Dj visionario, rapper, produttore e attivista, Afrika Bambaataa è stato una delle prime star globali dell’hip hop, ma anche un uomo accusato di abusi sui minori. «Un architetto fondamentale della cultura hip hop», ha scritto Kurtis Blow dopo la sua morte avvenuta ieri a 68 anni. «Ha contribuito a plasmare l’identità dell’hip hop come movimento globale fondato su pace, unità, amore e divertimento. La sua visione ha trasformato il Bronx nel luogo di nascita di una cultura oggi diffusa in tutto il mondo… Riconosciamo allo stesso tempo che il suo lascito è complesso ed è stato oggetto di serie discussioni nella nostra comunità».
Dal punto di vista musicale la sua eredità gira attorno a Planet Rock, il 12” incredibilmente influente uscito nel 1982, prodotto da Arthur Baker e inciso con i Soulsonic Force e le voci dei Planet Patrol. È il pezzo che gli ha regalato la fama globale. Il suono elettronico influenzato dai Kraftwerk ha aperto la strada all’electro-rap e al dance-pop di metà anni ’80, ispirando generazioni di musicisti. I rapper lo citavano nelle loro barre, i Chemical Brothers gli hanno dedicato It Began in Afrika.
Il re filosofo, com’è definito in Rock & Roll Confidential, aveva una sensibilità afrofuturista e riempiva i pezzi di riferimenti all’egittologia e alla cosmologia nera. Come dj, si è guadagnato il soprannome di Master of Records e ha spaziato dal funk-soul al boogie rock, dall’electro al kitsch d’ogni genere. Negli anni ’70 ha fondato la Universal Zulu Nation, organizzazione diffusa in tutto mondo e apprezzata da grandi nomi dell’industria musicale che partecipavano alle sue feste annuali. Nei primi anni ’80 ha contribuito a definire l’hip hop – termine attribuito al compianto Keith “Cowboy” Wiggins dei Grandmaster Flash & the Furious Five – attraverso le quattro arti: djing, graffiti, breakdance e rap.
Prolifico fino all’eccesso, ha pubblicato decine di album nel corso della carriera. Non ha mai eguagliando il successo di Planet Rock, ma ha centrato varie altre hit nelle classifiche internazionali, in particolare Reckless con gli UB40 nel 1988 come Afrika Bambaataa & Family e Afrika Shox del Leftfield nel 1999. Nel frattempo, i giornalisti lo associavano a Kool Herc e Grandmaster Flash, la sacra trinità dell’hip hop, una cultura che nel frattempo stava diventando un fenomeno globale.
Nel marzo 2016, Ronald Savage, ex crate boy che portava i dischi del dj alle esibizioni, ha detto che Bambaataa aveva abusato sessualmente di lui nel 1981 (ha poi ritrattato). «Sono accuse infondate, il tentativo vile di infangare la mia reputazione», ha detto all’epoca Bambaataa. Altri uomini e membri della Zulu Nation lo hanno poi accusato di avere abusato di loro. Dal quel che si sa, nel 2021 è stata intentata almeno una causa civile nei suoi confronti. Nel 2025 un giudice ha dato ragione a una persona che lo accusava di avere abusato di lui per quattro anni a partire dal 1991, quando la vittima aveva solo 12 anni.
La notizia ha diviso la comunità hip hop americana. Secondo Melle Mel nell’ambiente se ne parlava da anni, la leadership della Zulu Nation ha preso pubblicamente le distanze dal fondatore. Un portavoce, TC Izlam, si è dimesso in segno di protesta (è stato ucciso un anno dopo ad Atlanta in circostanze misteriose). Decine di rami della Zulu Nation, che ne facenvano parte dagli anni ’80, hanno abbandonato l’organizzazione per formarne una nuova, la Zulu Union. KRS-One ha difeso la memoria artistica di Bambaataa: «Se pensiamo all’hip hop, nulla può essere tolto ad Afrika Bambaataa. La storia è storia».
Nato Lance Taylor nel 1957 nei Bronx River Projects, complesso di edilizia popolare nel Bronx meridionale, era figlio di una donna giamaicana e di un uomo originario delle Barbados. È stata la collezione di dischi della madre ad ispirargli il carattere eclettivo dei suoi dj set: «Sentivi del soul tipo James Brown, Motown e Stax-Volt e subito dopo suoni africani come Mama Africa di Miriam Makeba, e poi calypso, salsa o Salsoul… e poi ancora il pop di Edith Piaf e Barbra Streisand, fino a gruppi come Three Dog Night e Creedence Clearwater Revival».
Gran parte della sua vita è avvolta nel mistero, o nel mito. Per decenni ha detto ai giornalisti di essere Kevin Donovan, membro anonimo della Harlem Underground Band che ha curato il suo primo 12” con i Cosmic Force Zulu Nation Throwdown (1980). Il suo vero nome è venuto fuori solo nel 2016, ai tempi delle accuse per gli abusi. Come se non bastasse, ha raccontato versioni contrastanti della sua vita prima del boom di Planet Rock.
Da giovane ha fatto parte dei Black Spades, una delle gang del South Bronx alla fine degli anni ’60. Durante gli studi alla Adlai Stevenson High School ha fondato con alcuni ex Spades la Organization, che è poi diventata Zulu Nation. Nel farlo, sono stati di ispirazione un viaggio in Africa del 1975, vinto grazie a un concorso dell’Unicef, e il film del 1964 Zulu. Ha iniziato a mettere dischi alle feste di famiglia e ha fatto il suo primo dj set professionale nel 1976. «Si trattava solo di mixare dischi, senza effetti».
