamo suonato».

«Ci conosciamo talmente bene» dice il tastierista Danny Federici, che suona con Springsteen da 18 anni «che riusciamo a capire quale canzone stiamo per suonare semplicemente dal modo con cui Bruce dà l’attacco, oppure quale intenzione ha in mente dall’intensità con cui fa la conta. Bruce dice “Uno, due, tre, quattro”, e noi partiamo con la stessa canzone senza aver deciso prima cosa avremmo suonato». Il segreto, secondo Clemons, membro della band da 14 anni, è semplice: «Suonare le canzoni di Bruce Springsteen è come andare in bicicletta: una volta che hai imparato non lo dimentichi più».

I nuovi arrivati Scialfa e Lofgren, i primi nuovi membri della E Street Band da una decina d’anni, non hanno avuto molto tempo per imparare a pedalare. Lofgren ha incontrato Springsteen nel 1969 al Fillmore West di San Francisco, quando il Boss suonava con gli Steel Mill. Nei primi anni ’70 si sono incrociati più volte nel circuito dei college del Nord-Est e così, quando Lofgren ha ricevuto una telefonata da Springsteen poco prima delle prove, in cui gli chiedeva di sostituire il dimissionario Miami Steve Van Zandt, conosceva «molte delle canzoni più famose, ma non ero esattamente pronto a entrare nei panni del chitarrista».

Lofgren è andato da un collezionista di bootleg di Springsteen suo conoscente a Washington D.C. e ha preso in prestito le registrazioni pirata di un concerto del tour di The River del 1981 e di Born in the U.S.A., che non era ancora uscito. Ha preparato gli schemi degli accordi di una quindicina di canzoni e il giorno dopo è partito per il New Jersey. «La gente mi chiede di paragonare Neil Young a Bruce», dice Lofgren, che ha registrato e fatto tournée a lungo col primo. «Se proprio si deve dargli un’etichetta, Bruce fa rock’n’roll melodico, melodie sostenute da ritmi duri. Ha canzoni più strutturate. È stato facile capire quando intervenire e quando farmi da parte. All’inizio mi sono limitato a riprendere le parti di chitarra che Bruce e Steve avevano messo nei dischi, le avevano scritte loro, non avrebbero spiazzato nessuno. Mi è sembrato un buon punto di partenza».

Diplomata alla Asbury Park High School, Scialfa aveva già fatto due provini per Springsteen, uno prima dell’uscita di Born to Run e l’altro ancora prima, quando lui guidava una big band chiamata Dr. Zoom and the Sonic Boom. Si è unita al gruppo con appena cinque giorni di preavviso ed è finita direttamente nella mischia. Per le prime tre settimane ha cantato seguendo dei cheat sheet, fogli con i testi stampati a caratteri cubitali e indicazioni annotate a margine. Il problema più grande, però, era riuscire a concentrarsi sulle proprie parti con tutta l’energia della E Street Band che le turbinava attorno. «Una volta mi sono dimenticata di cantare perché ero assorbita da quel che stavo guardando e ascoltando. Ma dentro di me mi sentivo sicura perché Bruce era sicuro di sé. Cercavo di sintonizzarmi con lui. Gli guardavo la schiena, lo guardavo respirare».

Foto: Gary Gershoff/Getty Images

Nella prima leg americana hanno fatto 94 concerti in 45 città. È culminata il 26 e 27 gennaio 1985, con due concerti nel gigantesco Carrier Dome di Syracuse, New York. Il pubblico, 39mila persone a sera, è stato il più numeroso della carriera di Springsteen fino a quel momento, un assaggio di quel che sarebbe successo in seguito.

Per Federici, la prima parte del tour è stata la più dura, «perché facevamo molti più concerti singoli in città vicine tra loro: prendevamo un aereo e il giorno dopo eravamo di nuovo sul palco». Dietro le quinte non c’era la follia tipica del rock’n’roll. La macchina organizzativa di Springsteen, da Bruce in giù, è un modello di efficienza. «Vai nel backstage di un suo concerto e non trovi un circo», assicura Clemons. «Tutti hanno un compito da svolgere e lo affrontano con serietà. La fibra morale di Bruce informa tutta l’organizzazione».

