Le scene rock non sono sparite: il caso di South London | Rolling Stone Italia
Indipendenti che ce l'hanno fatta

Le scene rock non sono sparite: il caso di South London

Da qualche anno il do-it-yourself inglese ha coordinate geografiche precise. Locali, studi ed etichette nella parte sud di Londra non puntano sulle solite hit, ma su emergenti e l'assenza di regole estetiche

Black Country, New Road

Foto: Maxwell Grainger

«Era l’anno del Brit pop, così sono andato in America per fuggire da quella merda e ascoltare buone band». Tim Perry ricorda così quando scriveva di cibo per Rough Guides. Il suo lavoro l’ha portato in giro per il mondo fin quando si è imbattuto a Brixton nel bar Brady’s, versione aggiornata dell’hotel Railway, un luogo famoso negli anni ’60 per le lunghe jam di Jimi Hendrix dopo i concerti in città.

Lì Perry una sera, strafatto, ha un’illuminazione: organizzare una volta al mese una serata country e hip hop. Durante una di queste, gli viene proposto di occuparsi anche del Windmill, un altro pub di South London. Le Twisted AM Lounge si tengono inizialmente una volta al mese, ma il loro successo è talmente rapido che si passa ben presto alla cadenza quindicinale e, successivamente, settimanale.

Con un gusto tutto suo e una fede incrollabile nel passaparola, perché l’hype o lo crei o lo subisci, Perry riversa nel Windmill tutto il suo eclettismo. Il locale bohémien con la birra a buon mercato diventa la data fissa di tutte le band emergenti britanniche a cavallo tra gli anni ’10 e ’20 del Duemila, facendo esplodere in particolare tre gruppi dal sound imprevedibile e contaminato: Squid, Black Country, New Road e Black Midi, per alcuni le punte di diamante della cosiddetta scena Windmill.

Non molto distante dal Windmill c’è lo studio sotterraneo di Dan Carey, produttore e co-fondatore, assieme a Alexis Smith e Pierre Hall, della Speedy Wunderground, etichetta indipendente di South London. Carey ha prodotto, tra gli altri, i dischi di Fontaines D.C., Squid, Black Midi, l’esordio delle Wet Leg e delle Goat Girl, più recentemente Life Is Yours dei Foals.

La Speedy Wunderground gioca a carte scoperte sin dal 2013 grazie a un decalogo impresso a chiare lettere sul suo sito, un manifesto in cui viene ribadito che il lavoro è rapido, spontaneo e istintivo: «Tra la registrazione e la pubblicazione ci sarà il minor ritardo possibile». Nel catalogo Emiliana Torrini, Kae Tempest, il post punk degli svedesi Fews, la psichedelia dei Tiña, l’indie rock dal sapore anni ’90 di Joyeria, l’art punk dei Lounge Society, oltre ad alcuni singoli della triade del Windmill.

«Credo che lavorare con nuovi artisti sia qualcosa di eccitante, perché non ci sono preconcetti e non c’è uno schema fisso nel modo in cui le cose vengono fatte», afferma Carey. Infatti, gran parte dei dischi pubblicati nei primi anni di vita della Speedy Wunderground sono figli di una singolare consuetudine: invitare una volta al mese allo studio del produttore una band o un gruppo di musicisti che non si conoscono e registrarli aspettando il momento giusto in cui un brano, o qualcosa di simile, prende forma.

Nello stesso perimetro della Londra meridionale opera un’altra etichetta, la untitled (recs) di Alex Putman che, come la creatura di Carey, Smith e Hall, ha il radar settato sugli emergenti e nessuna costrizione estetica, come si evince dal suo roster eterogeneo, dove convivono lo slowcore dei Deathcrash, il trio post punk Famous, le contaminazioni degli Horsey, le sperimentazioni di Jerskin Fendrix e l’hyperpop queer di Taahliah.

