Cieli di piombo, metropoli grigie di smog e cemento, bar fumosi con interni in legno listellato, scioperi, slogan urlati tra i lacrimogeni. Nelle strade i tubi di scappamento ammorbano l’aria, nelle fabbriche il malcontento impera. Eppure ci sono barlumi di speranza. Alle elezioni del giugno 1976 il Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer ottiene un risultato storico: il 34,4% alla Camera (oltre il 7% in più rispetto al 1972). Il PCI è il secondo partito del Paese, subito dopo la Democrazia Cristiana. Le menti del Movimento sono in fibrillazione. Nelle sedi del partito l’atmosfera è elettrica. Il 1976 è il momento della speranza più alta, ma è anche l’inizio della fine. La lotta armata prenderà sempre più piede, arriveranno i disordini studenteschi, il rapimento di Aldo Moro, la dissoluzione delle utopie. Per un attimo, però, qualcosa sembra presagire un futuro possibile, pur dentro un clima tesissimo.
In ambito musicale i romanticismi del prog hanno fatto il loro tempo. In giro c’è un jazz-rock più incazzato che mai. La Cramps Records stampa volumi di musica contemporanea che trovano l’attenzione di un pubblico giovane. L’intrattenimento si è fatto da parte, il Festival di Sanremo non lo guarda più nessuno. Ci sono anche le prime spinte disco, urgenti, quasi terapeutiche, utili a sollevarsi da un clima fosco. I cantautori — chitarra alla mano, penna affilata — provano a fotografare il momento. Lo fa assai bene Claudio Lolli con i suoi Zingari felici, e poi Guccini, Gaber, De André, De Gregori. Ognuno con la sua cifra stilistica.
E Lucio Dalla? Cosa si inventa il bolognese per raccontare il suo presente? Prima uno spettacolo (che nel 1977 diventerà un programma televisivo) intitolato Il futuro dell’automobile. Poi il relativo album a tema, con una serie di brani dedicati al mezzo di trasporto che ha modificato i paesaggi (a causa della costruzione di strade e autostrade) e la società (decretando la lenta sparizione della civiltà contadina). Senza dimenticare le difficoltà della più importante azienda automobilistica italiana. Il 1976 è infatti un anno di forte conflittualità sindacale alla Fiat: le proteste non riguardano soltanto i salari, ma anche le condizioni di lavoro, la salute degli operai e il potere contrattuale dei Consigli di fabbrica.
Come in tutte le sue sortite di questo periodo, al fianco di Lucio Dalla c’è Roberto Roversi, poeta capace di trasformare in parole ciò che il musicista intuisce con le note. Il sodalizio è perfetto: testi tra favole antiche e moderne, bizzarrie e fotografie impietose della realtà che il compositore riveste delle partiture più avventurose che abbia mai concepito. Arrivederci ai successi di 4/3/1943 e Piazza Grande: ora c’è da farsi cantori dell’aria rovente che si respira. Lo hanno dimostrato Il giorno aveva cinque teste (1973) e Anidride solforosa (1975). Con Automobili scatta qualcosa in più: la tensione artistica arriva al limite.
Il sodalizio funziona ancora e probabilmente sarebbe stato capace di generare altri dischi straordinari. Ma Roversi è troppo inflessibile per accettare le logiche della discografia, come la decisione di pubblicare un lavoro con soltanto una parte dei brani presentati nello spettacolo. La RCA però non sente ragioni: è già sul piede di guerra con Dalla. Vogliono dischi che tornino a vendere, pretendono dall’artista un successo. E c’è da immaginare la faccia di Roversi (che per ripicca firmerà i testi con lo pseudonimo di Norisso) di fronte a queste richieste. Così Dalla si trova tra due fuochi. Da una parte gli stimoli di quella collaborazione, dall’altra l’inquietudine di chi non vuole restare fermo sulla stessa rotta. Qualcosa è destinato a cambiare, e in modo radicale. Per ora, però, Dalla veste ancora bene i panni del cantore controculturale e dello stravagante showman: lo fa con lo spettacolo e lo fa con il disco che decide di rivestire di una ricchezza musicale mai tentata prima.
