Le parole di Mick Jagger, Lou Reed e Yoko Ono dopo l’11 settembre | Rolling Stone Italia
2001-2026

Le parole di Mick Jagger, Lou Reed e Yoko Ono dopo l’11 settembre

I racconti del frontman degli Stones, che aveva una figlia a Manhattan, e di due newyorkesi poche settimane dopo il crollo delle Torri Gemelle. «Non è successo per caso»

Le parole di Mick Jagger, Lou Reed e Yoko Ono dopo l’11 settembre

Mick Jagger al concerto per le vittime delle Torri gemelle

Foto: Kevin Kane/WireImage

Il 25 ottobre 2001, poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre, Rolling Stone US ha realizzato un numero speciale con storie raccontate direttamente da Ground Zero e da ogni parte del mondo. Tra le altre cose, sono state raccolte le riflessioni di alcuni artisti che stavano ancora cercando di elaborare quanto successo.

  • Mick Jagger

    Ero sotto shock, mia figlia Elizabeth vive a una quindicina di isolati da lì e non riuscivamo a metterci in contatto con lei. La sera siamo finalmente riusciti a sentirla passando dal Sudafrica, il che è assurdo.

    Quel che avverto in molti miei amici americani, anche se non lo esprimono a parole, è la sensazione di essere stati violati. È tremendo quando viene infranta la sensazione di sicurezza, l’idea che l’America sia un posto in cui tutti sono al sicuro. Noi in Inghilterra viviamo con questa realtà da trent’anni: gente che mette bombe nei pub e nei centri commerciali, colpendo persone innocenti. Mi è capitato di trovarmi in situazioni del genere, ho sentito esplodere una bomba, fa una paura tremenda.

    Il terrorismo, che uccida cinque o 5000 persone, calpesta l’umanità e tutto ciò che ci si aspetta da una società civile. Non ho mai creduto nella violenza come mezzo per raggiungere gli obiettivi politici di cui parlavamo in canzoni come Street Fighting Man. Non ho la minima considerazione per chi ci crede, né per le idee romantiche di queste persone.

    All’inizio di tutto questo ero in Francia, poi sono stato in Gran Bretagna e lo shock è stato rapidamente sostituito da un’ondata di fratellanza. C’è stata vera solidarietà, partecipazione autentica, la sensazione che volessimo stare lì con voi. Era una cosa autentica e commovente. In tv hanno mostrato una cerimonia commemorativa in Germania, con una partecipazione enorme. Impressionante. Come si tradurrà tutto questo? Nella guerra che si sta preparando e che ancora non riusciamo a vedere chiaramente? È questo il mistero: come sarà e cosa succederà? Il Medio Oriente è molto più vicino all’Europa che all’America. E questo conta parecchio quando si parla di missili balistici e del coinvolgimento dell’Iraq. Non sto dicendo che qui la gente sia terrorizzata, ma la prospettiva è diversa. E in questi Paesi vivono moltissime persone di origine mediorientale e questo rende tutto ancora più complicato dal punto di vista emotivo.

    La gente mi diceva, e anch’io mi sentivo così: «Per una settimana non sono riuscito a fare niente. La mia vita, tutto quel che faccio mi sembra insignificante». Ma, in una certa misura, dopo lo shock e il lutto arriva il momento di tornare alla vita di tutti i giorni. Durante la guerra i miei genitori cercavano di andare avanti il più normalmente possibile, facendo gli aggiustamenti necessari. Non puoi permettere ai terroristi di stravolgere completamente il tuo stile di vita. È esattamente quello che vogliono. Sarebbe una vittoria.

  • Lou Reed

    Ho visto tutto dal tetto di casa mia, al Village. Per giorni ho visto il fumo e ne ho sentito l’odore. Lo vedo ancora, è lì. Stiamo pagando il prezzo di quello che alcuni dei nostri leader politici hanno fatto in nome del petrolio. Non è una cosa venuta fuori dal nulla. Non è successo per caso. E, visto che viaggio molto e passo continuamente dagli aeroporti, ho sempre notato quanto poco fosse curata la sicurezza negli Stati Uniti. Non abbiamo mai preso sul serio la questione. I controlli sono sempre stati pensati soprattutto per fermare la droga. Questi tizi ci hanno dimostrato che non ci serve uno scudo missilistico tipo Guerre stellari. Sono bastati due biglietti aerei da Boston a Los Angeles.

    Qui è tutto  assurdo. Vendono magliette con la foto delle Torri e una scritta tipo “Sono sopravvissuto”. Gesù. Ma questa è la bellezza della democrazia a New York. C’è posto per tutti, anche per gli ultimi. Abbiamo i matti del quartiere che telefonano per lanciare falsi allarmi. Con quello che è successo, chi è che farebbe una cosa del genere?

