L’halftime show dei Mondiali è stato un bad trip | Rolling Stone Italia
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L’halftime show dei Mondiali è stato un bad trip

L’abbiamo pensato noi, Liam Gallagher e probabilmente milioni di spettatori a casa. Ecco cosa succede quando si tenta di americanizzare uno sport con una storia e una cultura differente

L’halftime show dei Mondiali è stato un bad trip

I Muppet durante l'halftime show dei Mondiali

Foto: YouTube

Ci aveva visto giusto il buon Robert Smith che pochi giorni fa era stato molto critico con l’halftime show della finale dei Mondiali, definito roba da «panem et circenses». Il leader dei Cure, al solo pensiero di uno show del genere, si era lasciato andare a un lungo AAAAAAAAAAAAAAAAAAGH, più o meno la stessa espressione, e la stessa enfasi, con cui noi telespettatori abbiamo reagito durante uno degli spettacoli più caotici e meno sensati per questo sport.

Avevano ragione i detrattori di questa idea: il calcio non è fatto per questo genere di spettacolo. Non è il football americano, o il basket, con le franchigie che possono muoversi di stato e città dimenticando il proprio passato e lasciando spazio al puro divertimento. Il calcio è altro. Il calcio è fede. Il Mondiale, poi, ancor di più. È la storia di popoli che mettono dentro uno sport la propria storia. Pensiamo a quanto è successo tra Inghilterra e Argentina in semifinale, dove il tema delle Falkland/Malvinas è stato al centro del discorso, anche tra gli stessi giocatori a risultato ottenuto. È solo uno sport, diranno alcuni, ma il calcio non è e mai sarà solo un semplice sport: è storia, identità, politica.

Proprio su quest’ultimo punto faceva forza Robert Smith, disgustato (a dir poco) dall’amicizia tra Gianni Infantino, Presidente della Fifa, e Donald Trump. Non solo il regno di Infantino ha cambiato il modo di percepire i Mondiali (da quelli invernali in Qatar a questi ultimi divisi tra più nazioni), ma proprio le regole del gioco: in questo Mondiale infatti – per la prima volta nella storia – una squalifica per cartellino rosso era stata revocata a un giocatore degli Stati Uniti dopo pressioni (tutt’altro che subdole) della Presidenza americana. E così è andata anche per l’halftime show, il primo in una finale di Coppa del Mondo.

Ma come è andato lo show? Dopo giornate di polemiche sulla possibile durata (si parlava di mezz’ora, la FIFA aveva dichiarato 11 minuti, alla fine sono stati davvero 11, ma senza considerare il pre e il post, allungando così di molto l’intervallo), lo spettacolo è arrivato portando con sé un discreto caos. Gli artisti si sono susseguiti a un ritmo folle, con cambi di genere repentini e scelte a dir poco assurde.

Si inizia con Madonna nel tunnel dello stadio, in un segmento che pare preregistrato e in cui la popstar si esibisce in una versione di Music che flirta con Disco Inferno e Danceteria mentre raggiunge il campo da gioco su un’auto guidata da Ronaldo (il Fenomeno) e Ronaldinho, due eroi della storia calcistica brasiliana, per l’unico momento iconografico dello show (i due però vengono usati alla stregua di figurine). Tempo totale dell’esibizione: 2 minuti e 3 secondi.

Neanche il tempo di abituarsi ai ritmi da dancefloor di Madonna, che sul palco troviamo un’orchestra diretta da Gustavo Dudamel e i Muppet (sì, proprio loro, i pupazzi) alle prese con l’anthem calcistico per eccellenza: Seven Nation Army dei White Stripes. Cambio repentino e sul palco arrivano i BTS con Dynamite. Per loro, 1 minuto e 46 di live. I principi del k-pop vengono interrotti da un velocissimo intervento degli attori Jason Sudeikis e Brendan Hunt, qui presenti nelle vesti dei loro personaggi della serie Ted Lasso, per essere “sostituiti” dai due allenatori con Justin Bieber, che si esibisce in una versione solo voce e chitarra di Everything Hallelujah. Per lui quasi 2 minuti pieni di performance, un lusso.

Il cronometro corre e sul palco arrivano Shakira e Burna Boy, che si erano già esibiti in una delle cerimonie d’apertura del torneo, per Dai Dai, una delle canzoni ufficiali della World Cup 2026. Due minuti tondi anche per la regina delle canzoni dei Mondiali.

Pensate che sia tutto finito? Assolutamente no. Il grande spettacolo ideato da Chris Martin infatti non poteva finire senza lo stesso Chris Martin e i suoi Coldplay che, riproponendo un po’ il tropos da white savior, arrivano sul palco con 50 bambini delle elementari per un brano inedito pensato appositamente per la finale, We Dance.

Un halftime show da ADHD che nel tentativo buonista di mettere assieme tutti e tutto – da Madonna a Justin Bieber, dai Muppets ai BTS – finisce per scontentare praticamente chiunque. Il commento di Wayne Rooney, bandiera del calcio britannico ospite della BBC: «Amo questi artisti, ma questo show è stato una merda». Le esibizioni flash non possono esaltare i fan, così come i cambi di genere radicali sono da giro sulle giostre dopo qualche birra di troppo. Niente di quanto abbiamo visto può far cambiare idea: l’halftime show, in particolare uno così plurale e caotico, nulla ha a che fare con il calcio.

Ma tutto questo lo sintetizza meglio Liam Gallagher, uno che è stato protagonista musicale di questo Mondiale visto che Wonderwall degli Oasis è stata la colonna sonora della cavalcata degli inglesi che è valsa un terzo posto finale. «Meno male che ho messo i miei calzini spirituali, altrimenti quest’halftime show mi avrebbe fatto perdere del tutto la pazienza», ha commentato in modo sempre surreale ma allo stesso tempo chiaro il cantante inglese che, dopo i complimenti a Justin Bieber («Justin spacca»), ha trovato la definizione perfetta dello show: «È come un bad trip». Non c’è altro da aggiungere, grazie Liam, abbiamo vissuto un altro incubo made in USA.