Si può dire che Automobili sia il grande disco prog di Lucio Dalla? E diciamolo. Attenzione però: un prog che concede poco o nulla al favolismo alla Genesis/Yes/Gentle Giant. La mente musicale di Dalla è troppo aperta per limitarsi a ricalcare stilemi ormai abusati. Il suo prog è davvero progressivo: si apre in tutte le direzioni, prende anzitutto spunto da coriandoli jazz-rock virati in salsa pop. Poi ci pensa la sua eccentricità vocale a fare il resto. In Intervista con l’Avvocato, quando Gianni Agnelli risponde alle domande dell’intervistatore, sembra di ascoltare un Demetrio Stratos buffonesco, sostenuto da un impianto armonico jazz-contemporaneo (con spunti dal Solfeggio parlante per voce sola di Giancarlo Cardini) che Dalla riesce a trasformare in qualcosa di altamente comunicativo e quindi pop.
Poi è tutto un perdersi tra i miti e le leggende della corsa automobilistica. In Mille miglia (Prima e seconda parte) e Nuvolari ci sono idee musicali che basterebbero per dieci dischi. Le tastiere (nel disco ce ne sono ben quattro, oltre al piano del leader: Roger Mazzoncini, Ruggero Cini, Carlo Capelli e Rosalino “Ron” Cellamare) sono potentemente immaginifiche e trasportano direttamente nella polvere della Pianura padana. Albe e tramonti, velocità, visi festanti lungo i bordi della strada mentre le auto sfrecciano tra ritmiche incalzanti e oasi elettroniche quasi Tangerine Dream. In mezzo irrompono i cori delle Baba Yaga, che trasformano tutto in una festa. Tony Esposito si ammazza di percussioni (all’epoca pentole, padellame vario). Il basso, affidato a Mario Scotti e Marco Nanni, è forse l’elemento più affascinante di queste canzoni: serpeggiante, elastico, solidissimo quando serve.
La prima facciata di Automobili è una corsa continua: uno schizzare vispo il sole, anche quando racconta gli inevitabili incidenti degli eroi della Mille miglia. Ma alla fine si sa: “Nuvolari rinasce, come rinasce il ramarro”. E allora via ancora a perdifiato, con la batteria di Giovanni Pezzoli (futuro Stadio insieme a Nanni) meravigliosamente registrata e scattante. Poi tutto si incupisce. La seconda facciata è un tripudio di psichedelia futuristica (Il motore del Duemila) e angoscia persistente (L’ingorgo). Più che nei dischi precedenti con Roversi, a tratti anche troppo eterogenei, qui Lucio compatta il suono con decisione: produzione ambiziosa, brani dotati di forte personalità, ma capaci anche di comporre un unico affresco sonoro.
Dopo tanta velocità e le visioni di un domani più fosco che mai, il finale di Due ragazzi è un momento di sollievo. Le aperture sono magniloquenti, il tessuto sinfonico si fonde con le parole. Quando Lucio declama “dall’alto piove una neve verde” è come se il cielo si spalancasse. La commozione arriva alla gola e non se ne va più. Miglior finale per il disco e per la collaborazione con Roversi non poteva esserci.
Da lì in poi nascerà un altro Lucio Dalla: finalmente capace di dare forma letteraria alle proprie emozioni. Le classifiche lo accoglieranno e lo trasformeranno nella superstar che il grande pubblico imparerà ad amare. Ma senza l’insegnamento di Roversi e l’avventura sfrenata di questo disco difficilmente sarebbe arrivato a quei traguardi. Automobili, a cinquant’anni dalla sua uscita, fotografa ancora il Dalla più avventuroso e spinto al limite. Una volta trovato il coraggio, tutto il resto sarà una passeggiata.