Si è fatto una reputazione facendo impazzire il pubblico mettendo dischi selvaggi e anticonvenzionali. Nel frattempo, la nascente Zulu Nation gli faceva sia da crew che da security, ed era necessario in quartieri il cui la gestione della sicurezza era autogestita. «Essendo un ex Black Spade, Bam aveva sempre attorno un gruppo di tipi tosti per assicurarsi che i suoi party non degenerassero», scrive Grandmaster Flash nella sua autobiografia. «Non ti facevano arrivare alla console, ma quando ci riuscivo Bam era gentile. Era uno di quelli che ti prestavano i dischi, tutti».
Come molti altri pionieri del rap, Bambaataa ha accolto con scetticismo l’uscita nel 1979 di King Tim III della Fatback Band e di Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, ovvero i pezzi che hanno fatto entrare il rap nel mainstream. I due 12” che ha pubblicato nel 1980 non hanno avuto grande successo. Grazie a Death Mix, registrazione di un suo set in una high school uscita dopo il successo, abbiamo una rara testimonianza ufficiale delle sue prime performance. Nel 1981 è entrato in contatto con Tom Silverman della Tommy Boy Records e ha lavorato a Havin’ Fun dei Cotton Candy, Jazzy Sensation con la Kryptic Krew e collaboratori della Zulu Nation come DJ Jazzy Jay e i Jazzy 5, ma soprattutto Planet Rock, ispirato in parte dalle sue esperienze al Mudd Club dell’East Village, che era frequentato da un pubblico misto fatto di punk, hip hop, new wave, modaioli. «Ho capito cosa fare dopo il Mudd Club. Il resto è storia».
Sono poi arrivate nel 1983 Looking for the Perfect Beat e Renegades of Funk!. A quel punto Bambaataa era diventato una figura di punta dell’electro. Si esibiva coi Soulsonic Force in costumi di scena elaborati che ricordavano quelli di Sun Ra e degli Earth, Wind & Fire. Un po’ come George Clinton, anche lui coordinava un collettivo fluido di rapper, dj e musicisti. La chiamava la sua funk family. Questa filosofia ha dato vita a vari progetti come Shango con i Material di Bill Laswell (vedi Shango Funk Theology, 1984) e World Destruction con John Lydon, PiL ed ex Sex Pistols. Il suo ultimo grande successo negli States è stato Unity del 1984 con James Brown. Ha piazzato 16 singoli nelle classifiche britanniche, segno di un successo che in Europa è stato maggiore rispetto agli Stati Uniti.
Mentre i b-boy si appassionavano a nuovi nomi come Run-D.M.C., Whodini o LL Cool J, Bambaataa non è sparito dalla circolazione, ma è diventato una sorta di padrino citato ad esempio dai Public Enemy in Night of the Living Bassheads (“Here it is, Bam!”) e omaggiato da Q-Tip in Vibes & Stuff(“Give enough respect to Afrika Bambaataa”).
Nuove sezioni della Universal Zulu Nation hanno continuato a nascere nel mondo con la benedizione di buona parte del mondo del rap per via dell’appartenenza, degli eventi, dell’ammirazione verso la sua etica pacifica e la politica a favore dei neri. L’organizzazione, ha detto Bambaataa, traeva ispirazione da «ideologie diverse, la Nation of Islam, le Pantere Nere, gli Young Lords. Abbiamo avuto a che fare con i Five Percenters, i cristiani, gli indù, i buddisti. Gli insegnamenti vengono da chiunque abbia fatto ricerca». La sezione originale del Bronx è stata presa di mira da Rudy Giuliani. Secondo l’allora sindaco di New York erano una gang, un’affermazione non accompagnata da prove dell’attività criminale. Fatto sta che la città ha bandito il gruppo dal complesso di case popolari del Bronx nel 1995. «Sono tutte sciocchezze», ha risposto Bambaataa sul New York Times.
Bambaataa è rimasto attivo partecipando tra le altre cose a progetti benefici come Sun City degli Artists United Against Apartheid. Ha poi lavorato su electro e house, collaborando con produttori techno come WestBam e Paul Oakenfold. Ha dato alle stampe compilation e remix, tra cui una nuova versione di Planet Rock per il film Codice: Swordfish del 2001. Nel 1999 ha pubblicato la compilation di remix intitolata United DJs of America Volume 13: Electro Funk Breakdown e Planet Rock: The Dance Album.
Tra i riconoscimenti che ha ricevuto, nel 2007 è stato candidato all’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame e nel 2012 ha ricoperto per tre anni la carica di visiting professor alla Cornell University. Nel 2014, DJ Shadow e Cut Chemist gli hanno reso omaggio con un tour basato su Renegades of Rhythm. Nel 2011, Bambaataa e un gruppo guidato dall’ex dj e discografico Rocky Bucano hanno avviato un’iniziativa per creare un museo dell’hip hop nel Bronx. È nato così l’Hip Hop Museum, una struttura multifunzionale da svariati milioni di dollari la cui apertura è prevista entro la fine di quest’anno. Quando sono emerse le accuse di abusi, la direzione del museo ha detto che Bambaataa non aveva più alcun ruolo dal 2016. Circolavano voci su un suo coinvolgimento nella Zulu Nation fino alla morte.
Ha continuato fino alla fine a registrare ed esibirsi all’estero facendo una sorta di electro funk cosmico e definendosi «l’Amen Ra della cultura hip hop». I suoi collaboratori ignoravano o sceglievano di ignorare le accuse che gli erano state mosse. Per gran parte del pubblico, restava l’uomo di Planet Rock e l’artista che aveva contribuito a fondare un movimento globale.
«Ogni anno gli artisti vengono a prendere parte all’Universal Zulu Nation Hip Hop Culture Anniversaries», ha scritto in un messaggio su Instagram come al solito enigmatico. «Oppure vi siete fatti manipolare e avete dimenticato tutto quanto?».