Uno degli uffici della untitled (recs) è situato dall’altra parte del Tamigi, ma è condiviso con quelli della Slow Dance, la creatura polimorfa di Marco Pini, che con Darius Williams ha fondato con questo nome una fanzine diventata successivamente una rassegna musicale di concerti e, infine, un’etichetta e management. Come se non bastasse, nel 2019 il duo ha dato vita alla Slow Dance Radio, ospitata alla Aaja, un bar situato a Deptford, zona sudovest di Londra, caratterizzato dalla vecchia galleria ferroviaria da cui è stato ricavato e, soprattutto, famoso per essere, allo stesso tempo, anche un’etichetta discografica e uno spazio per eventi e trasmissioni streaming.

Secondo Pini è l’atteggiamento di artisti, proprietari dei locali e di etichette a favorire la vivacità di South London: non fanno calcoli di marketing, ma sono fedele al principio del divertimento, un’inclinazione che rende tutto «meno intimidatorio rispetto ai tizi in giacca e cravatta delle grandi case discografiche o delle label indie più famose».

Questa forte vitalità culturale è garantita principalmente da una comunità di persone mosse dalla consapevolezza di dover creare situazioni, posti, eventi piuttosto che perdere tempo in lunghi discorsi sul da farsi. Ne sono testimonianza non solo l’impossibilità di racchiudere la musica degli artisti, i roster delle etichette e le atmosfere dei locali di musica dal vivo in un’unica estetica, ma anche la voglia di contaminazione che contraddistingue questo ecosistema artistico. Un ecosistema che ha raccolto la preziosa storia culturale di South London.

Nel Medioevo, i moli di Woolwich, Greenwich e Deptford vedevano salpare e attraccare navi che facevano il giro del mondo, rendendo la zona meridionale della capitale un calderone cosmopolita in equilibrio tra l’esotismo delle colonie e la vita bohémien dei locali londinesi. Nel secondo dopoguerra a South London si concentra un gran numero di persone appartenenti alla generazione Windrush, gli abitanti delle colonie chiamati dalla madrepatria per ricostruire una Londra dilaniata dai bombardamenti con la promessa della cittadinanza britannica, mai resa effettiva. Questa atmosfera multiculturale accoglie negli anni ’70 artisti attratti dagli alloggi a basso costo e case abbandonate da chi si era trasferito nei quartieri abbienti della City.

Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 nelle zone di Brixton e Peckham i sound system diffondono vibrazioni profonde che si mescolano con le identità sonore di etichette come la Deptford Fun City (Squeeze e Alternative TV) e la Step-Forward (Cortinas, Models, Fall), entrambe nate da un’idea di Miles Copeland, il fratello di Stewart, batterista dei Police. Nel decennio successivo, grazie anche alla vittoria laburista seguita al buio thatcherista, ci pensa la crew Dole House a far ballare i south londoner, che, però, all’inizio del terzo millennio si ritrovano in un periodo di stasi.

Anche in risposta a questa paralisi, gli anni ’10 del Duemila segnano una nuova esplosione di creatività che rende South London la fucina di emergenti di talento, il luogo da segnare sulla mappa per diventare qualcuno e il centro nevralgico di una vera e propria rete di iniziative. Ne è testimonianza Sister Midnight, un collettivo costituitosi dopo la chiusura dell’omonima sala concerti a causa della pandemia nato «con la missione di aprire il primo locale di musica dal vivo di proprietà della comunità di Lewisham». La raccolta fondi è stata non solo partecipata, ma accolta con lo stesso entusiasmo con cui gente del calibro di Liam Gallagher si è adoperata per salvare il Windmill durante il difficile periodo del Covid.

«Per ironia della sorte», afferma Marco Pini, realtà come quelle di South London nascono e si rafforzano «quando ci sono periodi di grande sofferenza economica e di minori investimenti nella cultura, perché significa che ci sono meno luoghi di ritrovo per tutti, quindi tutti finiscono negli stessi spazi e, a causa della frustrazione per il disinteresse della politica verso l’arte, le persone iniziano a fare le cose da sole».

Questa risposta immediata alla catastrofe che ha coinvolto musicisti e sale concerti – il Windmill si è inventato delle matinée per ovviare alla chiusura anticipata durante le restrizioni del 2020 e 2021 – ha settato la rotta della musica emergente britannica e reso South London l’epicentro di un rinascimento culturale. Tim Perry adesso ha l’imbarazzo della scelta: può ascoltare tanta buona musica senza dover attraversare l’oceano.