Ognuno dei membri della E Street Band si è preparato a modo proprio, in silenzio. Clemons, da poco diventato seguace del guru indiano Sri Chinmoy, meditava per circa mezz’ora. Alcuni membri della band si sono riscaldati giocando a ping-pong. Gli ospiti del backstage venivano solitamente accompagnati in una sala rifornita di cibo e bevande, dove aspettavano di ricevere la visita di Springsteen e della band. Spesso era un raduno di star. Tra i personaggi non legati al mondo del rock che hanno assistito ai concerti ci sono Elizabeth Taylor, Don Rickles, John McEnroe e Jack Nicholson con Meryl Streep al suo fianco. Quanto alla nobiltà, a Parigi hanno assistito allo show la principessa Stéphanie e il principe Alberto di Monaco, mentre nella stessa città il potentissimo Prince è apparso nel camerino di Clemons, facendo i complimenti a Christina, la moglie svedese del sassofonista, per il suo vestito.

Per Clemons uno dei momenti più belli del tour è stato quando Sean Connery è tornato nel backstage per dirgli quanto lo ammira. Ma con tutte quelle celebrità che sgomitavano per conquistarsi un posto, il backstage non era un caos? «No», risponde serenamente il sassofonista, «le celebrità eravamo noi. Erano loro a venire ai nostri concerti». Nessuno si è divertito a quei concerti più dei musicisti. «Nils lo ha detto in modo fantastico», dice Weinberg. «Ha detto che è come se ti fossero rimaste solo quattro ore di vita: come vuoi impiegare il tuo tempo?».

Tutti i membri della E Street Band sono d’accordo su una cosa: dei circa 150 concerti che hanno tenuto nel 1984 e nel 1985, non ce n’è stato nemmeno uno sottotono. Guidati da Springsteen, con la calma sicurezza derivante da quasi vent’anni passati sul palco, hanno mostrato ogni sera una costanza parti uguali tecnica e telepatia. A metà anni ’70 Springsteen metteva alla prova la band cambiando all’improvviso la scaletta nel bel mezzo dello show, chiedendo un vecchio brano o una traccia dimenticata. È un aspetto diventato meno preponderante quando il gruppo ha iniziato a suonare negli stadi. «Per arrivare a 50mila persone c’è bisogno di una struttura più solida», sostiene Weinberg.

Il 90% di ogni concerto doveva filare come un orologio svizzero, ma Springsteen ha lasciato sempre un 10% di libertà, dice Lofgren, «per fare un po’ il cretino». Per esempio, una sera al Giants Stadium del New Jersey la band era pronta a suonare I’m on Fire quando Springsteen ha improvvisamente chiamato Fire al suo posto. Durante uno degli ultimi concerti del tour dopo l’ultimo bis una persona del pubblico ha lanciato sul palco una gamba artificiale. «Una gamba intera», ricorda Weinberg, ancora incredulo. «Bruce la raccoglie e dice: “Dobbiamo farne un’altra per questo tizio”. Così corriamo tutti di nuovo ai nostri strumenti, ma che diavolo suoniamo? Bruce guarda la gamba e dice: “Ragazzi, Stand On It”».

Dopo aver chiuso il tour americano nei palazzetti coi concerti a Syracuse, la band si è presa sei settimane di pausa tra febbraio e marzo prima di affrontare il resto del mondo in un itinerario comprendente tappe primaverili ed estive in Gran Bretagna, Europa e in Paesi come Australia e Giappone, dove non si erano mai esibiti prima.

Il vangelo rock’n’roll di Bruce, fatto di rispetto per se stessi e liberazione emotiva, non ha bisogno di traduzioni. Il pubblico giapponese, australiano ed europeo ha colto facilmente l’universalità del suo racconto sul sogno americano ormai appannato, speranze infrante e aspirazioni indomite. Clemons è rimasto sbalordito vedendo i giovani fan giapponesi sventolare durante i concerti bandiere americane e giapponesi cucite insieme. A Milano, 60mila persone hanno cantato My Hometown insieme a Springsteen mentre, ironicamente, ai piedi del palco un militare americano è rimasto sull’attenti, tenendo in mano la bandiera a stelle e strisce per tutta la durata del concerto.

«Potevi sentire tutto il pubblico cantare», ricorda Weinberg. «L’idea di comunità nel rock’n’roll non è mai stata più evidente di così. Le cose che abbiamo visto dalla nostra prospettiva sul palco sono ricordi insostituibili».
«Vorrei che alcuni politici avessero visto queste cose», dice Clemons. «Quei ragazzi magari non capivano le parole di Born in the U.S.A., ma capivano di cosa stavamo cantando. Le cose di cui canta Bruce, l’attenzione verso se stessi e verso il proprio Paese, non riguardano soltanto l’America. Riguardano tutti».