    Eravamo in giro e siamo passati davanti al cinema di Union Square. Era stranissimo: tutto illuminato, ma non c’era nessuno. Dentro, però, c’erano un paio di ragazzi. Sono usciti e ci hanno detto: «Sentite, stanotte questo posto è un rifugio. Se volete usare il bagno, se avete bisogno di dormire o se siete semplicemente tristi e volete andare da qualche parte, entrate». Siamo rimasti senza parole. Mi piace pensare che New York sia questo. Quella notte, il 99% delle persone si è dato da fare, facendo di tutto per aiutare gli altri.

    Tornare in tour? Stamattina ne ho parlato con Tony Smith, il mio batterista: ci torniamo. Sono stato in mezzo ai casini in Italia, quando Dio solo sa cosa stava succedendo con le Brigate Rosse. Abbiamo girato l’Europa quando è esploso questo o quello. Qui la posta in gioco si è alzata parecchio. Ma la questione non è soltanto: cosa farai con i tuoi tour? È: cosa farai della tua vita? Quello che facciamo ha ancora senso? Io penso di sì. Fare musica, creare cose belle. Dobbiamo amare il bene e la bellezza. Se non lo facciamo, finiamo nel nichilismo.

    Credo che dal male venga sempre qualcosa di buono. Sempre. In un modo o nell’altro. Potrebbe volerci molto tempo prima di riuscire a vederlo. Tutti quelli che conosco sono depressi e fanno fatica a concentrarsi, ma l’unico modo per uscirne è lavorare, fare cose positive. Stavamo facendo un disco nuovo. Nessuno mi può impedire di finirlo. Punto. Stiamo cercando di creare qualcosa di bello.

    Non lascio New York. E non la lascerà nessun altro. Siamo qui. Siamo americani nel senso più autentico del termine: non siamo soltanto americani, siamo newyorkesi americani.

  • Yoko Ono

    Sono tornata con la memoria alla mia infanzia a Tokyo, durante la Seconda guerra mondiale. Mi sono ricordata di quando ogni notte suonava la sirena e significava che i B-52 erano sopra le nostre teste e dovevamo correre nei rifugi. Poi sentivi cadere le bombe. Avevano un suono particolare, quel “boom, boom”, capivi quando si stavano avvicinando e pensavi che una sarebbe caduta su di te. Poi però tutto si fermava, uscivi dal rifugio e ti rendevi conto che avevi ancora un altro giorno da vivere.

    Credo che insieme riusciremo a creare una nuova realtà. Siamo una sola mente, un solo corpo. E il nostro corpo ha ricevuto uno shock incredibile. Questo è il momento di capire che non possiamo reagire alla rabbia o alla paura tagliandoci un braccio. Quel corpo deve vivere e sopravvivere. È vero quello che ha detto il Mahatma Gandhi: «Occhio per occhio e il mondo diventa cieco».

    John sarebbe stato furioso. Ma non era stupido. Era saggio. Sapeva che si deve agire non sulla spinta delle emozioni, ma della saggezza. Negli anni ’60, quando le frange radicali dicevano «morte ai maiali», riferendosi alla polizia, noi dicevamo: «Abbracciate i maiali, baciate un poliziotto». La gente pensava che fossimo pazzi. Anche quelli che stavano dalla nostra parte pensavano che fossimo pazzi. Ma questo è il momento in cui bisogna guarire. È anche il momento in cui i cittadini americani dovrebbero cercare di conoscere e capire la lingua e le convinzioni dei musulmani. Invece di odiarli, dovremmo abbracciarli e ascoltare quel che hanno da dire. Dobbiamo sentire che cosa hanno da dire su quello che è successo e sulla loro fede.

    Potrebbe esserci una guerra, ma il mondo non finirà. Possiamo fare in modo che non finisca. Ho visto Hiroshima e sono stata a Tokyo quando la città bruciava. Siamo sopravvissuti. Noi esseri umani siamo una specie straordinariamente resiliente. La mia esperienza è stata dolorosa, ma mi ha resa più forte. Ho fatto del mio meglio con quello che avevo: la sensazione di aver appena attraversato qualcosa di terribile, ma di essere sopravvissuta.

    Ho la sensazione che ci siano persone che si sentono minacciate dall’idea della pace, perché vogliono la guerra. Ma dobbiamo avere la saggezza di non prendere quei sondaggi troppo sul serio. Secondo i sondaggi più dell’80% delle persone vuole la guerra. Nessuno lo ha chiesto a me, nessun sondaggista è venuto da me a farmi quelle domande e nessuno dei miei amici è mai stato interpellato. Che razza di sondaggio è?

    Spesso quando preghiamo per la pace, finiamo per immaginare la guerra. Immaginazione e preghiera devono andare di pari passo. Mentre pregate, immaginate tutte le persone che vivono in pace.

    Da Rolling Stone US.