L’estate leggerissima di Rareş | Rolling Stone Italia
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L’estate leggerissima di Rareş

È il cantautore di cui parlano bene tutti. A maggio ha pubblicato il terzo album ‘Sincero!’ e ora sta suonando ovunque. Siamo andati a parlarci. Metti un po’ di musica sincera perché ho voglia di niente

L’estate leggerissima di Rareş

Rareș

Foto: Pippo Moscati via GDG Press

L’ascesa di Rareş (nato a Bârlad, Romania, classe 1997) ricalca quel tipico fenomeno per cui l’indie italiano scopre un artista che conosceva già da anni. Un percorso piuttosto standard, ma che da un po’ non si ri-manifestava in maniera così nitida: ascoltarlo sporadicamente mentre fa dischi bizzarri, applaudirlo con discrezione quando collabora con qualcuno di importante (vedi Mace e Cosmo), inseguirlo per mezza Italia quando si riappropria della forma canzone. Rareș è un revival del fenomeno indie nostrano a scoppio ritardato, e nel suo caso non è affatto un boom casuale dell’algoritmo. È figlio di un percorso: il Conservatorio tra Trieste e Bologna, una vocalità e un timbro più unici che… Rareș, la vittoria del contest Freschissimo al Locomotiv Club – tramite cui produce il primo disco nel 2020 – e da cui principia la felice collaborazione, tutt’ora in corso, con l’etichetta Panico. «Ha consolidato il nostro rapporto il fatto che non abbia mai avuto alcun tipo di limite creativo. Dopo il disco d’esordio ho fatto due lavori belli matti, in maniera diversa. Un EP estremamente folk, e un disco pazzo, elettronico, in cui non si capiva nulla».

La lavorazione di Sincero! ha un cambio di approccio. Dall’idea piuttosto radicale di lavorare a un album che avesse solo un metronomo come sezione ritmica, a una scelta chiara. «Ho fatto un disco di canzoni, e per me le canzoni adesso suonano così. Suonano leggere, leggibili, sono fruibili». Da qui una rincorsa alla facilità, che – ci ricorda – non è sinonimo di semplicità. «Un lungo lavoro di sottrazione, di scalpellamento, un gioco di sintesi». Senza però inficiare in alcun modo la natura dei brani. «Ho tolto dove potevo togliere, ma lo scheletro è intaccato. Non abbiamo sacrificato la natura dei brani, ma le sovrastrutture».

Una scelta nata da una necessità, la sua, che appare condivisa anche da quello che è diventato il suo pubblico. Sincero! è un disco che funziona, ha una sua organicità, collaborazioni stupende (Giovanni Truppi, Faccianuvola, Iako, okgiorgio, Gaia Morelli) e brani che sanno toccare sin dal primo ascolto. È un buon disco, la cui ottima fattura può spiegare solo in parte l’esplosione della sua ondata, che non si aspettava nessuno – a partire da lui – come mi racconta tra l’incredulo, il divertito e il profondamente grato. «La cosa buffa è che non c’è discriminazione d’età nei live. Ci sono bambini che mi portano i regali, e gente che mi scrive “Scusa, abbiamo alzato la media”. Che poi come ti viene in mente di scrivere una cosa del genere?».

Rareș - Bella giornata (Official Video)

Effettivamente il fenomeno Rareş ha una forbice notevole: negli ultimi mesi ho visto il suo nome fare capolino su ogni line-up di festival estivo, con ricariche di date ogni mese (notevolissima la doppia del 16 agosto, alba e sera) e un’epidemia di storie, condivisioni, apparizioni, una manifestazione generalizzata di affetto nei suoi confronti che impressiona. Sincero! è un album che suona nel modo giusto al momento giusto, e gli sta consentendo di macinare chilometri inseguito da una carovana crescente di fan, con una musica di fatto leggerissima in bagagliaio. Leggera, proprio nel senso fisico del termine: canzoni che – pur parlando di faccende amorose – non si depositano sul petto e non richiedono particolari sforzi interpretativi. Sono lì, basta afferrarle, e – facendo saltellare chi lo segue – è in grado di dare sollievo: come il pop di qualità sa fare. La sua estate ci sta dicendo – è un’estate, non l’Eurobarometro, ma a me pare un indicatore – che quella roba lì adesso serve.

