È stato affidato a Bruce Springsteen l’ultimo elogio funebre di Clive Davis alla cerimonia che si è svolta ieri a New York. Hanno fatto discorsi anche Alicia Keys, Dionne Warwick e Barry Manilow, tre dei tanti artisti la cui carriera ha beneficiato dell’opera del grande discografico. Si sono ascoltate performance di Kenny G e Jennifer Hudson. Qui sotto la trascrizione del discorso di Springsteen.
Clive Davis era la persona più umile dell’industria musicale (ride). Non è esattamente vero. Clive era enorme, magniloquente, coraggioso e pieno di idee, e credeva, credeva, credeva, credeva con tutto se stesso. Aveva un’aria regale ed era nato per dirigere… qualsiasi cosa (nell’originale Springsteen gioca col significato del verbo to run e col titolo della sua canzone: «He was born to run… everything», ndr).
Era il 1972, io ero un musicista ventiduenne, mezzo artista e mezzo surfista che arrivava a New York com l’autobus della Lincoln Transit proveniente da Asbury Park. Due settimane prima avevo fatto un’audizione col leggendario John Hammond e l’accoglienza era stata incredibile, impensabile, entusiastica. «Devi suonare per Clive», mi ha detto John. «Ho avuto i miei successi e i miei fallimenti, ma è Clive che prende le decisioni finali».
E così sono tornato dopo un paio settimane. Arrivo in tarda mattinata con John nell’elegante ufficio di Clive senza avere nulla da perdere se non tutto il mio mondo. Ero nervoso? Un po’ sì. Mentre con l’ascensore salivamo al piano cercavo di autoconvincermi: «Non ho niente. Nel peggiore dei casi uscirò da qua senza niente, quindi avrò comunque quello con cui sono entrato». Ha funzionato, più o meno. Entriamo nel suo ufficio e, appena varcata la soglia, Clive fa il giro della scrivania, mi prende la mano tra le sue e dice: «John mi ha molto parlato di te. Non vedo l’ora di ascoltarti». Molto gentile e accogliente.
Mi siedo e inizio a strimpellare la chitarra. Credo di avergli suonato Growin’ Up e Saint in the City, due canzoni che sono poi finite nel mio primo album. Finisco e Clive sorride e dice semplicemente: «Benvenuto alla Columbia Records». E con quelle poche parole mi ha cambiato la vita. Per sempre. Da quel giorno niente è cambiato tutto.
Quel giorno Clive ha mostrato a un perfetto sconosciuto di 22 anni lo stesso calore, la stessa gentilezza e lo stesso rispetto che avrebbe continuato a dimostrarmi, anche dopo il successo, per altri 50 anni. Nulla ha mai cambiato atteggiamento. Clive era il mio principale sostenitore alla Columbia, mi incoraggiava, mi promuoveva, convinceva l’etichetta a sostenermi in ogni modo possibile. Era anche un critico molto acuto. Quando gli ho dato il primo disco me l’ha restituito dicendomi: «Qua dentro non c’è niente che la radio possa trasmettere! E tu vuoi andare in radio, vero?». «Sì che ci voglio andare». Lo volevo davvero.
E così mi ha rispedito a casa. Ho scritto Spirit in the Night e Blinded by the Light nel mio misero appartamentino bohémien vicino alla spiaggia. Quelle due canzoni hanno cambiato completamente il profilo e la percezione dell’album. Clive è arrivato perfino a filmarsi mentre recitava il testo di Blinded by the Light, manco fosse l’opera di uno Shakespeare del New Jersey. Era imbarazzante, ma ha insistito per spedire quel video agli uffici della Columbia di tutto il Paese. Esilarante.
Per il resto della sua lunga vita, anche quando il nostro rapporto professionale era ormai giunto al termine, non ha mancato neanche uno dei miei concerti a New York. Faceva in modo di essere praticamente a ogni evento importante della mia carriera. Solo pochi mesi fa è venuto a vedermi al Land of Hope and Dreams Tour a Newark. Aveva 94 anni ed è rimasto in piedi per tre ore! Ogni volta che lo vedevo mi riportava sempre a quel momento d’oro. Sapete, il momento in cui, se hai talento e anche la fortuna dalla tua parte, emerge un artista se dall’altra parte della scrivania è seduta la persona giusta che ti ascolta. Quella persona per me, oggi e per sempre, è stata Clive Davis.
Con la sua scomparsa è svanito anche il mondo di cui Clive era un rappresentante fuori dal comune. Era il mondo dei grandi discografici: Berry Gordy, Ahmet Ertegun, Mo Ostin, Jerry Wexler, John Hammond, Jac Holzman. Uomini che hanno definito, amato e sostenuto la discografia dalla poltrona in cui sedevano dietro quella scrivania fino all’ultimo gradino dell’industria. Clive ha cambiato la vita di moltissimi artisti e interpreti. Non passa giorno che seduto nel grande portico di casa, circondato dalle mie grandi auto, dalla mia grande famiglia, di fronte al mio grandi giardino, senza che Clive mi torni in mente.
Ha guidato il pubblico facendogli conoscere una quantità enorme di musica potente e di grande ispirazione. E non amava solo la musica: voleva bene alle persone che quella musica la creavano, anche se erano complicate, anche se erano dei rompiscatole. Voleva loro bene, profondamente e per sempre. Con la sua lealtà mi ha fatto capire che era così che aveva sempre visto anche me, e io ho ricambiato quell’affetto. Da Clive non ho mai sentito altro che amore.
E quindi, oggi un ragazzo con una chitarra può ancora salire ai piani alti di un ufficio di New York e ritrovarsi catapultato nella storia della musica? Questo non lo so. Non so se quei tempi esistono ancora. Ma essendo uno che quel viaggio l’ha fatto, posso dire che è stato un miracolo incredibile, indescrivibile e meraviglioso. E per me quel miracolo avrà sempre un solo nome: Clive Davis. Solo amore, Clive. Grazie.















