L’estate in cui la musica americana è diventata nera e queer | Rolling Stone Italia
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L’estate in cui la musica americana è diventata nera e queer

I membri della comunità LGBTQ+ afroamericana hanno finalmente trovato musiche mainstream che parlano di loro. «Ecco come si sono sentiti i gay bianchi quand’è uscito ‘Confessions on a Dance Floor’ di Madonna»

Elaborazione grafica di Rolling Stone US. Foto: Carlijn Jacobs/Parkwood Entertainment; Theo Wargo/Getty Images; Matthew Baker/Getty Images

«Ecco come si sono sentiti i gay bianchi quand’è uscito Confessions on a Dance Floor di Madonna», ho scritto in un messaggio indirizzato a un amico nelle prime ore del 29 luglio. «Ecco finalmente un disco per noi».

Venivo dall’ascolto tre volte di fila di Renaissance di Beyoncé che era uscito a mezzanotte. In quanto Millennial gay e nero, quel disco mi parlava. Non che Beyoncé sia mai stata lontana da temi e artisti LGBTQ+, vedi le collaborazioni con Frank Ocean, Big Freedia o MNEK. Questa volta, però, ha scritto una vera lettera d’amore ai fan queer che l’hanno sostenuta fin dal principio.

Non mi vengono in mente altri artisti che, per quelli della mia generazione, hanno fatto un disco intenzionalmente nero e queer quanto Renaissance. È un tesoro di citazioni, campionamenti e tributi agli artisti di colore e LGBTQ+ che hanno ispirato Beyoncé. È un’esperienza IYKYK piuttosto rara per persone marginalizzate e spesso trattate come cittadini di serie B da un’industria che, nel frattempo, non esista a copiarci. La cosa bella dell’estate che sta passando è che Beyoncé non è sola.

Non so se ridere o piangere all’idea che non sia chiaro a tutti quanto le influenze nere e queer siano importanti negli ultimi trend musicali. Su Twitter regna l’indecisione circa il fatto che quella di Honestly, Nevermind sia house music nera e gay oppure semplice “oontz oontz” da club europeo. E i media americani faticano a capire a cosa si riferisca Beyoncé in Cozy quando canta “ti consiglio di non scherzare con mia sorella” (indizio: la sorella in questione non è Solange). Il dibattito, chiamiamolo così, fa capire che c’è bisogno di un bel reset culturale.

È stato confortante (e sorprendente) sentire Madonna unire le forze col rapper nero e queer Saucy Santana per reinventare il significato di “Material Gworrllllll” oppure Lucky Daye in un brano con la cantante lesbica Syd o ancora l’artista hip hop etero GID collaborare con musicisti neri LGBTQ+ tra cui Yung Baby Tate. Tutti esempi importanti di come si può essere alleati all’interno dell’industria musicale.

Prima dell’ultimo boom di apprezzamento dei queer neri, la musica mainstream “per i gay” sembrava un’enorme Pride a base di synth pop o remix da discoteca (si pensi a Madonna, Britney Spears, Lady Gaga, Elton John, Whitney Houston, David Bowie e Cher). Certo, l’amore di Janet Jackson, Diana Ross e Beyoncé usciva dagli altoparlanti dei locali e delle feste gay, ma la stragrande maggioranza dei riferimenti e dei cenni culturali queer erano destinati ai gay del tipo di Will & Grace e Queer as Folk, spesso metropolitani, maschi e bianchi (ehi, gente, quella di ABBA e George Michael non è l’unica musica amata dai gay). Apprezzare la musica queer nera significava avere una playlist segregata, in cui le proprie “icone gay” personali le si sentiva in cuffia, mai in pubblico. 

Nel 2022, questa dicotomia potrebbe finalmente finire grazie all’aiuto di alcuni artisti neri mainstream.

Non molto tempo fa, per sentirmi rappresentato dovevo andare in certi anfratti neri e gay di Internet. Si andava su siti ormai spariti come Black Gay Chat Live o Black Planet non solo per incontrarsi, ma anche per scovare nuovi suoni. È lì che ho conosciuto la cultura queer nera underground (apprendendo ad esempio dell’esistenza del documentario Paris Is Burning) e ho scovato remix contemporanei di pezzi ballabili di artisti del calibro di DJ MikeQ, oggi famoso per lo show di HBO Max Legendary. Le comunità black queer di Tumblr, YouTube e SoundCloud mi hanno reintrodotto alla musica bounce di New Orleans resa famosa da artisti LGBTQ+ come Sissy Nobby, Big Freedia e Nicky Da B. 