Del resto – outliers a parte – il pubblico di Rareş (così come Rareş stesso, così come chi scrive) sta in quella fascia d’età sempre più dilatata tra lo studente universitario e chi si affaccia al mondo del lavoro. Un pubblico che è entrato nella tarda adolescenza o approcciato l’età adulta durante una pandemia, che si è visto arrivare una guerra di fianco a casa, per cui la crisi climatica è diventata o una gag o una fonte d’insonnia, la Terza guerra mondiale alle porte, il genocidio su Instagram e tutti a guardare, le alluvioni e la siccità, e la sensazione generalizzata che il futuro sia diventato un bene di lusso. Dato il contesto l’ascesa di Sincero! non è così peculiare: forse non c’è sempre bisogno del disco che sfidi, che decostruisca, che educhi. In questo tessuto sociale saper riconoscere dove sta andando una canzone e poterci entrare con relativa immediatezza rappresenta un valore. In altre parole: metti un po’ di musica sincera perché ho voglia di niente. Anzi, sincerissima. «La mia operazione è stata molto emotiva e spirituale. Togliere il giudizio mi ha aiutato. L’amore è inflazionato ed è sulla bocca di tutti, ma se è così un motivo ci sarà. Io sto vivendo questa cosa, non posso negarla. La voglio fare, non posso non farla. Devo solo farla come voglio io».

In Sincero! forma e sostanza coincidono. Rareș parla davvero di noi, ed è forse questo il motivo per cui sa parlare a molti e, allo stesso tempo, mi mette un po’ a disagio. In quel raccoglitore di faccende amorose che è il disco – storie sue e storie di persone a lui vicine – le nostre debolezze vengono messe in mostra senza giudizio. «Dopo Femmina (il disco precedente, nda) ho capito che un disco, per stimolare l’ascolto, non deve necessariamente essere provocatorio in senso stretto. Non è la violenza sonora, non è il non capire cosa sta succedendo che rende una cosa provocatoria. A volta provocatorio ha un senso più docile, più dolce: quello di portare a farti vedere delle cose». Le cose che mostra sono le cadute, le ricadute, gli errori ripetuti, i rapporti unidirezionali, il rifiuto del rimorso, la rivendicazione dell’errore, il bene cane al di là del male, il rammarico lieve ma dolce, le idealizzazioni, la manipolazione consentita, il crocerossinismo, il cinema da solo quando piove, e tutto il nostro repertorio di scoramenti da eterni adolescenti.

Anche se i ripetuti incipit a motivetto, i coretti, le casse dritte, la “robina nello stomaco”, il “Bambi”, il “Baby”, i topi che saltano, sono lontani dal mio gusto – e su certi brani avverto pericolosi picchi glicemici – Rareş, indubbiamente, sa parlare anche di me, e anche a me. È l’estetica della malinconia che accomuna la lirica di questa nuova costellazione di artisti anti-ispirazionali che incarnano non la vita che il pubblico vorrebbe avere, ma quella che sospetta di star già vivendo. Penso a Faccianuvola. Non è un fenomeno di certo nuovo – questo della malinconia – ma noto come spesso da estetica si passi a retorica, e dalla malinconia, alla nostalgia. L’uso dell’imperfetto, un narratore che spesso parte da un “io”, che poi diventare un “noi”, o che si riferisce sempre a un interlocutore. Il ricorso al condizionale passato e ai modali. Mi facevano notare che forse è una tendenza che deriva da Vasco Brondi, però spogliata dai riferimenti urbani di Brondi, sostituiti da una curiosa tendenza verso la meteoropatia – forse figlia del climate change? – e la stagionalità.

Hanno previsto pioggia

Non capisco ancora se Sincero! sia una grande accettazione collettiva di noi stessi o l’alzata di mani di chi dice: io son fatto così, lo dichiaro, poi se non ti piace son cazzi tuoi. La sincerità non è di per sé una virtù espiatoria. Rareș canta di una generazione molto consapevole, che sa individuare i propri pattern, usarli perfino come elementi di personalità – stamane mentre cercavo di sbucciare un kiwi con un cavatappi guardavo un reel in cui un australiano mi spiegava cos’è una persona avoidant – ma non per questo necessariamente più capace di cambiare. Rareș raccoglie questa coscienza immobile e la trasforma in canzone: non ci dice che va tutto bene, ma nemmeno che qualcosa debba per forza andare meglio (per quanto l’amore sia un’altra cosa). La mia è una generazione che si sposa bene con la musica di Rareş, ne ha bisogno, ci si coccola in quest’estate torrida. Ci consoliamo con l’immagine proiettata di noi stessi, negli occhi degli altri, parlando di me alla prima persona plurale. Per sentirsi meno egoisti e meno soli, guardando a un futuro che non si vede con più dolcezza.