Clemons ricorda di essere passato in elicottero sopra lo Slane Castle, vicino a Dublino, rimanendo stupefatto alla vista di oltre 70mila persone. «Non era soltanto la quantità di gente, erano l’armonia e la pace. Il giorno dopo ero su un taxi diretto all’aeroporto e l’autista si è girato verso di me e ha detto: “Siete stati meglio del Papa. Avete riunito Nord e Sud, non c’è stata una rissa”. Ecco di cosa si tratta. È per questo che ci ammazziamo di fatica».

Il pubblico ha risposto ovunque col medesimo entusiasmo. In un ippodromo di Brisbane, in Australia, Springsteen ha chiesto alle persone di alzare le mani durante Twist and Shout. «Erano così stretti gli uni agli altri» racconta Weinberg «che non riuscivano più ad abbassarle. Stavano lì davanti a noi, con le mani alzate. Ho pensato: “Wow, dev’essere stato così ai tempi della Beatlemania”. Erano completamente impazziti». I giapponesi, normalmente più riservati, «sono i migliori ballerini che abbia mai visto. E conoscevano tutte le parole».

La decisione di Springsteen e del manager Jon Landau di suonare in grandi spazi all’aperto, prima in Europa e poi negli Stati Uniti, non è stata presa a cuor leggero. Springsteen temeva di perdere il rapporto di intimità col pubblico e il peggioramento della qualità del suono. «Ma c’è stato un periodo in cui Bruce non voleva suonare nemmeno nei palazzetti, per lo stesso motivo», osserva Tallent. «Dovevamo provarci. Una parte dell’intimità è andata persa», ammette, «ma qualcosa l’ha sostituita: l’evento in sé. Ce la siamo cavata».

Per compensare la maggiore distanza dal pubblico, Springsteen ha raddoppiato le dimensioni dell’impianto audio e ha aggiunto giganteschi maxischermi. Federici racconta che anche alcuni membri della band hanno apportato piccoli cambiamenti all’abbigliamento di scena. «Ci siamo messi colori più vivaci per essere visibili. Ricordo di aver detto a Garry: “Quella camicia ha una fantasia un po’ troppo intricata, dal fondo non la vedranno”. Abbiamo cercato di coordinarci meglio con i vestiti, di indossare camicie più appariscenti».

«Quando suoni in posti così grandi tendi a pensare che, se salti e ti muovi molto, la gente ti noterà di più», dice Lofgren, veterano dei concerti negli stadi al fianco di Neil Young. «Ma in realtà non fa la differenza, perché dopo 20 o 30 file sei comunque un puntino. La cosa migliore che potessimo fare, con le camere che ci riprendevano, era comportarci esattamente come al solito: essere noi stessi e lasciare che fossero le camere a catturarlo».

Foto: Getty Images/Bob Riha, Jr.

Max Weinberg ha ribattezzato Pestilence Tour la serie di concerti negli stadi americani all’aperto tra settembre e ottobre. Al Cotton Bowl di Dallas, la band è stata assalita da un’orda di grilli che si sono infilati tra i capelli dei musicisti, sulla batteria di Weinberg e perfino dentro la camicia di Springsteen che cantava My Hometown. A Philadelphia la temperatura sul palco ha raggiunto i 41 gradi. A Denver, il termometro è sceso fino a 1 grado, con tanto di neve. A Miami il tempo era splendido, peccato che l’Orange Bowl non disponesse di un impianto elettrico adeguato. Per compensare sono stati portati dei generatori diesel, sistemati dietro il palco. «Quei fumi ci stavano uccidendo», ricorda Weinberg.

Per tutta la durata del tour, la squadra di tecnici e roadie è oscillata tra le 30 e le 40 persone. Per fare un confronto, gli Who hanno viaggiato con una crew di 90 persone durante il tour d’addio negli Stati Uniti del 1982. Impianto audio, luci e attrezzatura della band occupavano nove tir. I tre palchi separati utilizzati per i concerti negli stadi ne richiedevano altri 15. Spesso, mentre una squadra smontava un palco in uno stadio, Springsteen si esibiva sul secondo palco in un’altra città e un membro della crew supervisionava la costruzione di un terzo palco nella città che avrebbe ospitato la tappa successiva. C’erano due giorni per allestire tutto, ma al Giants Stadium è stato stabilito un record: a causa di una partita di football in programma, palco, impianto audio, luci e strumenti sono stati montati in appena 17 ore.

