Pailettes, glitter, bandiere LGBTQ+. Non siamo al Gay Pride, ma all’Eurovision a Vienna. La differenza? Poca, quasi nulla.
Dalle scelte degli outfit, da quelli più sexy ai travestimenti più folli, andando oltre i generi (identitari e musicali), l’Eurovision Song Contest è un’orgia kitsch in cui tutti sono ammessi a partecipare o, anche solo, a guardare. È un luogo dove il pubblico esplode in un urlo per un assolo di violino zigano come per un cambio d’abito sul palco. Il pubblico – millennial, late millennial e più o meno giovani boomer in libera espressione della propria identità e sessualità – è parte integrante della scenografia, dentro e fuori l’arena Wiener Stadthalle di Vienna. È una festa senza confini, dove il panzone da pub inglese di 60 anni completamente sbronzo, e con una sbavata di glitter sulla testa pelata, fa le foto con la tiratissima drag queen che sfida il freddo austriaco con un abito cortissimo.
Dentro l’arena, come in ogni Gay Pride che si rispetti, la cassa dritta è ovunque. Dicevamo, c’è un violino? Ottimo, però chi lo suona deve avere almeno un abito argento, stivali al ginocchio, la macchina del vento contro e correre tra le fiamme (vero Finlandia?). Tutto è camp. O meglio, tutto ciò che accade sul palco vuole essere camp per piacere, eccitare, stimolare il pubblico. Corpi di ballo vestiti da computer, coreografie erotiche, un gruppo croato tutto femminile vestito da Handmaid’s Tale che sembra il Coro delle voci bulgare e l’artista Bulgara che invece interpreta la popstar perfetta da copertina. Sul palco succedono cose piuttosto insensate, come i Lordi, la band metal finlandese travestita che ha vinto la kermesse nel 2006, che fanno headbanging durante una cover de Nel blu dipinto di blu, che qui risuona ancora grazie alla vittoria di Modugno del 1958.
E cosa dire della Lituania che presenta un alieno argentato vestito da gobbo di Notre Dame? O della Svezia che sfoggia una Myss Keta dei fiordi con i suoi ragazzi di Porta Stoccolma in chiave hyperpop, ovvero la rivisitazione più gay-friendly possibile delle hit da discoteca di fine e inizio millennio? O dell’Australia, a quanto pare lo stato preferito d’Europa, con la sua cantante che viene innalzata in cielo grazie a una piattaforma che sbuca dal centro di un pianoforte a coda dorato? Ok la musica, la canzone, ma qui quello che conta è lo show: l’importante è essere eccessivi, bucare, azzeccare il balletto di TikTok che diventerà virale.
In tutto questo carrozzone poteva stonare l’esibizione datata e veramente maschia del nostro Sal Da Vinci, ma la bellezza della comunità LGBTQ+ è proprio questa inclusività totalizzante, che si concretizza con la capacità di leggere tutto in chiave ironica, camp. E cosa c’è di più kitsch di un maturo cantante italiano che di bianco vestito, e petto nudo, canta alla vecchia maniera mentre attorno a lui sul palco ci si sposa, bacia in modo virile e balla con etero vigore? E quindi sì, al gayissimo Eurovision ci sta bene pure Sal con il suo pacchianissimo neomelodico cattolico fatto di matrimoni in Chiesa, benedizioni divini e anelli. Le cose più etero, in fondo, sono quelle che spesso sembrano le più ambigue di tutte. E l’Eurovision ce lo ricorda volentieri.
Mentre sul palco della finale si alternano 25 artisti che spaziano tra generi, colori, estetiche con una velocità disarmante a cui Sanremo dovrebbe rifarsi (i tecnici ci mettono 43 secondi a cambiare scenografia di brano in brano, dando un ritmo forsennato alla messa in onda), il pubblico è sempre il grande protagonista. Come dicevamo: coloratissimo, follemente eccitato dai momenti più estremamente kitsch, che sia il super-pop dell’artista di Cipro o il nu-metal stile Evanescence della Romania. Ogni falsetto, ogni canto operistico, ogni riferimento sessuale è sottolineato da un boato da drag night. Tutto, o quasi, è un grande sì. Lo slogan infatti è “United by music” ma, anche, “United by queerness”.
Ma se pensiamo che Eurovision sia solo colore, però, sbagliamo. Proprio perché così legato alla comunità LGBTQ+ e ai suoi lavori, gran parte dell’audience si fa sentire nei momenti più politici di quest’edizione. La bussola morale è molto chiara. L’Ucraina viene sembra ricevuta con un applauso più volutamente sentito. E poi c’è la questione Israele. Molte nazioni – Spagna, Slovenia, Islanda, Paesi Bassi e Irlanda – hanno boicottato l’edizione di quest’anno in protesta proprio per la decisione dell’organizzazione di confermare la partecipazione di Israele. E se, durante l’esibizione del suo rappresentante, oltre a qualche fischio e una bandiera palestinese, poco è successo, quando durante la votazione si è palesato il rischio di vittoria al foto-finish, il pubblico ha rumoreggiato profondamente, la tensione si è alzata, fino a liberarsi di gioia quando Dara, la cantante bulgara, è riuscita a ribaltare la situazione e ad aggiudicarsi l’edizione numero 70 della kermesse.
L’Eurovision, oggettivamente, è artisticamente orrendo ma allo stesso tempo è anche una delle cose più comiche – involontariamente o meno – dello spettacolo musicale televisivo. Comunque, sicuramente, la cosa più queer di tutte. E per fortuna, oggi, continua a scegliere questa posizione.