È stato al college che ho cominciato ad avere una percezione della mia identità più sfumata grazie alla musica. Studiando teoria critica della razza e intersezionalità m’è parso chiaro che la mia personale comprensione dell’essere queer fosse in buona parte plasmata da un panorama mediatico dominato dai bianchi. Nei primi anni ’10, era raro vedere rappresentate nel mondo della musica persone queer e nere che m’assomigliavano. Mentre emergevano musicisti LGBTQ+ mainstream e bianchi come Lady Gaga, Adam Lambert e Brandi Carlile, altrove non succedeva, ad eccezione di Frank Ocean e Azealia Banks. Per quanto la comunità queer abbia spesso cercato di non notare l’elefante della disuguaglianza nella stanza, era difficile non percepire questa sorta di cancellazione nel mondo della musica.

Ho apprezzato i brividi del primo, controverso album di Lambert For Your Entertainment, ma non potevo ritrovarmi nei riferimenti vocali a Freddie Mercury e nemmeno nei testi sugli intrecci amorosi tra motociclisti. E anche se adoro un bel banger di Gaga, la sua musica “daltonica”, a volte innocua e buona per tutti ha il potere di affascinarmi solo per un tempo limitato. Sentivo la mancanza di una musica queer in grado di far muovere il mio culo formoso e di testi scritti nel gergo che uso con gli amici queer neri. Sfortunatamente, questi suoni erano limitati ad alcuni locali difficili da trovare, alle chat di gruppo, alle mie playlist personali.

Solo dopo l’arrivo di artisti mainstream e neri come Beyoncé, Drake e Megan Thee Stallion è nata una conversazione dell’arte queer nera. 

A giugno, le culture del Black History Month e del Pride Month si sono fuse grazie ad alcuni dischi. Honestly, Nevermind, che Drake ha pubblicato il 17 giugno, mette assieme house e hip hop fino a invocare una rieducazione pubblica delle origini black queer del genere.

Sono stato per lungo tempo un grande fan della musica house e apprezzo il fatto che Drake abbia reso omaggio al passato e al presente di questo genere, anche se potrebbe non averlo fatto intenzionalmente. Non molti sembrano rendersene conto. Parecchi fan di Drake la considerano musica da Ibiza, ma è un atto di whitewashing e di cancellazione della queerness di quel sound.

Il padre della musica house è fin dagli anni ’70 il leggendario dj Frankie Knuckles, musicista orgogliosamente nero. Il nome stesso house fa riferimento al fatto che Knuckles metteva i dischi in un club di Chicago chiamato Warehouse. Da allora, artisti neri ed LGBTQ+ come Kaytranada, DJ Lady D e Honey Dijon hanno tenuto in vita la sua eredità. E su Honestly, Nevermind emerge l’influenza di Kaytranada, dj e produttore gay e nero. Prima che diventasse famoso, era un artista underground che bisognava andare a cercare su SoundCloud e YouTube. Ora vanta due Grammy, ha aperto per Madonna, ha collaborato con Rick Rubin e Anderson .Paak.

Il ritrovato amore di Drake per l’house è stato poi condiviso da Beyoncé nel singolo Break My Soul che ha lanciato Renaissance. Anche in questo caso, in principio i media si sono limitati a collegarlo alla voglia di ballare, senza approfondire le influenze black e queer. Break My Soul non rimanda solo al successo di Robin S. Show Me Love, ma campiona anche elementi di Explode, brano di successo del 2014 di Big Freedia. Stranamente, Drake aveva già campionato la voce di Freedia (da Intro – Freedia Live) nella hit del 2018 Nice for What. Due anni prima, Beyoncé aveva incluso per la prima volta l’artista nella sua Formation.

Il ritorno delle influenze black queer sembra oggi più che mai voluto e dirompente. Ora come ora, è difficile negare da chi e da dove questi artisti mainstream abbiano tratto ispirazione e questo sta finalmente costringendo tutti a prenderne atto. Quando Beyoncé ha dedicato il suo album al suo defunto “zio Jonny”, gay, e a “tutti gli angeli caduti il cui contributo è stato troppo a lungo negletto”, ha implicitamente confermato d’essere l’icona gay nera della mia generazione.

Ho capito che una nuova onda era finalmente arrivata quando ho assistito all’esibizione di Megan Thee Stallion ispirata al voguing a Good Morning America. Stava presentando in anteprima il suo ultimo singolo Her, che promuove l’uso del pronome di genere e incorpora passi di danza del coreografo gay nero Sean Bankhead, che in passato ha lavorato a video di Lil Nas X, Normani, Cardi B e Sam Smith. Non che prima l’influenza queer fosse difficile da individuare: Stallion ha partecipato come giudice a Legendary. Non sorprende che abbia voluto mantenere vivo il suo sostegno alla comunità LGBTQ+.

Ecco perché oggi sono più ottimista di ieri circa la possibilità che la musica che riflette le mie esperienze e la mia identità non sia più tenuta chiusa in un armadio, dimenticata o cancellata dall’industria. È salita sul palco principale grazie ad alcuni fra i più grandi artisti del pianeta. So che la rappresentazione non è tutto, ma è una bella sensazione sentirsi ascoltati, letteralmente.

Tradotto da Rolling Stone US.