Probabilmente Springsteen ha stabilito involontariamente anche il record di cuori femminili infranti quando in primavera ha sposato l’attrice e modella Julianne Phillips. La cosa non ha sorpreso la E Street Band. «Vedere l’espressione nei loro occhi prima che si sposassero mi ha ricordato molto me e mia moglie, Becky», dice Weinberg. Clemons aveva capito che il matrimonio era nell’aria dopo che Springsteen ha fatto da padrino al battesimo del suo terzo figlio, Christopher, alle Hawaii. «Teneva in braccio il bambino», ricorda sorridendo, «l’ho guardato negli occhi e ho pensato: “Be’, è andato”. Due settimane dopo mi ha telefonato e mi ha detto: “Big Man, mi sposo”. Gli ho risposto che lo sapevo».

Quando il tour si è chiuso a Los Angeles, a ottobre, Springsteen e la E Street Band si sono sentiti, per usare le parole di Weinberg, «incredibilmente svuotati, ma anche incredibilmente elettrizzati». La durata del tour e quella dei concerti stessi ha avuto una sorta di effetto contrario. Alimentati dall’energia inesauribile di Bruce e del pubblico, i musicisti hanno finito per state bene grazie alla pressione fisica e psicologica loro imposta. «Certo, ti esaurisci», ammette Clemons. «Ti viene da svenire. Ci sono andato vicino un paio di volte. Ma sei pieno di qualcosa, di quel feedback che arriva dal pubblico. Ti senti così forte che, se qualcuno ti sparasse, potresti andare avanti a suonare».

Negli ultimi mesi si sono dati tutti una calmata, almeno per il momento. Mentre Springsteen si gode la vita da neo marito nella sua casa a Rumson, New Jersey, i membri della E Street Band stanno approfittando della lunga pausa per dedicarsi ai propri interessi. Sia Clemons che Nils Lofgren sono riusciti a infilare delle session di registrazione nelle pause del tour dell’anno scorso, da cui sono nati due album solisti: il vivace Flip di Lofgren, più rock, e l’esuberante Hero di Clemons, più pop. Spinto dal successo nella Top 20 del duetto con Jackson Browne You’re a Friend of Mine, Clemons porterà in tour per l’estate gran parte della band che ha suonato con lui in studio. Big Man potrebbe anche occupare una bella fetta del vostro schermo televisivo: è in lizza per futuri ruoli da guest star in Hill Street Blues e Miami Vice. Ma, in linea con la sua rinascita spirituale, insiste a dire che «non interpreterò mai un ruolo che non vorrei che il mio guru vedesse, non farò il trafficante di cocaina e nemmeno il magnaccia».

Lofgren ha trascorso di recente una vacanza di lavoro nel ranch di Neil Young, nel nord della California, scrivendo materiale per un album solista che avrebbe dovuto essere registrato entro la primavera, ma ormai è un membro permanente della E Street Band. «Non voglio essere un musicista a chiamata per 18 mesi. Ci sarò ogni volta che suoneranno». Scialfa sta cercando un’etichetta interessata al suo demo di materiale originale e vorrebbe pubblicare un album in estate. Federici ha comprato una casa nella sua vecchia città natale, Flemington, New Jersey; appassionato di elettronica, ha installato uno studio di registrazione dove compone musica strumentale, con la speranza di lavorare alle colonne sonore televisive. Tallent ha ambizioni come produttore discografico. Ha appena terminato la produzione di un singolo benefico dei Jersey Artists for Mankind (JAM), con la partecipazione di Southside Johnny, vari membri dei Jukes, il chitarrista Tal Farlow e Lofgren.

Roy Bittan continua a fare session, mentre Max Weinberg ha lavorato come batterista e assistente al mixaggio per l’album d’esordio del rocker di Philadelphia John Eddie. Weinberg, che ha pubblicato un libro intitolato The Big Beat, una raccolta di interviste da lui realizzate con grandi batteristi rock, gira da solista nel circuito delle università, dove parla sia della sua attività di batterista sia della sua vita con voi-sapete-chi.

A Bruce basta un cenno del capo e tutti torneranno di corsa a E Street. Durante una festa di Capodanno organizzata a casa sua per la band, ha suggerito di ritrovarsi periodicamente per delle jam session, lasciando intendere di avere del  materiale pronto. «Non c’è nessuno nella E Street Band che non mollerebbe immediatamente quello che sta facendo», dice Weinberg. Erano anzi tutti molto dispiaciuti per la fine del tour.

«L’ultima sera ho pianto», ammette il batterista. «C’è un filmato che ho visto a Entertainment Tonight. Eravamo tutti schierati, riesco a vedere le lacrime nei miei occhi. Riesco a vedere le lacrime negli occhi di tutti. Bruce stava cantando Glory Days e si è girato dicendo la frase “Ragazzi, adesso torniamo a casa”, non si può rimanere impassibili».

Dal numero di Rolling Stone US del 27 febbraio 1986.